Futuropresente, articolo che concorre al Premio di giornalismo Enrico Escher. Come gli organismi viventi hanno bisogno di recettori per comunicare con l’ambiente circostante, così anche il wi-fi della nostra smart city non può fare a meno di interfaccia interattivi da cui assimilare ed emettere informazioni 

Siracusa non è una città. È un buco: una piccola provincia relegata alla periferia della periferia del mondo civilizzato. Certo, non è sempre stato così. Un tempo essa fu la maggiore potenza del Mediterraneo, addirittura più influente di Atene. A quest’epoca d’oro risalgono il Teatro Greco, ancora oggi famoso in tutto il mondo, i templi di Apollo, Atena e Artemide, le latomie. Ma di Siracusa non rimangono solo le vestigia del suo apogeo. La sua singolare condizione di provincia relegata alla periferia della periferia del mondo civilizzato, insieme con la posizione centrale nel mar Mediterraneo, ha fatto sì che questa cittadina rimanesse nei secoli il meltingpot, il crogiolo di un numero sorprendente di popoli e culture, costretti a una convivenza più o meno pacifica sul piccolo scoglio a forma di colomba che gli antichi chiamarono “Ortigia”. Ogni popolazione, conquistatrice o solo di passaggio, ha lasciato la sua traccia indelebile nell’architettura, nella lingua e nella memoria storica dell’isolotto.

Oggi è questo patrimonio – non solo monumentale, ma anche paesaggistico – a fare di Siracusa meta d’elezione per i turisti di tutto il mondo. Pertanto non serve un esperto economista per comprendere quali siano le potenzialità da valorizzare in questa città, e da qualche anno a questa parte sembra che anche le autorità locali l’abbiano compreso: una delle più recenti ripercussioni della mirabolante scoperta è stato il progetto “Welcome to Siracusa”, con lo scopo di rendere la city un po’ più smart.

Ma cos’è una smart city? Alla lettera, una “città intelligente” capace di offrire servizi e di autoregolarsi in maniera efficiente senza l’ausilio degli esseri umani, con un hardware (la città fisica) amministrato da un software (la rete). Anzi, tramite l’installazione delle tecnologie più avanzate, il tessuto urbano dovrebbe diventare qualcosa di simile a un organismo vivente con tanto di recettori, nervi, arterie, fegato, cervello. Cioè con un corpo e una mente, più che con un hardware e un software. Il tutto – grazie soprattutto alla retorica pseudo-tecnica che la descrive – ha un che di avveniristico che affascina i più; tuttavia proprio in virtù di questo si assottiglia pericolosamente il discrimine tra innovazione e fuffa. Ma procediamo con ordine.

Tutto trae origine da un bando emesso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) nel 2013: progetto “Energia da fonti rinnovabili e ICT per la sostenibilità energetica”, con un palio da un milione di euro di avanzate tecnologie in comodato d’uso. Hanno vinto il concorso Agordo, Riccione e Siracusa, ma è stata quest’ultima a dare il via al processo di trasformazione.

Per prima cosa è stato necessario dotare di un cervello le zone con maggior densità di beni artistici e culturali, cioè i quartieri di Ortigia, centro storico, e della Neapolis, che ospita l’omonimo parco archeologico; e quale miglior sistema neuronale di una rete wi-fi pervasiva e ad accesso gratuito? Ma, proprio come gli organismi viventi hanno bisogno di recettori per comunicare con l’ambiente circostante, così anche il wi-fi della nostra smart city non può fare a meno di interfaccia interattivi da cui assimilare ed emettere informazioni.

Tutto ciò è possibile grazie a“sensori”di varia natura disseminati per la città. Innanzitutto ci sono i SensorWebTourist, soprannominati “totem”: si tratta di monoliti multimediali, dal cui schermo un grazioso omino pel di carota guida il turista attraverso una fruizione interattiva del bene archeologico, che alla classica presentazione dei monumenti aggiunge tour virtuali, video, ricostruzioni tridimensionali accurate, mappe geografiche, viste aeree riprese dai droni.

Scopo di questo articolato sistema è una «navigazione immersiva dei beni archeologici». Talmente “immersiva” (e forse a questo le autorità locali non hanno pensato) che potreste visitarli comodamente dalla poltrona di casa vostra. I totem sono sei, ma arrivano a 72 i siti che permettono la visita interattiva grazie a un’app per smartphone che può attivare ulteriori contenuti multimediali mediante QR-code. Funzionalità tanto belline quanto effimere, in realtà, cosicché i capannelli di passanti che si radunano basiti intorno a questi totem ricordano i borghesucci che si baloccano nelle stampe delle esposizioni universali ottocentesche.

L’altra categoria di recettori è invece costituita dai SensorWebCare dai SensorWeBike, delle smart box installate sui mezzi di trasporto della polizia municipale e che dovrebbero raccogliere dati sul cosiddetto “metabolismo urbano”. Ad esse infatti spetta il compito di regolare i «rapporti tra energia e materia nell’ecosistema della città», offrendo informazioni circa la qualità dell’aria (temperatura, umidità, anidride carbonica, ozono) e sul dispendio energetico (elettricità, materiali, rifiuti). Fra i risultati di questo controllo capillare dovrebbero essere contemplate norme per la riduzione dell’inquinamento e sistemi di illuminazione pubblica capaci di regolarsi da soli in base alle esigenze contingenti (i cosiddetti “lampioni intelligenti”).

Novità allettanti, che sembrano catapultare nel presente un futuro quasi fantascientifico, ma certo ancora lungi dal trasformare la città in organismo vivente. Piuttosto ci basta sperare che tutte queste innovazioni da un milione di euro rivelino una qualche sostanza, e che non siano la solita parvenza di progresso ben camuffata dall’inglesorum che, ovunque lo si appiccichi, fa apparire tutto più green più smart più fancy più all inclusive. La nostra ansia di colmare lo scarto che ci separa dall’Europa continentale non deve farci dimenticare che ci troviamo pur sempre alla periferia della periferia del mondo civilizzato. Dove è facile lasciarsi trascinare da un turbinio che trasforma parole, nomi, forme soltanto per rendere più difficile la comprensione delle cose. Dove, se vogliamo che le cose non rimangano come sono, bisogna che nulla cambi.