Un interessante incontro all’Urban Center con utili suggerimenti. Ma con i tempi così contingentati da escludere, per ora, una reale partecipazione

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La Maraini scrive di buona scuola, di una Sicilia, di una città, quella in cui vivo, che viene raccontata poco, ma esiste

Scuole con docenti desiderosi di darsi e alunni vogliosi di apprendere e che inventano mondi e pensieri nuovi

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Morte: è buco.

Non pretendo con questo anagramma di omaggiare un intellettuale dal multiforme ingegno quale Umberto Eco, che ci ha lasciati quattro anni fa, ma sappiamo quanto amasse giocare con le parole – come dimenticare l’estate dei miei sedici anni, trascorsa sulle pagine de “Il nome della rosa” a cercare di indovinare l’enigma celato versi sibillini tratti dalle Scritture? E ci riuscimmo, io e un paio di compagne di scuola incaponite a leggere un testo così ricco di riferimenti letterari storici politici metalinguistici che capimmo solo a metà ma che continua ad affascinarmi – e adesso che il professore non c’è più e nomina nuda tenemus ritrovo nei fonemi e nei grafemi del suo nome il tombeur d’intelligenza che è stato, le trombe di quegli angeli medievali che amava tanto studiare e quelle il cui suono struggente si fa poesia ne “Il pendolo di Foucalt”. Sorprendo un Cuore che è tanto una rivista troppo famosa per spenderci ancora parole sopra quanto quell’organo il cui linguaggio esortava a seguire, lui che sui segni e sulle lingue ci aveva speso la vita.

Morte: è buco.

E sì, per noi che restiamo la morte è uno smagliarsi della trama del mondo.

Da quel paradiso in forma di biblioteca in cui lo immagino con Jorge lo vedo sorridere di quell’umore che ho trovato nel suo nome, l’humor – alla latina – dei suoi scritti e del suo eloquio così antiaccademico.

ECO. Sì, risuoneranno ancora le sue parole.

E un ultimo guizzo. Nomen omen? Quel cognome è un acronimo, com’ebbe a spiegare egli stesso.

Ex Coelis Oblatus.

Professore? Mi conservi uno spazio, anche piccolo, nella Grande Biblioteca.

Quei magici segni che sgorgavano da un bisogno dell'animo umano, ci pervengono dai Sumeri.

Ha origine infatti tra il 3.500 e il 3.300 a.C. in Mesopotamia, la prima forma di scrittura nella fase pittografica, ossia rappresentata da figure, trasformata in seguito in stilizzazione ideografica (segni), seguita dalla scrittura cuneiforme, nata in Asia Occidentale, usata fino al primo secolo dell'era volgare, che inizialmente consisteva in figure incise su tavole d'argilla che in un secondo tempo divennero segni somiglianti a piccoli cunei. Ma la vera scrittura ha origine in Egitto.

Lo strumento che permetteva di scrivere i geroglifici su fogli di papiro era una piccola canna cava con una punta all'estremità, che veniva intinta in sostanze vegetali. La carta vera e propria invece ha origine in Cina. Tra il V e il IV secolo si usava una piuma d'uccello intinta in un calamaio, contente l'inchiostro. Nacque poi l'elegante penna stilografica, con la sua cartuccia da inserire. Fino a giungere alla nostra penna a sfera. Quest'ultima ci ha permesso di riempire interi quaderni di scuola, di sbizzarrirci con i nostri diari personali, in cui annotavamo confidenze, pensieri segreti, episodi quotidiani, aforismi, versi di poesie, sensazioni, desideri, sogni. Con la stessa penna si mantenevano rapporti epistolari.

Che bella sensazione tenere in mano quel magico strumento che materializzava le parole rendendole visibili sul foglio bianco...! La punta della penna che scivolava sulla carta come piuma sulla seta, per imprimerne i pensieri e mettere a fuoco ciò che nella mente poteva essere lieve, evanescente come fumo... Le lettere, poi, sembravano accorciare le distanze tra amiche o fidanzati lontani, ma ci si scriveva pur abitando nella stessa città... quando mancava, a volte, il coraggio di parlare... le parole prendevano forma, divenivano chiare idee... scrivere, allora, era come sfiorarsi, un modo per sentirsi vicini, quando fisicamente non era possibile.

La scrittura era uno dei linguaggi del cuore, una sorta di autoritratto dell'anima... il foglio usato come tela bianca che attende il pennello intriso di colore per darle vita animandola con immagini a raccontare le proprie storie... La scrittura parlava di noi non solo attraverso il contenuto ma anche dalla forma... Compito dei grafologi era infatti definire la personalità attraverso la calligrafia.

Mi esprimo al passato visto che da qualche tempo a questa parte carta e penna sono state sostituite da dispositivi tecnologici, sicuramente molto utili, pratici, veloci, che permettono una comunicazione diretta ed immediata tramite tastiera o touch-screen, con i quali è possibile scrivere qualunque cosa anche attraverso segni o simboli, ma che purtroppo non lasciano intravedere l'anima. Del resto, ogni cosa ha pro e contro. Oggi grazie a questi marchingegni le distanze appaiono notevolmente ridotte, ci fanno sentire tutti più vicini ma in modo virtuale. Tali dispositivi si dovrebbero usare esclusivamente per studio e lavoro, e cercare di non farne abuso, altrimenti più che avvicinarci ci allontanano dal mondo esterno. La nuova generazione è nata con l'alta tecnologia e difficilmente riesce a farne a meno. Mentre chi ha conosciuto l'epoca in cui il contatto non era un amico "social" ma due mani che si stringevano, una carezza affettuosa, un caloroso abbraccio, ne ha nostalgia e rimpiange quelle belle lettere d'amore o di sincera amicizia in cui vi si leggevano i sentimenti veri, fra quelle righe in bella copia, anche se con qualche errore o qualche piccolo scarabocchio, era lì che traspariva il cuore.

Nel 1951 usciva, a cura della Postulazione per la Causa, un volumetto di Mons. Giuseppe Cannarella intitolato “Suor Chiara di Gesù Agonizzante / (Adelaide Di Mauro) / 1890-1932”, ripubblicato l’8 settembre 1983 nell’imminenza dell’introduzione della Causa di Beatificazione e Canonizzazione di Suor Chiara Di Mauro.

Lo riproponiamo ai nostri lettori nella ricorrenza dei 130 anni dalla nascita di Suor Chiara e – si auspica, per far conoscere la vita e i carismi di questa nostra concittadina – nell’imminenza di una riapertura della causa e di un pronunciamento sulla sua beatificazione.

Nello stile agiografico dell’epoca, il volumetto narra la storia di questa “figlia spariglia”, cioè eccezionale, di Raffaele Di Mauro, cancelliere del Tribunale, e di Concetta Navanteri, stupiti della vocazione precoce della figlia, dei suoi atti di mortificazione e carità, del suo amore per Cristo.

Colpiscono, della vicenda biografica di Adelaide Di Mauro, non solo gli atteggiamenti interiori ed esteriori della futura sposa di Cristo, ma anche i dolori di una donna cui fu imposto il matrimonio con un certo Giuseppe Cortada, poi morto presumibilmente di febbre spagnola, da cui ebbe tre figli, di cui due morti in tenera età: la morte della madre, la vedovanza, l’assistenza nei confronti dei poveri e dei malati, le cure verso l’unico figlio rimastole ci dipingono un quadro della vita di una donna tra XIX e XX secolo, che per il suo carattere e il suo stile di vita improntato alla preghiera, alla penitenza e alla carità venne chiamata con il familiare stigmatizzante appellativo di “pazza”.

Esattamente cento anni fa, il 4 marzo 1920, Adelaide Di Mauro diventa Dama Sacramentina per la sua devozione al SS.mo Sacramento; inizia a frequentare la Chiesa di Grotta Santa, che all’epoca non era in una zona centrale e frequentata, poi decide di ricoverarsi insieme al figlio a Messina nell’Istituto delle Figlie del Divino Zelo, in attesa di diventare Clarissa – e qui entra in gioco anche la figura molto nota di Padre Annibale Maria Di Francia –; nel frattempo decide di lasciare l’Istituto e di tornare a Siracusa, ospite dell’Ospizio di Mendicità dei Cappuccini, e inizia una vita di eremitaggio nel santuario di Grottasanta, all’insaputa della famiglia, col figlio al seguito, vivendo di elemosina. Inizieranno a farle compagnia vicine e amiche.

L’arcivescovo dell’epoca impone alle tre donne di separarsi: le due amiche vengono ammesse in istituti religiosi, Adelaide affida il figlio ai congiunti – singolare poi la sorte di Alfredo, prevista pare dalla madre, fucilato dai tedeschi nel 1944 – ed entra nel monastero delle Clarisse di Montevergine alla Giostra, sobborgo di Messina, con il nome di Suor Chiara Francesca di Gesù Agonizzante.

Alterne le vicende della vita claustrale, tra mortificazioni, incomprensioni, estasi e perfino stimmate, fino al ritorno definitivo a Siracusa, dove il canonico Sebastiano Uccello diverrà il suo direttore spirituale – porterà il caso di suor Chiara all’attenzione del vescovo e del vicario generale per accertare che i fenomeni che la riguardavano fossero soprannaturali.

Dalle Suore del Sacro Cuore all’Istituto Natività delle Figlie della Carità e poi di nuovo nella casa paterna: sembra che questa mistica sia scomoda, che ogni tentativo di “normalizzazione” fallisca: dal Villino Leone Sirchia ad un altro, a quello dei coniugi Gattuso, poi a Ragusa e infine in una stanza presa in affitto a Grotta Santa, dove muore nel 1932 in odore di santità per l’austerità della sua vita e la voce che guarisse gli ammalati, non con l’abito di Clarissa ma di terziaria francescana, umile e povera com’era vissuta per tutti gli anni di una vita all’insegna del mistero della fede.

“Credevo che l’argomento qui risultasse lontano. Invece la Padania è vicina!” ha ironizzato Giorgio Mottola

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