Quando, in uno studio medico, c’è da fare la fila il vip siracusano diventa arrogante nonostante il cartello alla parete: “Ammiriamo profondamente chi aspetta il proprio turno in silenzio”. Ci son tutti: politici, insegnanti, preti, dirigenti di uffici, forze dell’ordine. “Debbo passare per primo”

Con tutto il rispetto per la regola fondamentale che rende ridicola ogni tipo di generalizzazione quando si voglia dire che tutti i cinesi sono uguali, i catanesi sono tutti così, i palermitani, invece, sono tutti in quell’altro modo, mi piace sorridere con i lettori scrivendo dei miei amatissimi concittadini quando stanno in sala di attesa dal medico di famiglia. Come appena detto, non si può pretendere che tutti siracusani si somiglino e, per fortuna non è cosi! Però una certa somiglianza, a ben vedere, la si trova sempre.

La sala d’attesa di un medico, specialmente se affollata, è uno dei punti migliori d’osservazione per comprendere alcune sfumature suggestive dei costumi cittadini. Bisogna premettere che nel mio studio di medicina generale circolano in un anno 11.000 persone, tanti sono i contatti che ho con i miei assistiti. C’è chi viene una volta ogni due anni ma molti, più anziani e malati, mi vengono a cercare anche quattro o cinque volte al mese. Ho sempre ritenuto impossibile gestire la mia attività senza il supporto di una segretaria: non avrei il tempo neanche di guardare in faccia un ammalato, figurarsi ascoltarlo con attenzione o visitarlo. A parte la burocrazia furiosa che ha sommerso l’attività clinica e che ci ruba metà del tempo, i pazienti siracusani in attesa hanno bisogno di un domatore!

Inoltre, pur esercitando in un quartiere centrale, in quarant’anni ho visto accadere di tutto in sala d’aspetto. La sorpresa più simpatica è stata trovare un buco in una parete, fatto da chissà chi in un baleno, approfittando dell’assenza della segretaria che, per qualche minuto, aveva lasciato non presidiata la sala. Cosette così la dicono lunga sul rispetto dei luoghi, quando si danno diritti preziosi a chi non li merita.

Sono certo risulterà incredibile ai lettori della Civetta di Minerva, ma la cosa più difficile da far rispettare in tutta questa lunga esperienza di lavoro è stato il concetto di “fila”, cioè di aspettare il proprio turno. Ne abbiamo viste di tutti i colori! Per tutti questi anni, deliberatamente, con tutte le segretarie che nel tempo si sono susseguite, abbiamo investito tutte le risorse nei rapporti di correttezza e di rispetto reciproco. Nessuno ha mai potuto superare la fila a danno degli altri, neanche i parenti più intimi, proprio per confermare con l’esempio che le regole sono le regole e che valgono per tutti. Senza voler mancare di rispetto a tutti gli appartenenti alle categorie che ora citerò, la cosa che ci ha più delusi è stata quella di veder mettere in opera gli esempi più deteriori di “furbizia” per saltare la fila proprio alle persone che dovrebbero garantire istituzionalmente l’educazione e il rispetto per il ruolo che rivestivano. Insegnanti, prelati e religiose, rappresentanti delle forze dell’ordine, dirigenti d’importanti uffici, ci hanno messo troppe volte in difficoltà perché ritenevano il loro tempo tanto più prezioso di quello altrui e, non ultimo, di quello del medico. Non sono stati, per fortuna così numerosi da infangare la professione che facevano, ma è stato desolante lo stesso vederli all’opera, a volte per anni.

Certo capirete che quando si devono insegnare o applicare regole che valgono per gli altri e non per se stessi, non solo si diventa non credibili o ridicoli ma pericolosi socialmente. Appunto per questo ho fatto in modo sempre di non essere il medico giusto per certi personaggi, tanto da indurli a cercarsene un altro. Considerando il bicchiere mezzo pieno, mi sono confortato negli anni osservando che tutte queste persone erano anziane mentre le vituperate nuove generazioni, in qualche modo, comprendono questo faticosissimo principio di civiltà e democrazia che è far la fila in Italia.

A riprova che l’età conta nel pedigree della maleducazione, citerò una di quelle situazioni che trovano conferma presso tutti i medici di famiglia. Il fattore più importante di tensione in una sala d’attesa è rappresentato dai pensionati. Il pensionato siracusano ha sempre tanto da fare, deve parlare ad alta voce di tutto, ha sempre fretta, ha tanti “diritti” che devono essere soddisfatti, non c’è nulla che leggi o regole gli possano sottrarre, sa tutto e soprattutto sta male sempre più di tutti gli altri, ha bisogno di tantissime medicine, deve andare dagli specialisti molto spesso, a giro. Soprattutto se non paga gli esosi ticket perché esente. Insomma da una generazione così non poteva venire una gioventù esemplare, dobbiamo accontentarci di quel che viene… Si capisce, così, la frase commovente che da più di vent’anni ho scritto su un avviso in sala d’aspetto: ”Io e la mia segretaria ammiriamo profondamente chi aspetta il proprio turno in silenzio”. Il fenomeno è così raro che, per l’appunto, ci commuove.

La lettura di questo irrispettoso trafiletto sarebbe molto più interessante se si potessero caratterizzare meglio, quasi a riconoscerli, alcuni protagonisti. Per fortuna esiste la “privacy”, la deontologia professionale, la decenza, il rispetto delle debolezze umane e non si può né si deve dire di chi si parla. Il fatto che una suora chieda per sé la prescrizione di un farmaco per la prostata, però, grida vendetta!