Nel 2005 ho curato una pubblicazione intitolata “Il Prezzo Della Crescita”, assieme ai prof. Ernesto Burgio, Maurizio Pallante e Alfredo Petralia, in cui sostenevamo che l’insostenibilità del Sistema Globale è legata ai fattori quali: l’esaurimento delle risorse planetarie; l’inquinamento chimico-fisico; la deleteria interferenza umana sui sistemi omeostatici di auto-depurazione dell’ecosistema terrestre, ma anche ad un fattore, fin qui enormemente sottovalutato: l’inquinamento biologico e lo stravolgimento dell’ecosistema microbico ad esso collegato. L’evidente sottovalutazione del problema è ascrivibile in particolare alla natura stessa dell’ecosistema terrestre: alla sua apparentemente infinita plasticità e capacità di trasformazione e alla connessa impossibilità di valutare il Punto Critico, il momento della possibile - fulminea e definitiva - rottura dell’equilibrio. In particolare il prof. Ernesto Burgio affermava che “è utile ricordare che all’interno della biosfera agisce, da miliardi di anni, un dispositivo di auto-controllo potente e complesso, al quale ogni singolo organismo ed ogni specie vivente porta il proprio contributo e che l’uomo rischia di alterare in modo irresponsabile e potenzialmente irreversibile: disperdendo nell’ambiente migliaia di molecole chimiche innaturali e cercando di trasformare i più intimi meccanismi del controllo genetico e bio-evolutivo, aprendo così la strada al trionfo di quella che può essere considerata la più semplice (il che non significa rudimentale) forma di vita: i virus”.

INQUINAMENTO BIOLOGICO

Le conseguenze della dispersione anzidetta, apportano possibili, e assai temute, catastrofi biologiche, per un preciso motivo: se l’inquinamento fisico e quello chimico rischiano di produrre effetti drammatici per l’equilibrio della biosfera, l’inquinamento biologico, è di gran lunga il più pericoloso.

In un Ecosistema complesso tutte le specie viventi sono legate tra loro in un’intricata rete di connessioni e relazioni ecologiche.

Ciò detto possiamo cercare di affrontare quelli che sono i due aspetti più inquietanti e potenzialmente più gravi dell’intera faccenda: lo stravolgimento dell’ecosistema microbico, a vantaggio dei microrganismi più semplici e, in particolar modo, dei virus.

Il difetto di base delle nostre definizioni e valutazioni nel campo della sostenibilità è che queste non si fondano su una rappresentazione dell’ecosistema globale e in particolare della sua componente microbica, al passo con le più recenti acquisizioni nel campo della biologia molecolare, della genetica, della biochimica (discipline radicalmente trasformate dalla messa in campo di tecnologie sofisticate e potenti). Solo una collaborazione sempre più interattiva tra biologi, microbiologi, genetisti, matematici, biotecnologi, nanotecnologi ed ecologi potrebbe portare ad una visione più corretta.

Una visione, chiara, profonda e realmente eco-sistemica della vita e del pianeta potrebbe mettere un freno all’attacco biocida e suicida condotto dall’uomo, con le sue migliaia di nuove molecole di sintesi disperse nell’ambiente e circolanti per l’intero sistema.

Abbiamo già accennato al fatto che in pochi decenni l’uomo ha prodotto ed incautamente disperso per il pianeta ad un ritmo via, via accelerato migliaia di nuove molecole di sintesi. Di alcune di queste ed in particolare dei famigerati 10 (12) “inquinanti organici persistenti” (più noti con l’acronimo POP, che sta per Persistent Organic Pollutants) sono ormai sufficientemente noti i meccanismi attraverso i quali, mediante i processi di bio-accumulo e bio-magnificazione, all’interno della catena alimentare, si trasformano in agenti di bio-distruzione sistematica.

E’ comunque ipotizzabile che la gran parte delle molecole chimiche sintetizzate nei laboratori di tutto il mondo e disperse nell’ambiente, per gli usi più vari, danneggi essenzialmente gli organismi dotati di organizzazione cellulare (cioè di apparati e sistemi metabolici in serie, in grado di metabolizzare le molecole, semplici o complesse, che incontrano lungo il proprio cammino), e in ultima analisi favorendo lo sviluppo dei virus, che sono ai confini tra il mondo organico e l’inorganico, tra il regno animato e quello inanimato e che sono in grado di infettare praticamente tutti gli esseri viventi: i virus, appunto.

LA SFIDA PER LA SOPRAVVIVENZA.

I virus sono schegge di materia solo potenzialmente viva, entità che seguono le leggi della chimico-fisica e che in certe condizioni ambientali cristallizzano, essi non sono praticamente disturbati da antibiotici e veleni cellulari specifici o aspecifici. E questo può alla lunga diventare un fattore selettivo decisivo in loro favore. Anche perché la distruzione dei batteri e delle altre cellule che li contengono può addirittura facilitare, in certi casi, la loro diffusione.

E’ noto che, in certe condizioni, il materiale genetico dei virus (specialmente se si tratta di RNA) può penetrare nel citoplasma di alcune popolazioni cellulari e alcune sequenze virali e/o simil-virali sembrano poter “dormire” per anni e forse per secoli nei genomi di organismi superiori… fino a quando qualcosa (magari appunto l’interferenza diretta o indiretta di un agente chimico o fisico sulla cellula che li contiene o una manipolazione genetica più o meno volontaria e mirata) non li “risveglia”. Il genoma dei virus muta con estrema facilità (specie quello dei virus a RNA) e li rende particolarmente adattabili; i virus, poi, tendono a ricombinarsi, cioè a fondersi in nuovi virus e/o comunque a scambiarsi con sequenze diverse e quindi difficilmente riconoscibili ed attaccabili da parte dei nostri sistemi immunocompetenti.

Questo breve elenco di alcune tra le più straordinarie capacità adattative e trasformative dei virus ci aiuta soprattutto a capire questi minuscoli e proteiformi emissari del caos.

Una delle scoperte più interessanti (ed illuminanti) della moderna virologia è certamente quella concernente una particolare categoria di virus a RNA: i cosiddetti retrovirus. Presenti in moltissimi organismi superiori. Il risultato di tutto questo è del resto già sotto gli occhi di tutti: diecine di nuovi virus patogeni girano per il pianeta minacciando sfaceli. Hiv, Marburg, Ebola, Hanta, Hendra, Corona-Sars virus: nomi da brivido che abitano con sempre maggior frequenza da trent’anni a questa parte le cronache, i libri di black science e i nostri incubi personali e collettivi. Né possiamo dimenticare che, da qualche anno, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e le altre maggiori agenzie sanitarie internazionali hanno rilanciato l’allarme influenza.

E tutto questo non può che richiamare alla nostra mente le allarmate e allarmanti parole di Joshua Lederberg, che alla fine degli anni ’60 aveva lanciato una drammatica profezia: l’uomo si illude di essere la specie destinata al dominio finale sul pianeta, perché non ha fatto i conti con il suo nemico più piccolo e subdolo.

Gli esseri umani è giusto che si battano per la sopravvivenza, ma solo se abbandoneranno il delirio di onnipotenza e non sconvolgeranno ancora gli ecosistemi fisici e biologici, potranno avere un futuro nel Pianeta.

 

Un documento risalente al 1876 rivela che contro le febbri miasmatiche i Reverendi Padri Trappisti della chiesa di San Paolo, all’interno dell’Abbazia delle Tre Fontane, utilizzavano l’eucalipto. Essi composero un elisir (elixir d’eucalitto): “ottimo preservativo e medicina, così da loro come da altri ne fecero la pruova”. Si preparava nello stesso periodo a Roma, con grande successo, anche una tintura di cui si riportano lodi e buone testimonianze.

Il miasma era probabilmente causa della malaria; un grande alleato alla sua lotta fu l’albero di eucalipto: furono i monaci stessi a piantarne molti soprattutto dopo il 1870 quando, caduto il potere della Chiesa, riuscirono ad ottenere in enfiteusi perpetua un appezzamento di 450 ettari in cambio, tra le altre condizioni del contratto, di piantare almeno 125.000 alberi di eucaliptus. I lavori di bonifica continuarono fino ai primi del ‘900 dimodoché la copertura di un grande stagno nei pressi del monastero e l’uso di zanzariere e di chinino mise fine al problema della malaria. L’eucalipto dunque ha una doppia valenza sulla malaria: risana le paludi che l’hanno sostenuta e i bronchi dal catarro da questa provocato.

A tal proposito, si legge ne “La rivista europea” (Tip. Fodratti, 1878): “L’eucaliptus globulus e la malaria non possono vivere insieme più di quello che possano stare insieme la luce e le tenebre. Se nel mondo sociale si potesse scoprire un correttivo così possente ai mali morali che ci affliggono, sarebbe la rigenerazione dell’umanità”.

Non sorprende che gli eucalipti fossero ben rappresentati nella farmacopea aborigena poiché le foglie sono diventate nel tempo fonti disponibili di antisettici, analgesici, di linimenti e cura per tosse e raffreddori.

È stato utilizzato dagli aborigeni australiani per produrre impiastri con le foglie contuse e riscaldate: venivano impiegate per alleviare i reumatismi, l'inalazione del vapore invece per curare il mal di testa e un'infusione bevuta per il raffreddore. Non si fa menzione dell'uso dell'eucalyptus negli antichi testi ayurvedici in quanto è stato introdotto solo di recente in India ma, da allora, i professionisti ayurvedici e unani lo trovano efficace per uso esterno e interno oltre che per inalazione: nel trattamento di reumatismi, mal di testa, dolori addominali, febbre, contro i disturbi delle vie respiratorie e gastrointestinali (inclusi indigestione, diarrea e dissenteria).

Il dott. Gian Battista Soresina, fondatore della rivista “Medicina, chirurgia e terapeutica”, direttore del “Giornale delle malattie veneree e della pelle”, nonché direttore dei dispensari celtici municipali, loda nel suo ricettario, risalente al 1875, l’elisir di eucalipto composto (con china) che “oltre a essere un febbrifugo, si mostra anche un potente tonico, un vero amico dello stomaco. Si dà a cucchiaiate, una la mattina ed una la sera a digiuno… Preservativo delle febbri da miasma palustre”. Analogamente evidenzia Giovanni Righini, chimico e corrispondente di varie accademie scientifiche nazionali e internazionali.

Lo stesso anno Giovanni Polli, medico milanese, mente versatile e vivace, negli “Annali di chimica applicata alla medicina”, riporta le esperienze del dott. Castiglioni il quale adoperava l’elettuario di eucalipto con successo nelle febbri palustri, talvolta servendosi dell’infuso. La tintura invece la propone “come profilattico nelle febbri ascessionali, e quale detersivo nelle ulceri specialmente se tendono a farsi atoniche”.

L’utilizzo sotto forma di sciroppo per contrastare le eccessive secrezioni bronchiali è rammentato nella “Gazzetta Medica di Roma” (Gazzetta Medica di Roma. Anno IV. 1878) e ne “Il farmacista italiano” (Sindacato nazionale fascista dei farmacisti); in Italia dunque sembra essere impiegato nella “cura della bronchite cronica, della polmonia catarrale, e della polmonia crupale nei bambini, nelle persone soggette a secrezioni bronchiali abbondanti e ripetute.”

Arnaldo Cantani (1837-1893), medico a Napoli e primo diabetologo italiano, usa l'eucalipto a ragione delle proprietà amare-digestive: “leggermente astringente e resinoso eccitante, in ispecie nelle indigestioni e l'ho tentato nelle febbri piemiche ed in quella lenta dei tisici, dove sembra più utile di molti altri mezzi finora usati in questa malattia, senza che però mi potessi finora pronunciare con qualche sicurezza … Nelle febbri malariche erratiche, come in quelle più remittenti che intermittenti, io soglio dare la chinina in un decotto di corteccia di china calisaya e di foglie d'eucalipto, parecchie volte al giorno.”

L’eucalipto solca i secoli, i popoli, le culture e le tradizioni consegnando a noi erboristi un elemento fondamentale per la fitoterapia di oggi.

Come afferma Jeremy Rifkin: “Le trasformazioni economiche e i grandi cambiamenti di paradigmi della storia richiedono elementi, che interagiscono tra di loro, per consentire al sistema di funzionare nel suo insieme: fonti di energia, mobilità, logistica e mezzi di comunicazione adeguati.”.

Nel diciannovesimo secolo, la stampa a vapore e il telegrafo, l'abbondante carbone e le locomotive sulle ferrovie nazionali sono stati inseriti in una piattaforma tecnologica comune per gestire, alimentare e spostare la società, dando origine alla Prima Rivoluzione Industriale. Nel ventesimo secolo, l'elettricità centralizzata, il telefono, la radio e la televisione, il petrolio a buon mercato e i veicoli a combustione interna sulle strade nazionali convergono per creare un'infrastruttura per la seconda rivoluzione industriale.

Ora, siamo nel bel mezzo di una nuova rivoluzione industriale. L'Internet digitalizzato della comunicazione sta convergendo con un Internet digitalizzato delle energie rinnovabili, alimentato da elettricità solare ed eolica, e con un Internet digitalizzato della mobilità e della logistica di veicoli autonomi elettrici e a celle combustibile, alimentati da energia verde.

Energia. Nel 2018 la Banca Lazard ha pubblicato un rapporto per cui “i costi di energie rinnovabili sono diminuiti al punto da essere ora o pari o inferiore al costo marginale della produzione di energia convenzionale”.

Mobilità. Secondo uno studio condotto dalla Fitch Ratings, una delle maggiori agenzie mondiali del rating del credito, il numero dei veicoli elettrici a livello, globale, potrebbe giungere entro il 2040 a 1,3 miliardi. La densità media delle batterie dei veicoli elettrici sta migliorando a un ritmo fra il 5 e il 7% l’anno.

Logistica. Secondo le maggiori agenzie di previsioni sul futuro della logistica, la spedizione automatica utilizzerà big data e analisi dati per creare algoritmi e applicazioni che garantiranno l’ottimizzazione lungo i percorsi logistici (orari di ritiro e consegna, condizioni meteorologiche e flussi di traffico, capacità di stoccaggio dei magazzini) per consentire aumento di produttività, riduzione di impronta di carbonio e diminuzione del costo marginale di ogni spedizione.

Comunicazione: La rete di comunicazione sarà potenziata, con l'inclusione della banda larga universale. L'infrastruttura energetica si trasformerà per accogliere le energie solari, eoliche e altre energie rinnovabili. La rete elettrica centralizzata sarà riconfigurata in una rete digitale distribuita intelligente di energia rinnovabile Internet per accogliere il flusso di elettricità da fonti rinnovabili prodotta da innumerevoli micro centrali elettriche verdi. La transizione verso un'economia completamente digitale e la Nuova Rivoluzione Industriale si tradurranno in un salto di efficienza degli aggregati che andrà ben oltre i guadagni ottenuti dalla Rivoluzione Industriale del XX secolo. È in atto nel mondo una terza rivoluzione industriale e l'Italia se vuole andare nella direzione giusta, deve trasformare il sistema economico con la leva della rivoluzione digitale e i valori della sharing economy, come stanno facendo già molte nazioni più avanzate ed evolute.

CHE COSA SERVE PER ESSERE AL PASSO

La terza rivoluzione industriale deve essere basata su connessioni digitali e condivisione delle risorse (sharing economy), anche per salvare il mondo dal disastro ambientale. Un piano di questo tipo comprende, tra l’altro, l’impegno a digitalizzare il sistema elettrico, in modo tale che tutti possano produrre localmente energia da fonti rinnovabili. Le nuove generazioni sono già pronte a rinunciare all’acquisto di auto, a loro basta il car sharing. Non solo: le prossime auto condivise saranno sempre più spesso elettriche e stampate in 3D. E poi saranno a guida autonoma. Condivisione di energia, mezzi di trasporto, case: è la base del nuovo modello economico.

In Germania milioni di persone già producono localmente energia rinnovabile e la condividono. Questo è possibile grazie a una società sempre più connessa, all'internet delle cose, al calo del costo di chip e sensori. In alcuni posti produrre energia rinnovabile è già meno caro delle fonti combustibili e il costo tenderà a scendere mentre le aziende potranno collegarsi con un sistema energetico con costi marginali nulli.

IL RUOLO DELLE ISTITUZIONI PER LA TRANSIZIONE

Le città possono avviare servizi di car sharing con auto elettriche, come avviene a Parigi. Fare smart grid (gestione intelligente della rete) con fotovoltaico su palazzi e condividere l’energia. Possono arrivare a condividere i propri database di informazioni, per esempio su trasporto e salute. Ci sono eccellenze e un grande potenziale, ma bisogna cambiare modello economico e soprattutto nell'ambito dell'energia si è rimasti ancorati al passato. È il momento di attuare davvero una visione.

Se il nuovo modello non entrerà a fondo nella pubblica amministrazione e se si continueranno a spendere fondi per mettere cerotti alle vecchie infrastrutture della seconda rivoluzione industriale, invece di pensare a costruire le nuove, non avremo futuro.

 

Grandi problematiche socioeconomiche stanno investendo il nostro territorio, in questo quadro locale il sindacato come si sta muovendo? Lo chiediamo al segretario generale della Cgil Roberto Alosi. Iniziamo sulla problematica delle Zes.

Sappiamo che queste sono un motivo per attrarre nuovi investimenti, una leva di sviluppo per cui occorre una sinergia di volontà e soprattutto un coinvolgimento diretto degli enti locali che allo stato attuale non ci sembra né presente né adeguato. Le organizzazioni sindacali non sono state coinvolte in prima battuta e ciò è grave. Inoltre, sappiamo che le agevolazioni fiscali e previdenziali previste possono determinare un vantaggio occupazionale, ma non vediamo adeguatamente corroborato questo impegno previsto in quei 7 anni che per noi dovrebbero continuare. Fino a quando non si parla col sindacato di ciò e di un possibile arrivo di nuove aziende non si avrà un quadro chiaro. Difatti, osserviamo al contrario che ognuno si va coltivando la propria Zes. È indubbio come in altre parti del mondo dove esse sono state attivate si sono avuti grandi risultati in sviluppo e occupazione: hanno rappresentato un volano di sviluppo traducendosi in un rapporto di 1 a 4.

Sonatrach: oggi il nuovo governo algerino è contro le scelte fatte dal precedente sulla compravendita della raffineria Esso. È scoppiato lo scandalo delle bustarelle date dalla Esso per far decollare la vendita e l’attuale governo afferma che l’acquisto è stato deleterio anche se infine l'Algeria aveva bisogno della raffineria di Augusta. Ma, al di là di tutto questo, può il sindacato venire a sapere tutto solo alla fine di questi giochi?

Vero, siamo preoccupati da quello che è giunto prima e continua ancora sulla stampa dell’instabilità politica algerina. La vendita della raffineria si è consumata notte tempo e ha lasciato basito il territorio oltre al sindacato. Abbiamo esposto le nostre considerazioni alla Sonatrach, ma anche verso le altre grandi imprese presenti.

Quali?

Oramai, è assolutamente necessario la conoscenza dei loro piani industriali. Non è possibile che questo territorio venga tenuto all'oscuro rispetto ai loro progetti che riguardano l’occupazione, la popolazione e l’ambiente. I grandi gruppi presenti in zona devono proporci almeno una prospettiva quinquennale. Non possiamo più accettare decisioni prese in luoghi lontani e senza pensare ai grossi impatti che coinvolgeranno il nostro territorio a 360 gradi. Le loro scelte industriali non possono più creare tensioni sociali. Non si può continuare a essere una colonia a loro uso e consumo. C’è un grande problema che interessa sindacato, politici, confindustria e industrie mai prima sviluppato, è quello della cultura industriale che serve a tutti per avere importanti miglioramenti. Le industrie non interagiscono con l’ambiente e neppure fra esse, non si fa sistema, cosa che noi vogliamo al di là del loro luogo di provenienza, devono essere attrici protagoniste sul territorio invece di determinare una frattura insanabile con la popolazione e l’ambiente. È una contrapposizione che non serve a nessuno, paralizza potenzialità di sviluppo in questo settore economico ancora tanto importante nell’economia della provincia. L’industria non deve essere più autoreferenziale. Oramai, non possiamo più inseguire le miriadi di vertenze nella nefasta politica degli appalti. C’è bisogno di un’intesa sulle grandi questioni e chiederemo un confronto aperto con il sistema industriale, abbiamo delle proposte e riteniamo determinante delle nostre indicazioni che le industrie devono conoscere prima che si determinano situazioni ancora più negative. Il nostro è un fare diverso rispetto a prima, ma va fatto: il territorio ne ha urgentemente bisogno.

Avete forza di contrattazione?

Abbiamo ottenuto strumenti dopo analisi dei nostri centri studi e possiamo confrontarci, ad esempio, sui processi degli appalti: siamo stanchi di intervenire alla fine nelle emergenze, vogliamo interloquire direttamente con chi ha operato quelle scelte.

È stata varata dall’Ars una legge antinquinamento in cui è decisa l’applicazione del sistema Simage operante a P. Marghera dal 2007. Immediatamente, si è avuto una levata di scudi da parte di politici di varie estrazioni e della confindustria, tutti a denunciare le forti negatività su sviluppo e occupazione, ecc. Ma a Porto Marghera l’Eni e le altre imprese hanno accettato il sistema continuando anche a investire. Cosa pensa il sindacato? La sua voce, a fronte dell'esperienza di P. Marghera, non è importante se vogliamo cambiare passo e divenire un SIN migliore?

C’è da fare una considerazione di fondo: attualmente i grandi gruppi industriali, non dialogando fra loro, non fanno sistema anzi spesso sono in contrapposizione. Questo non avviene a P. Marghera. Qui potremmo avere grandi potenzialità, possedere un incubatore di impresa, invece siamo a livello coloniale con il nostro territorio che ama le tifoserie: c'è chi si mette da una parte e chi dall'altra. Il sindacato non è molto appassionato a questa querelle sull'utilizzo del Simage. Eppure, un dato è certo: l'inquinamento industriale atmosferico esiste, nessuno lo può nascondere. È il frutto avvelenato che però ha fatto il suo tempo.

Diamo atto alle multinazionali che negli ultimi tempi hanno apportato grandi miglioramenti, ma culturalmente non si è avanzati, non interagiscono con territorio. Sappiamo che sull’inquinamento acqua, aria, terra, sottosuolo abbiamo una condizione profondamente compromessa dopo tanti anni di industrializzazione pesante, quindi bisogna agire con determinazione. Nel 2008 venne firmato l'accordo di programma per il risanamento dell'area SIN dopo grandi battaglie sindacali in cui arrivammo persino a prospettare la fermata a freddo degli impianti. L’accordo portò anche a una determinazione economica con 700 milioni necessari al risanamento ambientale. Oggi occorre fare ancora di più: bisogna agganciare la transazione energetica a cui tutti guardano.

Solo facendo sistema P. Marghera è riuscita a instaurare un dialogo fra politici di tutti i partiti, popolazione e aziende con il ragionamento che bonifica significa diversificazione della vita produttiva, andare verso altri sbocchi di produzione, ma ciò in una battaglia comune positiva per tutti. In questi ultimi anni le aziende nel mondo hanno fatto grandi passi mentre qui siamo in una condizione in cui vengono espulsi, con una politica intollerabile degli appalti, centinaia di lavoratori. Occorre metterci attorno a un tavolo e ragionare con le imprese e la Confindustria che faccia il compito di cerniera. Vogliamo come sindacato dialogare con tutti, ma specialmente verso interlocutori credibili fra i rappresentanti politici e industriali.

State presentando qualcosa?

Le organizzazioni sindacali regionali e nazionali sono molto interessate alla nostra zona industriale che rimane una delle più grandi del meridione oltre a Taranto. Il governo regionale e nazionale sa che il Sud deve ripartire e ciò si deve concretizzare con investimenti. Siracusa deve essere protagonista e noi come sindacato unitario stiamo provando con l’approdare a delle conclusioni perché il tempo a disposizione per tutti è poco. Ci sono avanzamenti tecnologici che indipendentemente da noi viaggiano anni luce e noi ne siamo lontani e se non governiamo questi processi avanzati quali robotica, transizione energetica, moderna tecnologia, con intelligenza affrontandoli da subito saranno loro a governarci con grandi impatti negativi occupazionali.

È sorta la questione “coronavirus”, noi viviamo in un Villaggio globale in cui esiste un traffico continuo di migliaia di persone e merci soprattutto nella nostra realtà. Il sindacato non può non tener conto di tutto ciò. Davanti a questa emergenza come vi state organizzando?

Siamo impegnati su due fronti sia sul personale in prima linea negli ospedali e nella sanità di cui conosciamo il massimo impegno, poi ci stiamo attivando con tavoli di concertazione con Asp e altre istituzioni per tutte le conseguenze in termini d’occupazione. Abbiamo la necessità di vedere come mettere in piedi eventuale cassa integrazione. Siamo, nelle nostre aree di competenza, molto attenti e vigili. Inoltre stiamo facendo da amplificatore delle disposizioni e documentazioni che il ministero ha emesso. Comunque, il tutto va affrontato con serenità senza allarmismi che potrebbero portare a grossi danni. Bisogna avere grande senso di responsabilità perché la collettività deve ricevere le risposte più adeguate possibili su questa nuova emergenza.

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