Una sindrome che, soprattutto nei visitatori asiatici, nasce dalla frantumazione di un sogno. Parigi non è solo la Tour Eiffel, il Louvre e Notre-Dame ma, come in molte metropoli, per le strade e nei luoghi affollati “lavorano” i borseggiatori e si vede molta sporcizia


Si chiama "sindrome di Parigi" e ad esserne colpiti sono, soprattutto, i turisti giapponesi che affollano la città. Aver bisogno di un supporto psicologico dopo aver visitato la Ville Lumière è quello che accade ad alcuni asiatici. Difficoltà da rientro?, direte voi. Mancanza della Gioconda? Astinenza da Tour Eiffel? Irrealizzabile sogno di installarsi, vita natural durante, sulla collina di Montmartre? Nulla di tutto ciò.

La sindrome in questione, in realtà, non è legata alla voglia di espatrio nel mondo occidentale, quanto alla frantumazione di un sogno. Il principio è semplice: Parigi, capitale della Francia, cuore del romanticismo europeo (detiene il primato, nonostante Praga o Roma siano altrettanto affascinanti), meta ideale dei viaggi di nozze o dei viaggi in coppia, simbolo dell'amore (quello libertino del Moulin Rouge o quello sempiterno dichiarato lungo i bordi della Senna), rappresenta un sogno per molti nuovi ricchi: i giovani asiatici.

Questi ultimi, a differenza dei loro equivalenti russi, brasiliani o indiani, si trovano assolutamente impreparati vis-à-vis alla realtà occidentale. Di Parigi conoscono solo gli aspetti romantici, fiabeschi, "disneyiani" e, in molti casi, visitano la capitale francese dopo aver visitato soltanto quella nipponica e come unica meta europea.

Il risultato è scontato. Parigi non è solo la Tour Eiffel, il Louvre e Notre-Dame. Come tutte le capitali, conosce la povertà: metro e marciapiedi sono disseminati di quelli che vengono chiamati, con un eufemismo politically correct, i Senza Dimora Fissa. Come tutte le metropoli, conosce la criminalità: borseggi e truffe di vario genere impongono di tenere gli occhi aperti, non solo per ammirare i monumenti. Come tutti le capitali degli stati occidentali (e non solo: Dubai docet), conosce la multiculturalità e lo stereotipo del francesino doc baguette sotto l'ascella e basco sopra la testa – è, oramai, più un elemento di folklore che un'immagine della realtà.

Una parte della colpa risiede anche nella pubblicità che, in Giappone, rappresenta Parigi come un luogo popolato da modelle e modelli, vestiti con abiti di alta moda, altruisti e disponibili, soprattutto verso turisti e stranieri. I cinesi, dal canto loro, pur avvezzi alla criminalità, non si capacitano della sporcizia che imbratta le capitali europee: gettare per terra i mozziconi di sigaretta (se ne contano a tonnellate, ogni anno, solo a Parigi) è considerato assolutamente impensabile negli stati asiatici. Basti pensare che a Hong Kong, grazie al prelevamento del DNA dalle cicche e dalle chewing-gum, vengono ricreati gli identikit degli inquinatori per poi affiggerli lungo i muri delle strade in una sorta di plateale umiliazione. Vi sono, infine, peculiarità culturali di difficile interpretazione e accettazione per noi europei: in Giappone, non si contraddice mai il proprio interlocutore né lo si interrompe; in Cina, è considerata una forte maleducazione rispondere più volte negativamente. 

Insomma, vale la pena di precisare che i parigini (francesi da generazioni o neo-installati) sono, in media, più in sovrappeso degli asiatici filiformi e che non vanno in giro ricoperti di fringues Chanel e Gaultier? O che non si mostrano affatto disponibili nei confronti di chi non riesca ad articolare in maniera perfetta la "erre moscia" e di chi, magari perso nei meandri della metro, intralci il loro passo da podisti? 

È con il cuore spezzato e, molto spesso, il trauma di un furto che gli asiatici tornano nelle loro dimore. In particolare, sono le vittime preferite di gruppi di gitane che, nell'ordine: tentano di vendere ramoscelli verdi, mentre predicono loro il futuro; chiedono "do youspeakenglish?" e supplicano di firmare una petizione, mentre cercano di sfilare dalla borsa cellulare o portafoglio; fingono di ritrovare per terra un anello d'oro, molto simile a una fede, alla ricerca di una ricompensa o di un momentaneo spaesamento del loro interlocutore.

Tachicardia, sensazione di stordimento, sudorazione, vertigini, paranoia e sentimenti di persecuzione, fino a vere e proprie allucinazioni: questi i sintomi della sindrome. A nulla servono gli annunci, ripetuti in cinese, inglese e giapponese dagli altoparlanti delle metropolitane, che mettono in guardia dai borseggiatori o dai venditori di frodo dei biglietti. A nulla serve la messa in guardia dei tour operator, non appena si atterra in territorio straniero.

L'ingenuità che si legge negli occhi degli asiatici è commovente. E fa sentire noi occidentali come gente vissuta, maliziosa, esperta e malpensante. Non rischiamo di essere affetti dalla Paris Syndrome, ma - la domanda sorge spontanea - non è che viviamo in una società più marcia di quello che sembra?