C’è un nemico invisibile ai nostri occhi che ha sconvolto le nostre abitudini, che ha ridotto la nostra vita a una fotocopia sbiadita, macchiata dalle lacrime di chi muore solo e di coloro che lo piangono.

Un nemico che ci trova impreparati e soli, e pure uniti nella pubblica piazza globale, ansiosi di vedere il sorriso mesto dei nostri cari lontani dentro scatole spente e schermi accesi, voci distanti e volti intangibili.

Solo due settimane fa nessuno, neanche i più catastrofisti, avrebbero potuto presagire di entrare dentro un occhio di Dalì da cui vedere il mondo fuori di noi dalla distorsione di uno specchio riflesso, o nel groviglio di una Guernica impazzita. E di restarci, a lungo, prigionieri di un limbo senza tempo, privati di una libertà senza gabbie.

Un nemico che toglie aria ai nostri polmoni e cielo ai nostri sogni, ossigeno al nostro presente e spazio al nostro futuro.

Dentro di noi, e fuori di noi, il nemico invisibile si nutre della nostra aria. E possiamo combatterlo solo se restiamo uniti, seppure a debita distanza.

Non cerchiamo altri nemici, niente caccia all’untore, chiudiamoci a casa senza chiudere i nostri cuori: non serve, se non a restare più soli, e da soli non andremo da nessuna parte. C’è chi muore solo, ma facciamo in modo che chi rimane isolato non sia anche abbandonato in questa guerra: se così facessimo, saremmo tutti destinati a perdere. Ci sono due differenti modi per non vedere l’altro: uno è dimenticare che l’altro è il riflesso di noi stessi, e i mille schermi accesi davanti ai nostri sguardi attoniti ce lo ricorda ogni giorno, altra cosa è diventare irrimediabilmente ciechi, come i protagonisti di Saramago.

Il nemico è invisibile ai nostri occhi, e noi brancoliamo nel buio di un’emergenza senza confini temporali e spaziali: non lo vediamo, ma sappiamo com’è, cos’è, sappiamo che ci sono occhi che lo studiano e mani che cercano di sconfiggerlo; sappiamo di avere fatto mille errori, e che questo ha fatto in modo che il nemico invisibile si modificasse e moltiplicasse attorno a noi, dentro questo mondo connesso, dove ogni luogo è così lontano ma così vicino, e ogni uomo è così vicino ma così lontano, oggi.

Non serve autoassolversi, ma non servono neanche untori e sciacalli: servono responsabilità e senso civico, ovunque, anche in una nazione, come la nostra, che ha preferito speculare sulla sanità pubblica piuttosto che investire, che ha scelto il vuoto di contenuti e il conflitto sociopolitico piuttosto che il governo della comunità e la tutela del bene comune, che ha preferito alla crescita economica e culturale il depauperamento dei valori e del sapere, che ha privilegiato una prospettiva ecologica ad una visione ecologica, senza futuro né fiducia.

Il punto non è fare un processo o un dibattito, non qui, non ora; il problema è non sottrarsi più a quella che una volta si sarebbe chiamata una grande assunzione di responsabilità di fronte al nostro Paese e al mondo intero. Ne vale della nostra sopravvivenza, e per farlo sarà necessario modificare assunti, visioni e azioni, anteponendo al profitto e all’egoismo un nuovo umanesimo da cui risorgere: lo dobbiamo a noi, certo, ma soprattutto ai nostri figli.

Un uomo è fermo al semaforo con la sua auto, quando all’improvviso non vede più nulla: è questo l’incipit di Cecità. L ’uomo viene accompagnato dal medico, in breve tempo contagiato anche lui, stesso destino per tutti i suoi pazienti. Quando la cecità inizia a espandersi in maniera capillare, il governo decide di mettere i ciechi in quarantena. Divisi in gruppi e rinchiusi in edifici fatiscenti, i ciechi tornano velocemente a uno stato primitivo e violento. Un’analisi del genere umano, quella di Saramago, che letta oggi inquieta, perché sembra quasi parlare di noi. Lo scrittore portoghese, non da nomi ai personaggi, identifica i protagonisti attraverso le loro caratteristiche, il mestiere o il ruolo sociale: c’è il medico, il primo malato o paziente zero, la moglie del medico, la ragazza con gli occhiali, il vecchio con la benda. L’epidemia rende l’uomo impersonale, rimuove le sue generalità e quello che stiamo vivendo in questi giorni è esattamente lo stesso: il paziente zero, il primario, la moglie del paziente zero, il corridore. Non abbiamo più un nome, siamo come gli uomini di Saramago, scarni e nudi, pronti a razziare gli scaffali dei supermercati, arrivare prima degli altri per metterci in salvo; a lucrare sul cibo e sugli altri beni di necessità, persino sui dispositivi di protezione individuali, a commercializzare la paura, fermando carichi di mascherine e sussidi salvavita ai confini di altri Paesi, che se ne appropriano indebitamente, o comprando per milioni di dollari futuri brevetti di vaccini che diventano arma di ricatto, la stessa commercializzazione ideologica della paura che ancora continuano a fare squallidi leader politici nostrani e non, spesso solo per pura propaganda e sete di potere.

Volevamo i confini chiusi, senza capire che li avrebbe chiusi un nemico invisibile per ricordarci che soli non si sopravvive; volevamo il sovranismo, senza capire che senza l’aiuto dell’altro fuori dai confini del nostro schermo, sarebbero rimaste le macerie. Volevamo l’odio, senza capire che l’odio va a braccetto con la morte. I muri, le limitazioni sui viaggi, la segregazione e il blocco degli scambi commerciali possono essere utili in un’ottica di quarantena temporanea, ma per dirla con l’intellettuale israeliano Yuval Noah Harari, su un periodo ampio queste direttive sono tossiche e controproducenti, e rischiano di alimentare visioni totalitaristiche: per Harari infatti l’unica possibile soluzione a lungo termine per vedere la luce in fondo al tunnel è la cooperazione tra gli Stati, tenuto conto del fatto che rispetto alle grandi epidemie passate, il mondo moderno ha le tecnologie adeguate per affrontare diversamente le malattie altamente contagiose in tempi relativamente brevi.

Saramago scrive “È una vecchia abitudine dell’umanità passare accanto ai morti e non vederli”. Oggi però noi non vediamo solo il nemico invisibile, ma siamo ancora capaci di vedere i nostri morti, la nostra paura, ancora capaci di vedere l’umanità nelle azioni di tanti, l’altruismo dei nostri medici, la capacità di cooperare della comunità scientifica internazionale e di tutti coloro che non si fermano per questa umanità che vuole ancora cielo da respirare, luoghi da visitare, bellezza da assaporare, abbracci da condividere, risate da diffondere, volti da baciare, corse da fare tenendosi per mano, speranza da alimentare, futuro da costruire.

E per questo non saremo né potremo mai diventare ciechi, perché l’aria di cui siamo privati e la solitudine che ci annega, non ci ha ancora tolto e non può toglierci gli occhi del cuore, grazie ai quali intravediamo la meravigliosa, fragile, complessa normalità del domani, consapevoli che l’unico modo per sconfiggere il nemico invisibile non può che essere, oggi, la cooperazione matura e consapevole tra gli Stati e gli uomini che li compongono.