Il nome Eurialo, più adatto al Poggio del semaforo che alla fortezza dionigiana, potrebbe derivare da ερί-άλος: ερί è prefisso accrescitivo che serve a rafforzare il significato di una parola, ed equivale a molto o arci; άλος è il termine dorico che indica il chiodo o la borchia.

 

Il fatto. Con la guida del sig. Marco Monterosso e la collaborazione di altre voci narranti (di Angelo Abela, Angelo Bedogni, Giulio Scariolo e Samuele Calleri), coordinate dall’attore-regista Agostino De Angelis, si sono recentemente svolte inconsuete visite guidate presso il poggio di Belvedere, detto dai siracusani “Semaforo” e, con nome dialettale, ancora ricordato dagli anziani del circondario, “Pitollu”. Presentatore dell’iniziativa, organizzata dalle associazioni Extramoenia e Archèo Theatron, il sig. Marco Scuotto. Troviamo lodevole l’iniziativa, frutto, ci viene precisato, di impegno del tutto volontario. Circa i contenuti, ci potrebbe essere altro da aggiungere a quanto ci viene indicato. Il piccolo edificio del Poggio, sormontato da una torretta, rimane ermeticamente chiuso e non accessibile ai visitatori. Peccato! Vi si potrebbe forse allestire una mostra permanente di ricostruzioni in scala delle fortificazioni dionigiane e del loro probabilissimo avamposto: il vero castello Eurialo.

Il monumento oggi osservabile. Ciò che oggi è dato vedere sul sito non è interessante di per sé: una costruzione del 1889 (come si evince da una targa) sormontata da una torretta, che ospitava, sino al 1955, il semaforo con cui la postazione militare dialogava con le navi in transito e in avvicinamento ai porti di Augusta e Siracusa, attraverso segnalazioni luminose, lunghe o brevi, che consentivano l’uso dell’alfabeto Morse. Dal 1955 la disponibilità di tecnologie radio più moderne ha reso obsoleto il semaforo, lasciando inutilizzato il sito, anche se esso ha continuato ad ospitare un custode per qualche tempo ancora. Esso è area demaniale, circondata da aree comunali. Per renderlo accessibile al pubblico occorrono, spiega il sig. Marco Monterosso, autorizzazioni non difficili da ottenere ma anche una fidejussione (di modesto importo) a copertura dei rischi dei visitatori. Il sito del semaforo, auspica il sig. Monterosso, potrebbe essere inserito in un percorso turistico di circa un’ora, che potrebbe comprendere anche il rilievo detto “Calvario” coi lavatoi in pietra e con ciò che resta di un eremo. Poca roba, comunque. A nostro modesto avviso.

Di per sé il Poggio è oggi soltanto ed esclusivamente un… belvedere, da cui l’occhio spazia per 360 gradi sul territorio circostante, un luogo naturalmente panoramico.

Alla ricerca del senso perduto. Il Poggio doveva avere in passato anche un indubbio valore strategico, ben evidenziato da Sergio Caciagli: lo studioso fa notare che dall’altezza delle rovine dionigiane del Mongibellisi (toponimo arabo che indica l’istmo tra l’Epipoli e Belvedere), cioè da quello che oggi viene definito (impropriamente) castello Eurialo, «una nave nemica in avvicinamento poteva essere avvistata […]circa cinque ore prima che prendesse terra nei pressi dell’odierna Marina di Melilli». Mentre «una vedetta posta a Belvedere, nel posto occupato oggi dal semaforo della Marina (m 188 s.l.m.), l’ avrebbe avvistata quasi con un’ora di anticipo, ossia sei ore prima dello sbarco».

A tale considerazione lo studioso associa anche alcune riflessioni sul termine Eurialo, che in greco significa “borchia, chiodo dalla grossa capocchia” «nome che ben si adatta all’altura di Belvedere, colle sul quale la Marina italiana costruì un semaforo per le segnalazioni […]. Occorre anche ricordare che nell’antichità erano di primordiale importanza le comunicazioni ottiche che abbisognavano di punti elevati per i fuochi, fumate e specchi allora utilizzati».

Per le suddette ragioni il Caciagli (ultimo solo in termini di tempo) elenca una nutrita schiera di studiosi che già prima di lui hanno identificato l’Eurialo con il Poggio di Belvedere. Ed altri che, in modo meno convincente, hanno attribuito il nome Eurialo «alle rovine più ad oriente, su un rialzo del terreno che allora era detto Mongibellisi». Tra i componenti della seconda schiera egli annovera «Adolfo Holm, Saverio e Cristoforo Cavallari. Questi tre ultimi, famosi archeologi, nella “Topografia Archeologica di Siracusa” consacrarono definitivamente come “Castello Eurialo” le rovine del Mongibellisi, dette “i castiddazzi”». Sbagliando! Egli invece ritiene «del tutto plausibile», anzi «sicura l’esistenza di un castello, appunto il Castello Eurialo, sul colle di Belvedere».  Il suo discorso ci appare convincente.

Alla denominazione del castello dedica il quarto capitolo del suo pregevole libro (Il Castello Eurialo nella storia e nell’arte) Luigi Mauceri. L’autore si inchina all’autorità degli studiosi che considera più accreditati (Holm, Freeman, Shubring, Saverio e Cristoforo Cavallari) e ad essi attribuisce il merito di aver fatto entrare «in una fase veramente scientifica» gli studi sul castello. Accetta quindi (soggiacendo al principio di autorità) che il nome Eurialo sia attribuibile alle rovine del Mongibellisi, ma conclude scrivendo: «devesi supporre che tutto il colle fra Mongibellisi e Belvedere abbia preso il nome di Euryalos dalla forma del caratteristico poggio ad esso sovrastante, e che il castello fatto costruire da Dionisio, nella parte più stretta di quel colle, per sbarrare l’accesso alla Epipole, sia stato chiamato successivamente con quel nome». Con salomonica sapienza Mauceri, senza tentare di sconfessare gli studiosi più autorevoli, trova il modo di conciliare il buon senso con la veritàda essi professata: egli ammette che il nome originario di Eurialo sia da riconoscere al Poggio di Belvedere; ipotizza che tale nome sia stato poi esteso a tutta l’altura tra il Poggio Eurialo e la fortezza dionigiana e accetta pacificamente che quest’ultima abbia successivamente mutuato tale nome. Ci sta bene. Ci convince. Sintetizziamo il processo dicendo che ci sarebbe stata, in un primo momento, una estensione del nome Eurialo (dal Poggio a tutta l’area attigua che arriva a comprendere la fortezza dionigiana) ed una successiva specializzazione semantica, che avrebbe limitato alla sola fortezza tale nome.

Un procedimento analogo ci sembra di cogliere nella evoluzione di un termine che ha prodotto il nome dialettale del Poggio (oggi dialettofobicamente definito Semaforo). Con esito inverso: ovvero con la riduzione semantica del termine a toponimo e con l’assegnazione di esso al solo Poggio.

Il rilievo del Poggio è noto agli anziani di Floridia e del circondario come “u Pitollu”. E non è affatto vero che al nome del sito si associ alcun connotato spregiativo, come credono alcuni siracusani. Solo quando “pitollu” è riferito metaforicamente a persona robusta e di alta statura ma disutilaccia (longuammàtila) il termine acquista connotati ironici e spregiativi. Desumibili solo dal contesto espressivo. “Pitollu” sembra invece costituire quasi il nome proprio (in uso sino a tempi recenti) di quel rilievo orografico, che segna la mèta verso cui convergono le principali arterie viarie che da ogni angolo dell’entroterra conducono verso Siracusa. Il quasi-toponimo “Pitollu”ha sicuramente a che fare con la terminologia militare: potrebbe derivare, infatti, dal termine greco πίτυλος, il cui dativo era πιτύλ. Il suo contenuto semantico comprendeva: “movimento violento, impeto, assalto, aggressione, esercitazione militare poliorcetica; colpo di remi assestato da più persone coordinate; movimento cadenzato o continuo…”. E l’espressione ένί πιτύλstava a significare: “tutti insieme coordinatamente”.

Il nome Eurialo, più adatto (come bene hanno intuito il Caciagli ed altri prima di lui) al Poggio del semaforo che alla fortezza dionigiana, potrebbe derivare da ερί-άλος: ερί è prefisso incrementativo o accrescitivo che serve a rafforzare il significato di una parola, ed equivale pressappoco a molto o arci; άλος è il termine dorico che indica il chiodo o la borchia, ed è una variante di ήλος. Ma forse potrebbe derivare da ευρυήλος, di identico significato, poiché ευρυ (da εύρος = ampiezza) è prefisso che vuol dire “ampio, spazioso, vasto”. In altri termini, ευρυ-ήλος stava a significare “grossa borchia, grosso chiodo o arcichiodo”. Entrambe le etimologie possibili (molto simili) confermano che il nome non appare per nulla appropriato alla fortificazione dionigianada cui si diramano le mura della città. Il nome Eurialo appare invece estremamente appropriato al rilievo naturale, distante circa un chilometro, sormontato oggi dall’edificio chiamato “il semaforo”, verso il quale convergono tutte le vie provenienti dall’entroterra.

Il vero Eurialo era dunque, con ogni probabilità, quel poggio dalla forma di grossa borchia puntata verso il cielo, sulla quale doveva sorgere una torre di avvistamento, utilizzabile all’occorrenza, anche come torre di segnalazione: sarebbe bastato accendere un fuoco su quel poggio svettante per rendere una fumata ben visibile a tutti i contadini del territorio oltre che ai cittadini. E per chiamarli in tal modo ένίπιτύλῳ, cioè “tutti insieme coordinatamente alle armi” per la sperimentazione di tecniche poliorcetiche (cioè di assedio) e di difesa della città.

Accorrere tutti assieme al Pitollo (πιτύλῳ o ένίπιτύλῳ)doveva costituire quasi una sorta di parola d’ordine e doveva significare l’impegno di rispondere a quel segnale o a quella chiamata alle armi per l’esercitazione o per fronteggiare un pericolo reale. Nulla di più facile che il termine indicante lo scopo della chiamata al πιτύλsia stato poi attribuito come nome al rilievo presso il quale si doveva accorrere per partecipare alle operazioni militari poliorcetiche, che si svolgevano certamente nello spazio tra quell’avamposto-torre-osservatorio e la fortezza-porta della città. Ai familiari che rimanevano a casa o nei campi gli uomini validi indicavano che si recavano al πιτύλῳ, magari mostrando col dito il rilievo verso il quale dovevano accorrere. Ed esso probabilmente trasse il suo nome dialettale da tale termine, con evidente slittamento semantico.

In dialetto il rilievo in questione e la costruzione militare che lo sormonta (identificabile a distanza come una torre sormontata da una torretta) vengono chiamati “u pitòllu”. Nel Vocabolario Siciliano di Piccitto e Tropea (III vol.) “pitollu” viene spiegato come trottola grossa a forma di pera e anche, come persona grassa, alta e poco intelligente. È evidente che il significato spregiativo, attribuito a persona, è dovuto ad uso metaforico del termine. Trottola, borchia, chiodo dalla grossa capocchia sono tutti concetti che in qualche modo sembrano perfettamente riferibili alla morfologia del rilievo naturale in questione. In altri termini,“pitollu” (che inizialmente indicava le esercitazioni militari poliorcetiche che si che era chiamati a svolgere presso lo spazio sito tra il castelletto che doveva sorgere sul Poggio e il Castello Dionigiano) passò a significare, per slittamento semantico, il Poggio stesso, divenendone il toponimo e passando ad esprimere esattamente l’immagine di un rilevo conico simile a quella insita nel nome originario:Eurialo. E quest’ultimo, venuta a mancare la coscienza del suo contenuto semantico originario (di borchia), è stato erroneamente appioppato ai “castiddazzi”, cioè alle rovine del monumentale ingresso urbico trasformato in fortezza dagli architetti dionigiani.

Quando questo poté accadere? In un periodo in cui il significato del termine descrittivo ερί-άλος o ευρυήλος non poteva più essere colto nel suo significato originario o etimologico, a tal punto da essere considerato un mero nome, attribuibile indifferentemente ad una fortezza o anche ad una persona, come quel famoso Eurialo, indimenticabile personaggio dell’Eneide virgiliana. Mirabile situazione, che si potrebbe sintetizzare con un titolo ad effetto: i castelli dai nomi incrociati.

La proposta della Civetta. Poiché lo spazio attiguo al poggio del semaforo è di proprietà pubblica, non ci sembra impossibile (ma anzi opportuno e raccomandabile) che una più agevole via di accesso sia realizzata proprio a partire da tale area. In tal modo si potrebbero inserire nell’itinerario anche i modesti manufatti sopra citati. Ma la visita al vero Eurialo dovrebbe soprattutto rivelare all’intelligenza dei visitatori ciò che non è più visibile all’occhio comune. Ben più che la semplice storia del recente ed effimero semaforo! E dovrebbe costituire una necessaria appendice della visita al complesso edificio, oggi detto Eurialo, che raccorda le prodigiose quanto inefficaci mura dionigiane, che, dipartendosi da esso, arrivarono a cingere totalmente le Siracuse (al plurale!) e l’isola di Ortigia, senza però riuscire a impedire ai romani comandati da Marcello di penetrare nella città assediata. Siracusa invece era riuscita a resistere all’assedio delle truppe ateniesi che avevano effettuato la famosa spedizione in Sicilia nel 415-413 a.C. Eppure allora le fortificazioni, che pure già esistevano (come attesta Tucidide) dovevano essere ben poca cosa rispetto a quelle posteriori, di cui ammiriamo stupefatti le rovine. Tragica ironia della storia! Dovrebbe insegnarci che le opere d’ingegneria possono arginare i fiumi, ma non altrettanto facilmente il corso delle vicende umane. Ma questa è un’altra storia.

Quelle fortificazioni, imponenti quanto inefficaci, forse potrebbero tornare utili adesso come risorse culturali da valorizzare. Purtroppo l’attuale fauna politica presenta esemplari che puntano ad un eccessivo sfruttamento economico di siti archeologici (consentendone usi inappropriati) ed altri che abbandonano all’incuria tali siti, ottusamente convinti che il patrimonio culturale sia un retaggio improduttivo. Altri ancora (ahinoi!) sono convinti che bisognerebbe affidare tale patrimonio a privati. O tempora! I cittadini volontari fanno quel che possono. Modestamente. E lodevolmente.