Da anni a Cavadonna, con colloqui di gruppo gestiti da esperti, si operano percorsi di cura. L’esperimento di Siracusa esportato anche nella casa di reclusione megarese con promettenti risultati positivi

 

Nei precedenti servizi, abbiamo parlato delle iniziative che riusciamo a svolgere al carcere di Augusta, ai momenti di svago, di socializzazione e tentativi di reinserimento sociale, ai lavori di pubblica utilità. Purtroppo occorre anche dire che nella casa di reclusione, luogo dello Stato, si vivono momenti di grande disagio e di sofferenza. Per esempio, non tutti i detenuti, nella realtà dei fatti, godono di parità di trattamento e di accesso ai servizi collaterali e di sostegno. E non mi riferisco a categorie particolari come i sottoposti al regime del 41 bis o di quelli del circuito cosiddetto di alta sicurezza (per i quali una diversità di trattamento è imposta dalla necessità di evitare proselitismi o di circoscrivere i contatti con l'esterno per scongiurare il mantenimento di una leadership criminale).

Penso alle sezioni cosiddette protette, quelle con detenuti che per vari motivi hanno difficoltà di convivenza con altri detenuti e quindi, a causa del regime di separazione, hanno meno opportunità di accesso ad attività istruttive lavorative, formative. Si tratta di categorie guardate con diffidenza dagli altri detenuti come ex appartenenti alle forze dell'ordine, piccoli collaboratori, parenti di appartenenti alle forze dell'ordine, familiari di collaboratori. E poi ci sono i “sex offenders”, detenuti che hanno commesso violenze sessuali o pedofili, la categoria in assoluto più difficile da trattare in quanto fortemente osteggiati dagli altri detenuti, perché su di loro pesa un pesantissimo giudizio ed una particolare riprovazione sociale. Molto spesso anche gli operatori manifestano evidenti difficoltà a rapportarsi con loro.

La legge stabilisce per questi reati alcuni inasprimenti di pena e maggiore difficoltà di accesso alla maggior parte dei benefici previsti dalla legge Gozzini. Cosa fare, dunque, per questi casi? Buttare via la chiave? Spesso, nei convegni o in sedi di dibattito, capita che persone meritoriamente impegnate nella lotta alla pedofilia, di fronte ad ipotesi di trattamento penitenziario affermino:  "io sono dalla parte dei minori” ...E chi non lo è? Aggiungiamo noi. Solo che un fenomeno riprovevole per quanto sia, una volta definita la sanzione, va comunque esplorato e vanno poste le basi perché si riduca o si cerchi di scongiurare la recidiva.

Ed è, questo, un nuovo fronte su cui dirigenti di istituto e operatori sociali hanno deciso di impegnarsi. Infatti, da qualche anno nel carcere di Siracusa è stato avviato un esperimento di cura della pedofilia attraverso colloqui di gruppo condotti dalla capo area educativa e da una psicologa, attraverso varie tappe. Le prime, delicatissime, consistono nel fare ammettere la commissione del reato (il pedofilo molto più dei detenuti per altri reati nega, sposta la colpa) e nel riconoscerne poi la gravità. Da qualche mese si sta cercando di esportare questo esperimento nella casa di reclusione di Augusta con promettenti risultati positivi. L'esperienza di Siracusa ha inoltre portato alla stesura e alla pubblicazione di un saggio, “Il tarlo e la quercia. Strategia di cura di un pedofilo” di Felicia Cataldi e Teresa Tringali – Edizioni Psiconline.

Anche in queste occasioni, in entrambi gli istituti per sopperire alla mancanza di risorse pubbliche si è fatto ricorso a contributi esterni: un finanziamento concesso da una fondazione (nell'anno 2014 per Siracusa e nel 2015 per Augusta). Per questi tipi di interventi, la normativa, ben pensata,prevede il rafforzamento dei presidi psicologici per i detenuti che hanno commesso questo tipo di reati. Solo che a differenza di quanto sosteneva il generale De Gaulle, quando affermava che alla decisione politica seguiva l'azione amministrativa, da noi spesso alla volontà legislativa non seguono le risorse.

L'obiettivo che si vuole raggiungere con gli sforzi che comunque vengono fatti presso il carcere di Siracusa, quello di Augusta e in altre esperienze pilota, è quello di evitare, una voltà scontata la pena, la recidiva. Occorre quindi un lavoro molto profondo che parte dal vissuto delle persone che hanno commesso abuso (e che a loro volta in alcuni casi sono state in precedenza abusate). Non per attuare dei "perdonismi", ma per coniugare alle sanzioni una dovuta azione riabilitativa.

Direttore Casa Circondariale di Augusta