Operare in armonia con i processi ecologici essenziali della natura non esprime arretratezza scientifica e tecnologica bensì significa operare per la sopravvivenza del pianeta. E’ ormai indispensabile riconoscere l’impatto delle nostre scelte e dei nostri consumi sugli altri popoli, sulle altre specie e sulle generazioni future

Non prendere più del necessario” così asserisce Vandana Shiva nel  saggio “Il bene della Terra”. Ogni volta che adottiamo un sistema di produzione o consumo che richiede più di quanto non generi compromettiamo lo spazio ecologico di altre specie o di altri popoli, mettendo a rischio il nostro futuro.

Si è rotta la ricerca di un equilibrio e l’interazione reciproca tra il dare e l’avere – sostiene l’economista-ecologista indiana - l’accaparramento e l’avidità hanno generato espressioni di violenza, di sopraffazione e di egoismo; la monocultura e la polarizzazione economica introdotte dalla globalizzazione hanno apportato il sovvertimento di norme, valori e tradizioni e si assiste alla comparsa di ideologie ed identità negative ed esclusiviste, a mancanza di prospettive e a comportamenti generati dall’odio e dalla disperazione. Per far fronte alle crisi economiche, ecologiche e sociali provocate dalla globalizzazione, occorre introdurre un nuovo modo di pensare e vivere questo pianeta.

Dovremmo innanzitutto adottare una visione universale improntata ad identità positive e alla consapevolezza di appartenere ad un’unica famiglia terrena e ad un percorso evoluzionistico comune e di un unico futuro. Le culture che valorizzano la vita si fondano su questo binomio di identità locali ed universali e si traducono in forme di comportamento vitali, costruttive, in grado di riprodursi nel tempo. Le culture di vita traggono sostentamento dalla vitalità stessa del pianeta e dalla comunità che lo popola.

Questa concezione non ci riduce al ruolo di semplici consumatori, ma ci “definisce”  come esseri viventi dotati di una consapevolezza planetaria,  in grado di riconoscere l’impatto delle nostre scelte e dei nostri consumi sugli altri popoli, sulle altre specie e sulle generazioni future. Se la cultura è improntata a una visione democratica della globalità, ridefinisce l’oggetto e le modalità di produzione e di consumo;  la cultura  e  l’economia  si condizionano così positivamente e reciprocamente. 

La tutela dell’ambiente  e il conseguimento di uno sviluppo economico effettivo non operano in contrapposizione, ma entrano così in sinergia. Sviluppo economico effettivo non deve essere inteso esclusivamente come processo di accumulazione del capitale, bensì come un modello che tenga conto dell’esaurimento della fertilità del suolo, delle risorse idriche e della diversità genetica. Inseguire il miraggio di uno sviluppo senza fine significa creare un alto livello di instabilità ecologica come dimostrano le crisi ecologiche innescate dal disboscamento delle foreste a scopi commerciali, dall’irrigazione senza criteri, dalle monocolture e dalla pesca intensiva. L’ideologia e la retorica del progresso viene utilizzata per legittimare ogni forma di speculazione, di aggressione e di sovrasfruttamento.

 

 I movimenti ecologisti contemporanei insistono, invece, nel ribadire  i concetti di equilibrio e stabilità che però non vanno confusi (come lo sono spesso e strumentalmente) per stagnazione. Operare in armonia con i processi ecologici essenziali della natura, non significa essere arretrati, da un punto di vista scientifico e tecnologico, bensì più progrediti in quanto si opera per la sopravvivenza del pianeta.