La mancata bonifica farà aumentare la strage anche nel prossimo futuro. La legge 10 del 2014, che in tre anni doveva risolvere il problema, si è rivelata una mega balla. Sulla Regione pende la procedura d’infrazione UE per la mancata spesa di 17 milioni di euro destinati alla mappatura 

 

Una storia senza fine quella dell’amianto; dal 1992 una serie di leggi e decreti stabiliscono - oltre ai risarcimenti per i lavoratori esposti al minerale killer - mappature, censimenti, bonifiche, che poi regolarmente non si fanno, o si fanno solo parzialmente.

Nel 2004, dalla Conferenza Nazionale Italiana Non Governativa sull’amianto, alla quale partecipavano esponenti del governo, dell’Istituto Superiore di Sanità e una molteplicità di altri soggetti, scaturì l’indicazione che tutto l’amianto esistente in Italia fosse smaltito entro il 2014.

Smaltire presuppone personale delle ASP e di comuni e province impiegato a tempo pieno per attuare il censimento dell’amianto diffuso in tutto il territorio; cioè, risorse economiche dedicate. Questo è un primo ostacolo che ridimensiona l’operazione; un altro è la mancanza di volontà politica: i dieci anni sono trascorsi senza risultati soddisfacenti.

L’amianto in Italia nei primi anni di questo secolo è ancora tanto: almeno 2 miliardi di metri quadrati di coperture in eternit; dati risalenti a qualche anno fa parlano di 30 milioni di tonnellate di cemento-amianto; la quota siciliana è di circa 2 milioni di tonnellate. Conoscerne l’esatta ubicazione, farne una mappatura adeguata, mettere in atto progetti di bonifica e di smaltimento richiede impegni seri e non proclami. Non è un caso che ad essere attive sono soprattutto le ecomafie, che smaltiscono clandestinamente questo e tanti altri materiali tossici e nocivi; un’attività criminale florida, che seppellisce in cave, antiche miniere, nei forni di laghi e mari, o addirittura all’interno di insospettabili cantieri edili, il pericoloso minerale. Per il resto è tutto uno smaltimento fai da te di cui sono testimonianza le mini discariche disseminate a migliaia per campagne, contrade e periferie.

Nascono anche aziende specializzate nello smaltimento, nel trasporto, nello stoccaggio; le leggi cambiano, sono contraddittorie, creano problemi allo smaltimento legale; favoriscono l’inerzia della politica e l’inefficienza della pubblica amministrazione.

La bonifica delle aree contaminate da amianto e lo smaltimento di tutti i manufatti disseminati nel territorio avrebbe permesso l’avvio di un circolo virtuoso di attività lavorative, tra piani di smaltimento, asportazioni, trasporto e stoccaggio; soprattutto se si fosse ascoltata la direttiva CEE 91/156 che raccomandava, all’art. 5, che “l’amianto va smaltito il più possibile vicino al luogo ove è prodotto”. Una indicazione motivata soprattutto dal bisogno di evitare lunghi viaggi al materiale, con possibilità di dispersione delle fibre di amianto lungo il tragitto. Quindi, piccole discariche comunali, modesti investimenti, possibilità per i comuni di gestire in proprio le operazioni di bonifica, grazie alla conoscenza del territorio. 

Ma la situazione è sotto gli occhi di tutti: poche le società in regola per raccogliere il cemento-amianto e per trasportarlo; pochissime le discariche autorizzate; intere province ne sono prive. La situazione siciliana è disastrosa. Tanto che, nel 2013, l’Unione Europea iniziava la procedura d’infrazione verso la Regione Sicilia (e la Calabria) per la mancata spesa di 17 milioni di euro destinati alla mappatura della presenza di amianto. 

La storia è sempre quella dell’incapacità a spendere i soldi; ma in questo caso con un risvolto estremamente grave: quella mancata spesa prolunga all’infinito un rischio per la salute pubblica. Ancora oggiAggiungi un appuntamento per oggi sono circa 3000 l’anno i decessi per tumore da amianto; dal 1993 al 2008 sono stati 16.000; adesso le morti sono in aumento perché siamo entrati nella fase di picco dei tumori, dato che il tumore da amianto (mesotelioma pleurico) ha una incubazione media nel nostro corpo di circa 25 anni. In Sicilia muoiono ogni anno più o meno 400 persone, individui che hanno subito una esposizione tra la fine degli anni ottanta e la prima metà degli anni novanta, più o meno nel periodo in cui cessava l’utilizzo industriale dell’amianto. La mancata bonifica del territorio farà aumentare la strage anche nei prossimi anni.

Un centimetro lineare può contenere 250 fili di capelli, 1300 fibre di nylon e ben 335.000 fibre di amianto. Sono miliardi di miliardi le fibre di amianto che ancora inquinano l’aria che respiriamo.

Dopo la minaccia dell’UE in Sicilia è iniziata la corsa a tamponare il disastro. Tre parlamentari hanno approntato un decreto legge, poi diventato legge il 29 aprile 2014, la n. 10, pubblicata il 9 maggio successivo sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana: Pippo Gianni di Siracusa, Giuseppe Federico di Gela e Giorgio Assenza di Comiso.

Si è subito parlato di legge “rivoluzionaria”, secondo l’accezione che di questo termine ha fatto il governatore Crocetta; intitolata “Norme per la tutela della salute e del territorio dai rischi derivanti dall’amianto”, stabilisce che entro tre anni in Sicilia ogni manufatto in cemento amianto dovrà essere smaltito. Istituisce un Ufficio Amianto presso la Protezione Civile e un Registro regionale dei lavoratori esposti presso l’Assessorato regionale al lavoro e alla famiglia; individua nell’Ospedale Muscatello di Augusta il centro di riferimento regionale per la prevenzione e la cura delle patologie amianto correlate; prevede contributi per le spese sanitarie e socio-assistenziali per i soggetti affetti da malattie derivanti dall’esposizione all’amianto; individua contributi per i Comuni (20 milioni di fondi comunitari più 1 regionale); prevede che entro 18 mesi venga effettuato il censimento delle zone a rischio, con l’istituzione di un registro pubblico; definisce sanzioni per gli impiegati delle ASP e dei Comuni che non faranno il loro dovere per l’attuazione della legge; annuncia la creazione di un portale informatico, ecc. Ma soprattutto prevede che entro il termine di tre anni l’amianto in Sicilia non solo verrà bonificato, ma addirittura trasformato in risorsa economica da impiegare nell’edilizia.

Questa legge può essere considerata a tutti gli effetti una Mega Balla. A cominciare dall’annuncio della bonifica in tre anni. Anziché puntare su procedure decentrate e come tali realizzabili con risorse basse e probabilità alte, come ho detto sopra, si punta su un improbabile impianto centralizzato che dovrebbe bruciare ad altissima temperatura i manufatti contenenti amianto, separando e cristallizzando il minerale killer; una procedura ancora in fase sperimentale, per la cui ricerca oltretutto scarseggiano i fondi; un sistema che costerà quasi quanto una centrale nucleare, ammesso che venga mai realizzato, e non certo da qui a due anni.

Una legge velleitaria, destinata non solo a gettare fumo negli occhi a tutti gli interessati, a stressare dirigenti e dipendenti di ASP e Comuni, ma soprattutto ad alimentare quel mercato delle richieste di benefici previdenziali per gli esposti che ha fatto la fortuna di numerosi avvocati, diversi dei quali si sono letteralmente arricchiti promettendo risarcimenti e prepensionamenti improbabili ad un popolo di ricorsisti tra i quali i veri esposti all’amianto sono una minoranza. Ma questa legge alimenterà anche il mercato delle radiografie, quello del consenso politico, e con molta probabilità i tempi perentori che annuncia salteranno tutti (il primo anno è già trascorso).

Credo che i cittadini, in quanto soggetti potenzialmente esposti, devono autorganizzarsi ed esigere che le bonifiche si svolgano a livello locale e sotto il loro controllo, con un’attività di raccolta porta a porta riguardo i manufatti in eternit, e una capillare pulizia capillare dei siti industriali e artigianali. E devono evitare che all’inquinamento delle fibre si sovrapponga l’altrettanto letale inquinamento dei politici.