Ovvio che regredisca la qualità dell’assistenza di fronte alla crescita costante di domanda sanitaria (troppi vecchi, malati cronici, natalità in regressione), di tagli continui ai farmaci, ai posti letto, alle assunzioni di medici e infermieri, associati alle liste di attesa delle prestazioni e al rialzo proibitivo dei ticket sanitari

Per capire quello che accade nella sanità italiana bisogna premettere che il decisore reale sulle scelte di salute pubblica è l’economia. Senza denaro non si fa nulla. Se ammettiamo d’essere stati ingannati per tanto tempo sulle reali potenzialità economiche della nostra Italia e sulla caduta per avvitamento del nostro prodotto interno lordo, ben prima che i governi lo ammettessero, troveremo la chiave di lettura di quest’articolo.

Inutile farsi venire le convulsioni al Pronto Soccorso quando le attese sono paurose, bestemmiare e mettere le mani al portafoglio quando, candidamente, la faccia annoiata del burocrate allo sportello ti rimanda una Tac o una gastroscopia a sei mesi. Sarebbe stato necessario capire e difendersi a suo tempo.

Capire.Man mano che si riduceva il prodotto interno lordo, venivano a mancare le cifre a disposizione della sanità. Da qui i tagli progressivi e lineari o settoriali alle prestazioni e ai diritti. Entrambi i tipi di taglio agiscono su un sistema complesso il cui funzionamento non viene riconsiderato alla luce delle risorse mancanti. In sostanza, mentre razionalizzare tutto il complesso della sanità pubblica presuppone capacità amministrative e di politica sanitaria di alto profilo, tagliare finanziamenti, di notte e per decreto senza discussione in parlamento, ci porta alla triste realtà attuale.

Ci sono delle aggravanti. Tra le regioni sostanzialmente incapaci di corretta amministrazione e buona sanità, la nostra Sicilia non ha saputo realizzare efficienza e trasparenza quando c’erano i finanziamenti (abbiamo in carcere un presidente della Regione per reati riguardanti mafia e sanità). Per effetto delle manovre straordinarie dei piani di rientro sono state inferte vere e proprie rasoiate a un sistema già fragile e sguarnito.

Inutile piangere sui neonati morti in ambulanza senza trovare un letto di rianimazione in nessun luogo. Inutile anche parlare di malasanità. Non c’entra nulla la malasanità. E’ naturale che, a parità di popolazione, in condizioni di crescita costante di domanda sanitaria (troppi vecchi, malati cronici, natalità in regressione), di tagli continui ai farmaci, ai posti letto, alle assunzioni di medici e infermieri, associati alle liste di attesa delle prestazioni e al rialzo proibitivo dei ticket sanitari, si giunga a una regressione delle qualità dell’assistenza.

Per dirla meglio, la malasanità viene determinata per decreto da chi decide sulla moneta. Per lo meno è così in alcuni aspetti strutturali, dai quali poi derivano comportamenti dei singoli operatori che possono sembrare omissivi o scorretti. Se un medico o un infermiere possono fornire cento prestazioni al giorno ma sono costretti a smaltirne duecento, è chiaro che la qualità delle prestazioni  scade pericolosamente.

Gli operatori della sanità sono, insieme ai cittadini, le vittime della politica che decide male. I tagli non fanno altro che mettere alla frontiera sempre lo stesso vecchio esercito male armato, cominciando a ridurre il numero delle munizioni. Da una parte aumenta il numero dei nemici, dall’altra i nostri generali parlano di strategie vincenti quando invece sanno che mandano i propri uomini allo sbaraglio. Quando accade la disgrazia, si cercano i responsabili proprio fra i nostri soldati.

Una parte degli scandali in sanità è da mettere in relazione a questi fenomeni. Così da qualche decennio dilaga il fenomeno della medicina difensiva. Uno spreco di denaro che serve solo a difendersi da una condizione che resterà immutabile: la medicina non è la garanzia assoluta di guarire e non potrà modificare il destino di tutti, quello di morire.

Il fatto di non mettere la faccia dietro gli attacchi al welfare è un atto di grave viltà, superato soltanto dalle passerelle in televisioni e giornali degli stessi politici che poi si dolgono delle morti evitabili e gridano alla malasanità. Tagliare e nascondere la mano. Persino tagliare per razionalizzare, addirittura progettare cambiamenti epocali a risorse zero (una cosa assolutamente impossibile)! Di fatto, poi, nella solitudine del rapporto tra medico e paziente, avvengono le tragedie.

Pensate come diventi impossibile fare diagnosi precoce dei tumori se gli accertamenti necessari si possono realizzare o pagando o aspettando per semestri come fossero giorni! Qui c’è qualcuno che bara!

Difendersi. Se ipotizziamo che la distruzione del welfare sanitario non potrà essere arrestata a causa del fatto che non si produce reddito sufficiente per pagare il debito pubblico, pensioni e sanità, si comprenderà che qualcuno, che non appare e verrà fuori all’ultimo momento, sta già pensando alla sanità ventura.

Si lascerà una sanità pubblica essenziale, scarna, priva di prestazioni di alto livello ed alto costo per i poveri e gli incapienti. Si realizzerà, invece, il sogno della destra berlusconiana di ridare il governo della sanità italiana alle assicurazioni private. Si curerà bene solo chi potrà pagarsi una sanità integrativa pagata dalle assicurazioni. Potremo scordarci le grandi chances offerte da una sanità pubblica come quella italiana. L’assicurazione dovrà riservarsi un utile e concederà solo quello che vorrà e potrà.

Quando qualche personaggio, apparentemente democratico e rassicurante, presenterà questo progetto di integrare l’offerta di salute pubblica, ridotta all’essenziale e dedicata ai poveri, con quella delle assicurazioni private, pochi comprenderanno che è già trionfato il concetto che solo chi paga potrà curarsi bene. E non sarà mai la copertura assoluta che può offrire il servizio sanitario nazionale. Questi i percorsi sotterranei che nessun responsabile politico ammette e ci racconta. Se ne parla in certe occasioni private in presenza fra qualche faccia d’angelo e personaggi col pelo lungo nello stomaco.

Cosa ci rimane da fare? Sempre e solamente riappropriarci del controllo democratico della politica, imparare ad associarsi come consumatori, controllare la qualità delle prestazioni che ci sono fornite, protestare con tutti i mezzi che solo le associazioni dei cittadini possono mettere in campo. Partecipare e controllare, mai delegare. Se c’è da stringere la cinghia, farlo tutti insieme e non lasciare indietro nessuno. E Siracusa? Dorme!