Se a qualcuno gli abbisogna qualche cosa, il Signore magari gliela fa trovare sopra alla sedia di un bar, senza che però ci debba rimettere nessuno. Invece qua funziona che il Signore per farti trovare un casco a te, mi fa spaccare le corna a me

Mi piace questo fatto che a Siracusa le cose non se le rubano, al limite finiscono in mano a «qualcuno che ci abbisogna».

Se ti scordi il casco sopra alla sedia di un bar per cinque minuti, il cameriere mentre te lo porge ti dice: «Non lo lasciasse qua, che non si sa mai poi passa qualcuno che ci abbisogna...». La sottrazione di un bene non viene percepita come un atto intenzionale, quanto come un incontro tra domanda, offerta e destino: a te ti abbisognava un casco, io me lo sono scordato per cinque minuti sopra alla sedia del bar, e il destino ti ha fatto passare giusto giusto da quel bar, durante quei cinque minuti, vicino a quella sedia.

Effettivamente mia nonna ogni tanto dice questa cosa: «Unni u Signure leva u Signure mette», che credo sia il concetto di provvidenza in chiave sicula. Nel senso che per la provvidenza manzoniana, più o meno, se a qualcuno gli abbisogna qualche cosa, il Signore magari gliela fa trovare sopra alla sedia di un bar, senza che però ci debba rimettere nessuno. Invece qua funziona che il Signore per farti trovare un casco a te, mi fa spaccare le corna a me. Oltretutto il Signore deve abitare a Zurigo, perché qua lo sappiamo benissimo che a te non ti abbisognava il casco, ti abbisognavano i soldi della droga, e il casco te lo sei ricettato mezzo secondo dopo che l'hai trovato sulla sedia. Comunque, alla fine il cameriere me l'ha rivenduto per 50 euro. Non s'è trattato di estorsione, perché m'ha spiegato che a lui quei soldi ci abbisognavano. Si doveva comprare un casco. Quello mio dice che gli veniva stretto.

2. Mi piace pure questo fatto che a Siracusa le cose che vanno veloci non corrono: «camminano».

Forse dipende dal fatto che alla fine ci piace ricondurre tutto all'immobilità, e quindi non amiamo utilizzare verbi come "correre" che fanno venire in mente un tipo di movimento estremo: meglio camminare, che tutto sommato è un'interruzione meno violenta della staticità iniziale.

Comunque, mettiamo che un amico tuo si sia comprato una motocicletta nuova. La prima cosa che ti dice è: «L'ho provata al circuito, e lo sai quanto cammina...», nel senso che la motocicletta corre assai, va veloce.

Uno s'immagina che un conto è camminare e un conto è correre, e che correre sia più veloce di camminare, e invece no: qua più aumenta la velocità, meno si corre e più si «cammina».

Due autisti dell'Interbus, fermi alla stazione, si scambiano pareri sul collega neo-assunto: «L'ho incrociato sulla SR-CT: camminava come i pazzi», nel senso che questo collega nuovo teneva un'andatura eccessiva, una media oraria scriteriata.

Nei commenti dei siracusani «correre» non esiste, è una mezza misura inutile, uno non se ne fa niente: cose e persone veloci o «camminano» o «addecollano».

Usain Bolt, per dire, non corre mai: o cammina o «abbola».

Che poi il siracusano è difficile che cammini: di solito piglia la macchina. Forse per questo a Siracusa il verbo camminare deroga dal suo significato ortodosso di muovere gambe e piedi al fine di spostarsi da un punto all'altro, e viene traslato al movimento meccanico di autovetture, scooter, autobus, treni e mezzi di trasporto in generale: sono queste le cose che «camminano» a Siracusa. Le persone no.

Se proprio si vuole indicare un essere umano che si sposta senza alcuno strumento di locomozione, il siracusano sente il bisogno di aggiungere la specificazione «a piedi»: ti ho visto l'altro giorno in zona viale Teracati che camminavi a piedi, ma perché? Ma come mai? Ma non mi potevi chiamare, che ti venivo a prendere io?

A questa cosa si associa il fatto che spesso qualcuno ti invita dicendoti: «Amunì, andiamoci a fare una camminata», e tu pensi che ora si passeggia. Invece quello ti fa salire in macchina e comincia a guidare, di solito in direzione Ortigia: i due passi, a Siracusa, si fanno a motore.

Spesso infatti, quando ci si vuole riferire alla pratica insana del «Camminare a piedi», si preferisce suggerire un senso di fatica e soprattutto di inutilità del gesto, e così si passa all'espressione «Fare strada a piedi». Fare strada a piedi non ti conviene, ti stanchi: mettiamo che devi andare a comprare il pane nella bottega del quartiere, non è che ti puoi fare tutta quella strada a piedi. Sai che fai? Piglia la macchina, che ci andiamo ad arrivare insieme, e con la scusa ci facciamo una «camminata».

Che poi «fare strada» ma per andare dove? Se fai strada lo fai tanto per muoverti, e in realtà non devi andare in nessun posto: vale la pena di sprecare energie per una cosa del genere? Ecco, alla fine il siracusano è là che vuole arrivare: ma dove stai andando? Statevi alle case. Prima di uscire, quale che sia il motivo, chiedetevi se è davvero necessario. Vedrete che non lo è. Dunque rinunciate. Non vi muovete. E al limite, camminate in macchina.