“Mentre il risparmio collocato dai cittadini in Poste Italiane (CDP) viene remunerato con l’1,5%, le fondazioni bancarie che detengono le azioni portano a casa ogni anno utili superiori al 10%. Le pare giusto? E il finanziamento agli Enti Locali non è più agevolato bensì a tassi di mercato”

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Dottor Bersani, da quanto abbiamo ascoltato nella sua conferenza a Siracusa, questa crisi è talmente grave da non poter essere risolta con misure convenzionali. Conferma?

Le diseguaglianze nel pianeta non sono mai state così ampie nella storia dell’umanità. E la favola del mercato come unico demiurgo in grado di risolvere ogni problema ha rivelato tutta la sua falsità. Il mercato sta strangolando l’economia reale. Le sta sottraendo ossigeno. Alla fine degli anni settanta ci si trovò con una sovrapproduzione che i mercati non potevano assorbire. E per continuare ad ottenere profitti si cominciò ad immettere sul mercato finanziario prodotti ad altissimo rischio: titoli tossici, derivati che sono semplici scommesse. Oggi quattro banche controllano un ammontare di derivati che supera i 200.000 miliardi di dollari. Per avere l’idea, pensi che l’«insopportabile» debito italiano corrisponde a poco più dell’1% di questa cifra. Il 99% delle transazioni di mercato è finalizzato a trarre profitti unicamente dalle oscillazioni valutarie. Non importa di cosa. Anche di titoli spazzatura. Il tutto ad altissima velocità: le transazioni sono eseguite in millesimi di secondo, da computer programmati per acquistare e vendere al verificarsi di certe oscillazioni.

Un vero casinò quello della turbofinanza speculativa. Per questo la sua Associazione per la Tassazione delle Transazioni e per l’Aiuto ai Cittadini (ATTAC) suggerisce che il fisco colpisca meno il lavoro e il reddito dei cittadini e cominci a spostare la tassazione su quelle transazioni? Dico bene?

Esatto. Ma non è una novità di alcuni sognatori. Questa idea fu sostenuta dal premio Nobel James Tobin. Peccato che sia rimasta inapplicata. Oggi sono tassati (modestamente) solo i redditi azionari, non le transazioni in quanto tali. Tassare quelle transazioni ad alta frequenza potrebbe raffreddare la turbolenza dei mercati, scoraggiare le compravendite speculative miranti a lucrare su oscillazioni minime e, soprattutto, indurre a investire più capitali nell’economia reale. Le banche inoltre avrebbero meno interesse a drenare risorse monetarie verso la speculazione e forse erogherebbero più prestiti alle imprese.  Oggi invece troppe risorse finiscono nel frullatore della turbofinanza. Pensi che in soli cinque giorni sui mercati finanziari avvengono interscambi per 20.000 miliardi di dollari; questa cifra rappresenta il valore annuo dell’intero commercio mondiale di beni e servizi. La turbofinanza fa girare lo stesso valore in soli cinque giorni. Troppo denaro spesso investito nel nulla. Troppa panna montata.

Troppi i soldi che finiscono in panna montata e sempre meno quelli investiti nelle attività umane.  Ma allora è un errore immettere nel sistema più liquidità come stanno facendo gli USA, il Giappone e ora anche la BCE di Draghi?

È una soluzione pericolosa e potrebbe comportare un aggravio della crisi. Immettere più liquidità nel sistema, senza modificarlo, potrebbe andare ad esclusivo vantaggio dei mercati finanziari e del loro processo di accumulazione.  Più soldi per foraggiare l’imprenditoria bancaria e finanziaria significa stimolarne gli appetiti. Meno risorse al pubblico significa stimolarlo a dismettere. Una combinazione pericolosa di scelte sbagliate.

La finanza speculativa ha bisogno di asset su cui investire; da ciò nasce il forte interesse per la privatizzazione dei beni comuni. È proprio per l’accaparramento di questi beni che le grandi lobby finanziarie, con la complicità dell’UE e dei governi, hanno dichiarato guerra alla società, utilizzando l’arma del debito pubblico e le strategie di austerità, prescrivendo dismissioni e privatizzazioni. Le nuove risorse finanziarie create dalla BCE rischiano di essere nuove armi fornite al fronte sbagliato. L’affermazione che i soldi non ci sono è palesemente falsa. Ci sono e sono tanti. Le banche non li prestano a chi dovrebbero. Utilizzeranno le nuove emissioni in modo più saggio? È lecito dubitarne.

Il debito pubblico come arma per indurre il pubblico a dismettere e a privatizzare. Chiarisca un tantino questo aspetto.

Occorre interrogarsi seriamente sulla natura di quel debito. Se quel debito è pubblico, tutti abbiamo il diritto di valutare quali siano le soluzioni migliori per affrontarlo. Per poterlo fare, è bene innanzitutto sapere chi possieda il credito. Il 43% è in mani di istituzioni finanziarie estere. Il 28% è appannaggio di istituzioni finanziarie monetarie. Solo il 13 % è detenuto da privati italiani. Un 3,65% è della Banca d’Italia. La prima cosa da fare è rispondere alla domanda: chi deve a chi? Occorre effettuare una analisi puntuale di quel debito per capire se sia tutto legittimo. Molto probabilmente non lo è.

Le sue parole sono musica. Ma la politica è sorda. E allora come fare, dottor Bersani?

Promuovere innanzitutto un audit del debito, ovvero una analisi partecipativa della situazione finanziaria dello Stato e degli Enti Locali. Analogamente a quanto si è fatto con il Forum dei movimenti per l’acqua, occorre costituire un Forum per una nuova finanza pubblica e sociale, che includa tutti i movimenti, i comitati civici, le associazioni, ecc. È necessario invertire la rotta per puntare dritto all’emancipazione dalla dittatura dei mercati finanziari. Bisogna promuovere un’altra uscita dalla crisi e un nuovo modello di società.

Invertire la rotta? Potrebbe fare un esempio di percorso diverso rispetto a quelli imboccati dalla politica?

Prendiamo Cassa Depositi e Prestiti. Dalla sua nascita nel 1850 e fino al 2003 utilizzava i risparmi di venti milioni di italiani per permettere agli Enti Locali di fare investimenti con mutui a tasso agevolato. Ma nel 2003 è stata trasformata in società per azioni e da quel momento ha come scopo solo la produzione di utili e dividendi per gli azionisti. Mentre il risparmio collocato dai cittadini in Poste Italiane (CDP) viene remunerato con l’1,5%, le fondazioni bancarie che detengono le azioni portano a casa ogni anno utili superiori al 10%. Le pare giusto? Inoltre il finanziamento degli investimenti degli Enti Locali non è più fatto a tassi agevolati bensì a tassi di mercato. Con l‘effetto di indebitare maggiormente tali Enti Locali.

CDP è diventata una vera merchant bank.  Con Banca Infrastrutture del gruppo Intesa , con Merril Lynch e con altri gruppi, ha creato il Fondo Italiano per le infrastrutture (F2i)  e, attraverso di esso, offre manforte alle società che stanno occupando la gestione di settori strategici: gas, rifiuti, servizi idrici, telecomunicazioni, infrastrutture autostradali e aeroportuali… Un vero paradosso: si utilizzano i risparmi dei cittadini per favorire la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici locali, in diretto contrasto con il voto referendario del giugno del 2011. 

Il risparmio postale gestito da CDP ammonta a 250 miliardi di euro.  La campagna per la riappropriazione di CDP deve diventare un obiettivo fondamentale. Quel risparmio dei cittadini non deve produrre dividendi per gli azionisti privati, ma deve essere utilizzato per permettere ai Comuni investimenti a tassi calmierati, come accadeva prima del 2003. E deve essere utilizzato per finanziare le politiche di ripubblicizzazione del servizio idrico. Per finanziare i servizi pubblici locali. Per finanziare percorsi di autogestione industriale da parte delle comunità di lavoratori che intendano rilevare le loro aziende chiuse ma produttive.  È una questione di democrazia partecipativa: i cittadini devono aver voce sulla destinazione dei soldi depositati e partecipare alle scelte sugli indirizzi di CDP.  

Una volta sottratta CDP ai mercati di capitale, diventerebbe possibile reincanalare dentro la stessa anche parte dell’enorme ricchezza privata (oltre 9.000 miliardi) presente nel paese, da gestire per finanziare interventi di reale interesse pubblico.  E in caso di difficoltà del sistema bancario privato (vedi la vicenda di MPSiena) si potrebbe intervenire per risocializzare le banche salvate, gestendole fuori dalla logica di mercato. Perché salvare a fondo perduto le banche private che ci indebitano e che dirottano i proventi a favore degli azionisti?

Chiaro. Limpido. Condivisibile. Ma occorrerebbe forse rimuovere anche il Fiscal Compact. O no?

Certo. Il Fiscal Compact nasce da una spiegazione della crisi che ha preteso di colpevolizzare i cittadini. Dicono che ci saremmo indebitati, vivendo al di sopra dei nostre possibilità.  Falso. Ci sono stati sprechi (in corruzione, che gonfia i costi delle opere pubbliche, in opere inutili e spesso incompiute, in privilegi… e tutto questo è da eliminare, ma non è vero che i cittadini siano vissuti al di sopra delle loro possibilità. Hanno anche risparmiato, prestando soldi alle banche e allo Stato. Negli ultimi venti anni l’avanzo primario del nostro Paese è stato pari a 670 miliardi. Il che vuol dire che i cittadini hanno dato allo Stato più di quanto abbiano ricevuto da esso. Dov’è dunque questo tenore di vita superiore alle possibilità?

Il Fiscal Compact presenta una visione di comodo della crisi: ci colpevolizza e ci punisce con l’austerità per i prossimi venti anni, rendendo obbligatorio un esborso di 50 miliardi l’anno. E a quel salasso straordinario annuale per vent’anni sono da aggiungere altri 90 miliardi annui da sborsare come interessi sul debito pubblico. In altri termini dovremmo nuotare con una macina da mulino legata al collo. Il patto di stabilità interno (2012) estende l’austerità obbligatoria anche ai Comuni, costringendoli a ridurre il personale, ad aumentare le tasse locali, ad appesantire le tariffe (i costi dei servizi a domanda) a esternalizzare e privatizzare…  Anche il patto di stabilità interno va denunciato come una zavorra insopportabile. I sindaci devono scegliere se continuare ad essere gli ultimi esecutori del diktat delle grandi lobby finanziarie o i primi rappresentanti dei cittadini e dei loro interessi.

Insomma per uscire dalla crisi bisogna liberarsi delle zavorre che ci fanno affondare: ma per farlo dobbiamo emanciparci dalla tirannia della troika e resuscitare la democrazia. Ma come spiegarlo ai cittadini?

Basta ricordare loro certi eventi significativi: nel 2011 in Grecia Papandreu annuncia di voler indire un referendum circa il piano di salvataggio che la troika vuole imporre. Viene messo sotto pressione e costretto a dimettersi. Due giorni dopo si insedia al governo  Papademos, ex vicepresidente della Banca Centrale Europea. Sempre nel 2011 in Italia la famosa lettera di Trichet e di Draghi costringe Berlusconi a dimettersi e viene insediato un governo di unità nazionale con Monti, ex commissario europeo. Il quesito n. 25 di quella famosa lettera è significativo: “ è possibile ottenere maggiori informazioni sui provvedimenti di riforma che si pensa di varare nel settore delle acque, malgrado i risultati del recente referendum”? Oggi il governo greco di Syriza è nuovamente messo sotto pressione e vorrebbero costringere Tsipras ad adottare le politiche liberiste che il popolo greco ha rifiutato. La partita è ancora aperta ma per la troika la volontà popolare non deve contare per nulla rispetto alle esigenze dei mercati.

Tirannia della troika o tirannia del capitalismo?

Stiamo ai fatti. Capitalismo e democrazia non costituiscono un binomio inscindibile, non sono consustanziali, come qualcuno crede. Né sono necessariamente conflittuali. La loro relazione è storicamente mutevole. Il compromesso socialdemocratico (capitalismo + stato sociale +  democrazia)  ha retto per tutta la metà del secolo scorso. Oggi purtroppo la sovranità dei popoli viene considerata una variabile dipendente dai mercati. Lo dimostra il quesito della lettera citata. Bisogna reagire a questa mercificazione della società, della natura, della vita, dei beni comuni… Non escludiamo nessuno che condivida la nostra analisi della realtà effettuale. Il Forum deve essere inclusivo. Noi vogliamo mobilitare le coscienze di tutte le persone assetate di democrazia e di giustizia.

Da dove cominciare?

Riappropriandoci del pubblico, dei diritti violati, della coscienza sociale o della consapevolezza di appartenere alla società come cellule di un organismo. Non siamo esseri chiusi dentro i confini della nostra pelle. Né i nostri interessi coincidono con le cifre del nostro conto in banca o con il valore del nostro portafoglio di titoli. Riappropriamoci, tutti insieme, di ciò che ci appartiene. Svuotando il pubblico delle sue risorse si apre la strada all’egoismo individuale più sfrenato. Oggi i settori più forti e più rapaci fanno quadrato mentre per il resto dei cittadini si dispiega lo scenario della solitudine competitiva: ciascuno rimane solo su un mercato del lavoro sempre più precario, come naufrago su un mare in tempesta, con l’orizzonte generale costituito dall’idea che “uno su mille ce la fa” e con l’orizzonte individuale ancorato alla formula “io speriamo che me la cavo”. Non è questa la democrazia che vogliamo. Questa è una giungla in cui vige una legge darwiniana. Riappropriamoci della dignità umana e della libertà democratica.

Il recupero della democrazia reale comporta la fuoriuscita da ogni finalità privatistica e la costruzione di una nuova idea di pubblico, che solo la democrazia partecipativa può rendere reale. Il Forum dei movimenti per l’acqua e per i beni comuni e l’altro Forum per una nuova finanza pubblica e sociale sono laboratori di idee e di proposte, dove nessuno rappresenta nessuno, ma tutti decidono di fare la loro parte per contribuire alla riconquista e all’inveramento della democrazia.  Con un’unica consapevolezza: siamo immersi in una crisi che non è solo economica, ma anche sociale e culturale, e che impone una drastica inversione di rotta. L’unica prospettiva di futuro, se non vogliamo rimanere schiavi del debito, del bisogno, della povertà, dell’emarginazione… richiede la capacità di mettere in campo i cuori e le menti per disarmare i mercati finanziari e per riappropriarci della nostra dignità di cittadini sovrani.  Il futuro è cosa troppo seria per affidarlo agli indici di borsa.