L’obbligo era contenuto nelle disposizioni transitorie della Costituzione. Si doveva aver scontato la reclusione in seguito a condanna del tribunale speciale fascista. Ebbene, sono queste le nostre origini, e non possiamo che tenercele.

I pregiudicati? Erano già nel DNA della Costituzione. Mille proverbi indicano che le origini segnano, in definitiva, la strada. In Sicilia si direbbe "chi nasce tondo non può morire quadrato", ma in generale "il frutto non cade mai lontano dall'albero". Ebbene, sotto questo aspetto, vogliamo rappresentarvi una piccola chicca, contenuta nella Costituzione della Repubblica Italiana, oggi fatta oggetto di sevizie indecenti, i cui commenti si lasciano a più esperti costituzionalisti.

Per la nostra chicca di oggi, serve solo un brevissimo inciso. Detto molto in generale, ogni legge emanata dallo Stato ha bisogno di una particolare appendice, detta "norme di attuazione" o anche "disposizioni transitorie", che stabilisca in quale modo, con quali tempi la legge stessa diverrà esecutiva e come ci si dovrà comportare nel passaggio da una legge ad una nuova. Anche la Costituzione italiana, emanata come tutti sappiamo nel 1948, ha avuto bisogno delle sue disposizioni transitorie.

Invero, dal momento in cui sarebbe entrata in vigore, si sarebbero costituiti Parlamento e Senato, esattamente disciplinati nella Carta sia nella composizione che nel funzionamento, Comuni e Province e quant'altro. Alcune associazioni diventavano vietate, alcuni diritti assumevano la veste di "inviolabili". Perché tutto questo assai complesso ingranaggio potesse mettersi in moto erano necessarie, come si diceva, le "disposizioni transitorie e finali".

Ed eccoci al centro della questione. Le disposizioni transitorie sono un vero e proprio concentrato di illuminanti articoli. L'articolo terzo, per esempio, stabilisce esattamente come debba essere composto, per la prima volta, il Senato: "Per la prima composizione del Senato della Repubblica sono nominati senatori, con decreto del Presidente della Repubblica, i deputati dell'Assemblea Costituente che posseggono i requisiti di legge per essere senatori e che: sono stati presidenti del Consiglio dei Ministri o di Assemblee legislative; hanno fatto parte del disciolto Senato; hanno avuto almeno tre elezioni, compresa quella all'Assemblea Costituente; sono stati dichiarati decaduti nella seduta della Camera dei deputati del 9 novembre 1926; hanno scontato la pena della reclusione non inferiore a cinque anni in seguito a condanna del tribunale speciale fascista per la difesa dello Stato. Sono nominati altresì senatori, con decreto del Presidente della Repubblica, i membri del disciolto Senato che hanno fatto parte della Consulta Nazionale. Al diritto di essere nominati senatori si può rinunciare prima della firma del decreto di nomina. L'accettazione della candidatura alle elezioni politiche implica rinuncia al diritto di nomina a senatore."

Ops! Vi siete accorti tutti che per potersi candidare (per la prima volta, si intende) al Senato della Repubblica Italiana era requisito indispensabile aver scontato la pena della reclusione non inferiore a cinque anni in seguito a condanna del tribunale speciale fascista per la difesa dello Stato! Ebbene, sono queste le nostre origini, e non possiamo che tenercele.

Due cosucce emergono da una lettura meno frettolosa di questa norma. La prima è che i primi Senatori della repubblica dovevano essere stati, quasi tutti, in carcere per almeno cinque anni. La norma, si capisce, era dettata dalla necessità d'essere sicuri che al Senato non entrassero i fascisti, da poco debellati dal Paese. Questo si può capire: bisognava avere le prove che non si era stati fascisti, per diventare Senatori.

Ma, qui viene il bello, non era sufficiente essere stati condannati per azioni antifasciste: bisognava avere scontato la pena, per almeno cinque anni.

Perché? Già i nostri Padri Costituenti hanno voluto mettersi al riparo da sentenze (in questo caso, di condanna del tribunale speciale fascista) stilate ad hoc per poter partecipare al Senato della Repubblica. Non bastava la sentenza: la prova d'essere stati antifascisti risiedeva nell'avere trascorso 1825 giorni nelle affollatissime carceri, allora come oggi vere e proprie scuole delle migliori tecniche di malversazione. Transilitterando, se nel nuovo renzianissimo Senato si dovesse reiterare la norma (non più per le galere fasciste ma per quelle di un vecchio regime democratico che il premier vorrebbe rottamare), anziché ridurre il numero dei papabili, sarebbe necessario quantomeno triplicarne la presenza.