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La Civetta di Minerva, 29 aprile 2016

In anni passati, lontani e - visti i tempi attuali - non sospetti, il vice presidente nazionale di Confindustria Ivan Lo Bello era già la testa più lucida della Sicilia sud orientale. Una capoccia brillante sia di giorno che di notte, che nel giro di qualche anno lo avrebbe fatto emergere anche nel resto della regione, piccole isole comprese, indi proiettandolo a sgriccio oltre lo stretto nel resto d’Italia, incluse le province autonome di Trento e Bolzano.

C’è da dire che ad alimentarne l’ingegno, oltre al quantitativo tutto sommato normale di sale nella zucca, era stata sin dalla più tenera età una dieta altamente fosforica basata sul consumo quotidiano di biscotti prodotti dall’azienda di famiglia, ma di una linea speciale e fuori commercio ideata esclusivamente per lui: i BiscottIvan Fosfovit, poi sostituiti in età adulta dai classici tarallucci e vino.

Spianata la strada del successo, delle consulenze professionali, delle poltrone a go gò nei consigli d’amministrazione, ecc. ecc. circa una decina di anni fa, eletto presidente di Confindustria Sicilia, una notte Ivan Lo Bello fece un sogno. E nel sogno vide se stesso, personalmente in persona guidare la rivolta morale dell’associazione siciliana degli industriali contro il racket delle estorsioni, con tanto di codice etico e un calcio nel culo a chi non ci stava, sbattuto fuori da Confindustria.

Si svegliò sudato. Eppure aveva digerito bene, non aveva bevuto alcolici né sniffato alcunché, a parte i fumi puzzolenti passando con la macchina davanti alle raffinerie dell’area industriale siracusana. Cazzarola! Era tutto vero. Era diventato un simbolo della lotta alla mafia e l’associazione che guidava in Sicilia un esempio per il resto di Confindustria.

Circa 10 anni dopo Ivan Lo Bello fece un sogno. E nel sogno vide un po’ dei confindustriali siciliani “antiracket”, dei sostenitori della sua “svolta rivoluzionaria”, presi con le mani nella marmellata, denunciati, qualcuno già processato e condannato per vicende degne di pagghiazzi traffichini e sautafossi; quando non imputati per reati contigui alla mafia, come il suo successore alla presidenza di Confindustria Sicilia Antonello Montante, l’amico Montante che da Confindustria nazionale aveva ricevuto la delega di responsabile per la legalità grazie ai meriti acquisiti sul campo.

Nel sogno spuntò pure Gianluca Gemelli (u zitu forse ex della ministra Federica Guidi) con la sua apparente facci ri fissa, imprenditore, presunto ingegnere, amico di Montante, di Lo Bello e quindi di diritto pure lui paladino della legalità, commissario da poco dimissionario di Confindustria Siracusa dove aveva sostituito il messinese Ivo Blandina rinviato a giudizio per una storia di utilizzo di fondi pubblici per l’acquisto di uno yacht di lusso da parte di due imprenditori. Blandina era stato a sua volta commissario al posto dell’ex presidente Francesco Siracusano dichiarato decaduto dai probiviri ecc. ecc. Tutto questo e altro ancora nella sede di Siracusa, dove anche Lo Bello era stato presidente e dove aveva piantato i primi semi della legalità e della rivoluzione.

Il sogno continuò con Ivanhoe (che è quel personaggio di un romanzo ambientato nell’Inghilterra medievale, amico di Riccardo Cuor di Leone e di Robin Hood, ma in questo caso è il nome completo di Ivan) finito con tutti i piedi e il resto di se stesso, compresa la testa fosforica e brillante, in uno scandalo-petroli che vedeva Augusta rubare la scena a Potenza, perché non solo sarausani ma pure austanisi sunu.

E in un ricco e assortito campionario d’intercettazioni telefoniche spuntarono aggregazioni di mutua-reciproca assistenza variamente definite clan, cricca, quartierino, combriccola, comitato d’affari; classici reati quali associazione a delinquere e corruzione ma anche la novità del reato di “traffico d’influenze illecite” scaturito da direttive europee e convenzioni internazionali; e poi petrolio, trivelle, cisterne, pontili, barili, stoccaggi, cordate societarie, terreni, concessioni, autorizzazioni, autorità portuali, commissari (rieccoli), ministri, segretari, capi di stato maggiore, ammiragli, ufficiali di marina, uomini o caporali e tanto altro ancora.

Così continuava a sognare il vice presidente di Confindustria, ancorché di tutto e di più, presidente nazionale di Unioncamere con vista. E nella cavalcata onirica ci fu posto anche per l’ex sottosegretario Gino Foti e per Cafeo (l’ex capo di gabinetto del sindaco Garozzo) che dei due non si capiva più chi era il badante dell’altro. Gemelli, il telefonista folle, si era raccomandato pure a loro – il ché è tutto dire – pur di raggiungere i suoi scopi.

Ma il gran finale fu… nel segno di Zorro! Nel senso che da diverse intercettazioni era venuto fuori che Gemelli e qualcun altro degli amici del cosiddetto “quartierino” accennavano a un tizio chiamandolo, chissà perché, con lo pseudonimo di Zorro. Che gli investigatori addetti alle intercettazioni avrebbero nientepopodimeno individuato nell’avvocato Piero Amara, altro augustano doc e autorevolissimo. Il quale, in un sogno del genere non poteva mancare, se pure solo di sfuggita, per una semplice citazione, una piccola apparizione: tipo quelle che nei film vengono definite “amichevoli partecipazioni”. Quel tanto per fare zigzag sul muro e lasciare il segno di Zorro.

Ivan Lo Bello non resistette più, si svegliò, madido di sudore. Il tempo di aprire bene gli occhi e si ricordò che era tutto maledettamente vero.

La Civetta di Minerva, 4 marzo 2016

 

2.000 (leggasi duemila) ex suoi alunni che si alternano e susseguono a festeggiare lauree, compleanni, cresime, matrimoni, battesimi ed ovviamente invitano lui, che giammai potrebbe sottrarsi dal partecipare a qualsivoglia scadenza, ricorrenza, festino, schitìcchio allestito dalle brigate di studenti che hanno avuto il piacere di averlo come professore. Senza contare – riteniamo – altri matrimoni e inviti di famigliari, amici e conoscenti vari a partecipare a quelle occasioni più disparate in cui non ci si può presentare senza portare un regalo. E non un ninnolo qualsiasi, perché Vinciullo lo sa: un regalo è per sempre.

“Spese di rappresentanza” – le ha definite – che incidono pesantemente sul suo stipendio di deputato alla Regione Sicilia, che è sì di 11.000 (leggasi undicimila) euro ma al lordo, perché al netto sono “solo” (solo?) 6.300 (leggasi seimila e trecento) euro, che tutto sommato sono sempre mègghiu ri ‘nfighitéddu i musca. Ma lui, Vincenzo Vinciullo, originario di Sinagra provincia di Messina e da lungo tempo residente a Siracusa, letteralmente chiànci miseria lamentando che il suo conto in banca è in rosso, che spesso campa alle spalle della moglie insegnante, che non vede mai i figli a differenza – testuale – di un operaio o di un disoccupato che, quando tornano a casa, i figli li vedono; sottinteso: quando l’operaio torna dal lavoro e il disoccupato torna dal non aver lavorato, possibilmente coi cabbasisi che girano a mille. Insomma era meglio quando faceva il professore – ha commentato amaro Vinciullo intervistato dallo spregiudicato Cruciani, conduttore della trasmissione radiofonica di Radio 24 “La Zanzara”. Presumibilmente gongolante nell’ascoltare la triste storia del povero deputato siciliano che insisteva nel rimarcare che lui, Vinciullo, non è – testuale - un normale dipendente che alla fine del mese prende 2.000 euro e non ha le spese che affronta lui. Cioè quelle della benzina necessaria per il suo andirivieni tra Siracusa e Palermo, le altre per l’affitto di un appartamentino nei giorni in cui si ferma a dormire nel capoluogo siciliano, i soldi per mangiare.

Costi che gli altri deputati non hanno evidentemente il coraggio di denunziare, e quindi va dato atto a Vinciullo di avere portato alla luce questa condizione di enorme ristrettezza economica che vivono i parlamentari siciliani fuori sede. Altro che la demagogia dei grillini che si sono ridotti lo stipendio! Di sicuro loro e gli altri furbastri di questo o quel partito che non si lamentano, vuoi vedere che non hanno problemi di spese per la benzina perché viaggiano col treno o, peggio ancora, a sbafo chiedendo passaggi? Ma se qualcuno ha chiesto uno strappo a Vinciullo, lui è troppo signore per raccontarlo.

E comunque, il suo caso personale è aggravato dai continui esborsi per l’acquisto di cadeau per i matrimoni e per tutto il resto di cui sopra. Quelle spese di rappresentanza che i comuni mortali - testuale - non hanno e che in Sicilia, dato che noi non siamo come nel resto d’Italia, sono retaggi antichi.

Ora, parafrasando il titolo di un film (per fare cosa gradita all’unico cinefilo-cinofilo che legge questa rubrica): non si uccidono così neanche i Vinciulli. E invece da diversi giorni è additato al pubblico ludibrio, preso per il culo sui social network alla stregua di un (vin) ciolla i picche qualsiasi. C’è da dire che prima dell’intervista a La Zanzara, Vinciullo aveva già esternato le proprie difficoltà a tirare avanti con la paghetta del parlamento siciliano durante una puntata della trasmissione Tagadà su La7. Tanto che la conduttrice Tiziana Panella, con encomiabile spirito caritatevole, aveva proposto per lui gli 80 euro mensili previsti dal governo Renzi per i meno abbienti. Subito si era scatenata la solita canea a base di insulti e commenti salaci, fra cui lo sfottò persino sulla prima pagina del Corriere della Sera dell’editorialista Aldo Grasso.

E Vinciullo che fa? Ribadisce a La Zanzara, aggiungendo particolari ancora più toccanti, il suo stato di precario della politica. Che uno potrebbe pensare “Ma chistu è proprio ‘n’ pacchiottu?” - se non conoscessimo il suo acume, la sua sagacia, il suo fiuto sopraffino di politico navigato che al momento lo vede tra i nuovi pilastri del Nuovo centro-destra guidato dal nuovo Angelino nuovo Alfano. Per non parlare della super produzione di atti parlamentari con uno stakanovismo dalle modalità certo un po’ stocastiche ma, si badi bene, non stocazz! come taluni potrebbero fraintendere.

Talé u Talete. Il parcheggio-ecomostro è quel che rimase del progetto del “tunnel sottomarino di Ortigia”

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A colpi di ricorsi e sentenze le contese infinite tra Gennuso e Gianni e tra Sorbello e Bandiera. La disfida dei Pippi siracusani

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Et voilà! Ecco che il professor cantautore Roberto Vecchioni, con la semplice ed essenziale frase “Sicilia sei un’isola di merda perché non ti ribelli”, è riuscito a scatenare un fondamentale dibattito di cui si sentiva davvero la necessità. Perché molti siciliani per fare i conti con se stessi, con la storia e le tante stridenti contraddizioni di questa terra e con un presente molto problematico, hanno evidentemente bisogno della rude spinta verbale del personaggio famoso di turno, in questo caso di passaggio da Palermo e sconvolto dalla visione di un così alto numero di conducenti di motocicli senza casco, e delle loro scorribande nel tentacolare traffico cittadino. Che è il problema principale di Palermo, come ebbe a rivelare il film Johnny Stecchino di e con Benigni.

“Siamo un’isola di merda sì, sì, sì, sì, di più, di più, di più” – hanno condiviso alcuni il Vecchioni-pensiero con godimento degno di seguaci di Von Masoch. Di contro l’indignazione dei molti cultori di sicilianità, violata dal Vecchioni medesimo che è stato insultato e bacchettato a più non posso per la sua colpevole ignoranza riguardo il primato storico-geografico-culturale-antropologico-scicchigno dei siciliani. Per non dire delle odi alla straripante bellezza della Sicilia, rimarcata con spirito promozional-turistico-naturistico, di persona personalmente, dal presidente della Regione fotografato sdraiato sulla spiaggia di Castel di Tusa in posa “Saro desnudo”, e immerso nelle prospicienti acque azzurre di quell’angolo di costa tirrenica messinese.

Con raro sprezzo del ridicolo il governatore Crocetta & Delizia ha difatti affermato che “La Sicilia è un’isola bellissima. La più bella del mondo”.

“Ma più bella di tutte” è “l’Isola Non-Trovata/quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino/il Re di Portogallo con firma sugellata/e bulla del Pontefice in gotico latino” - comincia una poesia di Guido Gozzano, che un bel po’ di decenni addietro ispirò, per la sua canzone “L’Isola non trovata”, Francesco Guccini. Che di Roberto Vecchioni è amico.

E rimanendo in campo poetico-cantautorale, sovviene il grande Fabrizio De Andrè quando in “Via del Campo” osserva che mentre “dal letame nascono i fior” “dai diamanti non nasce niente”. Più o meno come da certe esternazioni sparate senza pensare, da cui nascono solo polemiche babbigne e repliche ridicole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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