Tutt’altra cosa che in Sicilia:l’assenza di fasi intermedie tra le ferie e la vita ripresa a pieno ritmo spiega le crisi – di nervi, emotive, di stress, depressive – che i tre quarti della popolazione affrontano

 

Ci siamo lasciati settembre, agosto – e luglio e giugno – alle spalle, il sole fra i capelli e il sale sulla pelle; i più fortunati continuano ancora a fare i fine settimana al mare, i meno fortunati sono rientrati a pieno ritmo nel trantran pre-autunnale. Quelli proprio sfigati – vedi, i parigini e/o gli italiani a Parigi – stanno affrontando il trauma di un inverno anticipato, di una pioggia battente e di nuvole grigie onnipresenti.

Ed è con ombrello sopra la testa, stivali ai piedi e cappotto di lana che si è sfidato il passaggio dalle ferie al primo settembre, giorno che ha dato ufficialmente inizio a la rentrée. Tipico concetto francese, traducibile come “il rientro”, ben lontano dalla nostra nozione di ritorno dalle vacanze, la rentrée segna un irriducibile divario tra il prima – le ferie – e un “dopo” ben definito, che debutta esattamente il primo giorno del nono mese dell’anno.

Non è facile, per un italiano, assimilare il concetto della rentrée; figuriamoci, poi, per un siciliano, abituato a immaginare settembre come il naturale prolungamento di agosto, un momento di grazia in cui le spiagge si sfollano e il mare diventa liscio come una tavola (mi contraddirete, forse, cari conterranei, che io di settembre a mare non ne faccio più da un bel po’). Ma per i francesi è diverso: per loro, il rientro non indica solo la fine delle vacanze, bensì un coacervo di impegni, di buoni propositi e di nuovi inizi.

Capiamoci meglio: anche per noi, settembre segna il debutto di un nuovo anno scolastico e lavorativo, l’esordio di nuovi progetti, il coraggio di iscriversi in palestra, in piscina o a un corso di pianoforte. Ma – differenze climatiche e autonomie ragionali complici – l’elastico temporale in cui ciascun italiano affronta i nuovi impegni si tende in maniera inedita, di anno in anno e di città in città. In Francia, invece, il Ministero dell’Educazione Nazionale definisce, con largo preavviso, ogni tappa del percorso scolastico e – va da sé – ogni stadio del cammino genitoriale e lavorativo.

Anche quest’anno, per esempio, gli alunni hanno conosciuto già, calendario alla mano, i giorni di cui disporranno per le vacanze di Ognissanti (due settimane), di Natale (altre due settimane), vacanze d’inverno (ancora due settimane, bianche si suppone), vacanze di primavera (si chiamano davvero così e sono, ancora, di due settimane); fino alle vacanze estive. E tutte le date sono già stabilite, di anno in anno, fino al 2018!

Con un anno scolastico così impostato, è chiaro che sono i genitori a dover programmare le proprie attività, ludiche o lavorative che siano. Organizzazione è la parola d’ordine del genitore modello francese.

Se questa precisione sia o meno legata all’abuso che si fa della parola e del concetto di rentrée, rimane dubbio. Sta di fatto, comunque, che a partire dal primo settembre non si può non avvertire, in maniera forte, il cambiamento che si produce nel tenore di vita del parigino medio.

Innanzitutto, la città – svuotatasi nel corso dei mesi estivi – si ripopola; spuntano come funghi, attaccati ai pali e ai muri della città, miliardi di annunci: corso di pianola, corso di teatro, super palestra nuova di zecca, ripetizioni a domicilio di SVT (scienze della vita e della terra: l’abbreviazione serve a rendere più simpatica la materia, forse). Anche i negozi ne approfittano: gli sconti e le offerte “speciale rentrée” fanno concorrenza ai saldi estivi. Nuovi punti vendita vengono inaugurati, nuove pubblicità sponsorizzano delle “edizioni limitate rentrée”.

Ma settembre a Parigi non è stato solo un’occasione per iscriversi a un corso di tango rimandato da tanto o per prenotare l’appuntamento dal dentista che rientra dalle ferie: in realtà, la rentrée è uno status mentale. Se, ad esempio, vi siete avventurati a chiedere a un parigino cosa pensasse di fare della propria vita e del proprio tempo, ipotizziamo, il 25 di agosto, il malcapitato avrà risposto: «Vedremo, alla rentrée».

Se avete cercato di ottenere un’informazione/un certificato/un appuntamento/un colloquio, ipotizziamo, il 27 di agosto, sarete stati gentilmente rinviati all’inizio de la rentrée.

È come se il passaggio dal 31 agosto al mese successivo segnasse un transito da e verso un’altra dimensione; e quest’assenza di fasi intermedie tra le ferie e la vita ripresa a pieno ritmo spiega le crisi – di nervi, emotive, di stress, depressive – che i tre quarti della popolazione affrontano. Non è un caso che la pubblicità che più fa concorrenza a quella delle “sale di sport” di nuova apertura, sia quella di un medicinale, surrogato di sedativo contro le forme d’ansia e di stress.

Niente mare nei weekend, nessuna accettazione zen della fine graduale dell’estate: in Francia, si parte in quinta per l’inizio del nuovo anno. L’anno scorso, io sono partita in vacanza proprio a cavallo fra agosto e settembre; quest’anno, le ferie non le ho viste neanche con il binocolo in nessuno dei mesi estivi e neanche in quelli autunnali le vedrò. Insomma, sono rimasta immune alla sindrome da rentrée. Non posso dire lo stesso dei musi lunghi che condividono con me la vita in questa città.

Quanto manca alle vacanze di Ognissanti?