Tunisino, ingegnere elettronico plurilingue: “Ho fatto il banconista, cameriere, pizzaiolo…”, in ultimo il lavoro in campagna dove è regola lo sfruttamento e la discriminazione. “E adesso la situazione è peggiorata, perché i padroni arrivano a proporti la paga di 15 euro al giorno”

In un territorio di frontiera come l’Italia, ed in particolar modo la Sicilia e la provincia di Siracusa, il fenomeno dell’immigrazione è percepito soprattutto in termini di emergenza umanitaria legata ai drammi dei viaggi della speranza, alle tragedie dei barconi stipati, ai problemi legati alla presenza dei minori non accompagnati. Esiste, tuttavia, un altro fenomeno migratorio, sicuramente più atavico, meno ‘tragico’ e che raramente cattura l’attenzione dei media, ma non per questo meno drammatico, che è la migrazione per motivi economici.

Certo, in questi casi non si è costretti a lasciare il proprio paese perché c’è una guerra in corso, o perché si è perseguitati per motivi etnici, religiosi o politici. In fondo, decidere di lasciare il proprio paese per cercare di migliorare le proprie condizioni economiche è una scelta, non un bisogno, anche se sul termine scelta, quando l’alternativa è fra la possibilità di mangiare una, nel migliore dei casi, due volte al giorno o saltare ripetutamente i pasti, si potrebbe disquisire all’infinito. Le condizioni di vita nel nostro paese, con tutti i contro, anche nelle regioni più povere, sono sicuramente migliori rispetto alle condizioni di vita dei paesi d’origine di questi migranti economici.

Come il caso di Zhalifa Zied, conosciuto come Zidane. Tunisino, 35 anni, laureato in ingegneria elettronica, in Italia dal 2010. “In Tunisia – ci racconta Zidane – ho lavorato in aziende che producono cavi elettrici per le macchine. Ero un responsabile, ma nel mio paese i salari sono molto bassi. Dopo la rivoluzione, in particolare, la situazione è precipitata: i prezzi sono raddoppiati, i salari sono rimasti uguali e non ci sono prospettive per il futuro”.  La prima esperienza migratoria di Zidane risale al 2004, in Francia, dove ottiene un buon lavoro e cerca, come tutti i ragazzi di 24 anni, di costruirsi un futuro e una famiglia.

Un dramma familiare lo riporta in Tunisia, e da quel momento comincia il suo calvario alla ricerca di un futuro migliore. Nonostante una laurea e la conoscenza di cinque lingue, Zidane si è adattato, come del resto tantissimi giovani italiani, a svolgere innumerevoli lavori che niente hanno a che vedere con il proprio titolo di studio: banconista, cameriere, pizzaiolo, operatore di call center, procacciatore di contratti per una nota azienda fornitrice di luce e gas, passando anche per la campagna che, a quanto sembra, è una tappa obbligata per i migranti. Un curriculum, in ogni caso, legato a doppio filo allo sfruttamento e alla discriminazione.

“Nell’agricoltura – continua Zidane – i lavoratori saranno sempre sfruttati. Io ho lavorato a Marsala, per la vendemmia. I caporali, per farsi belli con i padroni, ti fanno lavorare dalle 6 del mattino alle 8 di sera per paghe che non superano i 20 euro al giorno. Ti sfruttano anche nei ristoranti, perché, a parità di lavoro e di competenza, a un italiano danno 50 euro di extra, a me ne danno 40 solo perché sono tunisino. Ma quando vado a comprare le cose non è che me le fanno pagare di meno perché sono un extracomunitario! E adesso la situazione è molto peggiorata, perché i datori di lavoro arrivano a proporti addirittura di pagarti 15 euro al giorno. E io, siccome non sono un richiedente asilo, non ho diritto a niente, a nessun aiuto.”

Le cose per Zidane non vanno bene da più di un anno. La crisi è devastante anche per i migranti e così, senza un euro in tasca, la notte alloggia in un dormitorio della città dove, indipendentemente dal meteo o dalle condizioni di salute, il regolamento impone di uscire alle otto del mattino per potervi rientrare solo alle otto di sera.

“Lo status di migrante economico – ci spiega Simona Cascio, presidente del circolo Arci di Siracusa – è molto diverso da quello di titolare di protezione internazionale. Si tratta di due situazioni completamente diverse, regolate da norme, leggi e convenzioni distinte. La situazione del welfare per i migranti economici è la stessa di quella di un lavoratore italiano. Questo, però, non significa che non ci siano delle forti criticità.”

Le leggi italiane sull’immigrazione, prima la Turco-Napolitano e poi la Bossi-Fini, sono molto restrittive, per cui la vita dei migranti è interamente legata al lavoro. Il datore di lavoro ha un potere contrattuale molto più forte sui migranti rispetto a quello che può avere sui lavoratori italiani perché dal suo contratto dipendono il permesso di soggiorno, l’iscrizione al servizio sanitario nazionale, la clandestinità o la regolarità sul territorio italiano. “È una spada di Damocle sulla testa di questi migranti – continua Simona Cascio – e molti di loro, pur di avere un contratto, si pagano addirittura i contributi e accettano qualsiasi forma di orario di lavoro.”

Questa maggiore attenzione verso i rifugiati, inoltre, sta creando una sorta di guerra fra poveri. Chi, come la presidente dell’Arci, lavora allo sportello per l’immigrazione, aperto a tutti i migranti, percepisce una rabbia più o meno soffusa di chi abita in Italia da più tempo e comincia a sentirsi escluso, emarginato, trattato come uno straniero di serie ‘b’ rispetto a chi gode dello status di protezione internazionale.

Per i migranti economici che vivono nel nostro territorio manca qualsiasi tipo di investimento per favorire l’integrazione, nonostante l’esistenza di fondi specifici. Ogni anno, infatti, il ministero dell’interno indice un bando, il FEI (Fondo europeo per l’integrazione), per il quale vengono stanziate somme consistenti, a cui possono partecipare comuni, associazioni e a cui non possono accedere i titolari di protezione internazionale. Questo fondo serve per favorire la scolarizzazione, l’alfabetizzazione, per garantire incentivi per il lavoro, per aiutare i migranti a prendere la patente nel nostro paese o per contribuire all’affitto della casa. I nostri amministratori dovrebbero avere la capacità di captare questi fondi e di reinvestirli.

Noi siamo veramente una zona di frontiera – afferma la presidente dell’Arci – e ci preoccupiamo delle nostre frontiere esterne, delle nostre coste, senza guardare poi nelle nostre piazze. C’è il problema della casa, del lavoro. Nel bilancio comunale quanto è previsto nella voce integrazione? Nella 328 era previsto anche il fondo per l’immigrazione, ma cosa è stato speso per l’integrazione?”

Bisognerebbe cominciare a guardare al nostro territorio non solo come a una terra di accoglienza o di frontiera, ma a una terra dove la principale comunità presente è quella cingalese, e non esiste un solo rifugiato cingalese. In questo caso non ci sono ‘emergenze’ da gestire, ma politiche di integrazione da sviluppare. Con il bando per il tetto-soccorso, ad esempio, si potrebbe prevedere una quota per gli stranieri, e questo potrebbe anche favorire l’emersione del nero nel mercato degli affitti. Una politica di integrazione potrebbe anche valorizzare la presenza dei migranti che spesso sono risorse importanti per la società - basti pensare alla nazionalità di molte badanti senza le quali molte famiglie avrebbero difficoltà a gestire parenti anziani o malati – e trasformare una convivenza pacifica fra etnie in una reale integrazione, cittadinanza e senso di appartenenza al territorio.