Qui in Sicilia, a Siracusa, sembra covare dentro tutti noi la supponente speranza che il virus non ci travolga come uno tsunami

 

Nello scontro tra Ordine dei Medici e Azienda Sanitaria - di cui in questi giorni non si sentiva per nulla bisogno ma che è stato determinato da circostanze purtroppo oggettive -, che registra quasi quotidianamente nuove prese di posizione e che a livello locale ripropone in sostanza quanto già accaduto in altre realtà, è impossibile individuare vincitori e vinti.

Legittima la richiesta da parte dei rappresentanti dei medici di ottenere subito gli indispensabili presidi sanitari per chi sta lavorando sul fronte di questa nuova guerra del terzo millennio (17 i medici già deceduti e tra loro molti i medici di famiglia e quasi tremila gli operatori sanitari contagiati, l’8,3% del totale dei colpiti); inevitabile la risposta dell’Asp: “Non tocca a noi”.

Incomprensibile invece, e ingiustificabile, il tono della risposta del Direttore Generale dell’Asp che, dopo aver negato ogni coinvolgimento diretto dell’azienda nel provvedere alle misure di sicurezza per gli operatori sanitari del territorio, chiude la sua lettera al Prefetto con l’insensata minaccia di fare controlli presso gli studi medici “al fin di assicurare l’osservanza della vigente normativa”, cioè verificare se i medici di medicina generale e i pediatri rispettino “tutte le misure di prevenzione e contenimento” per sé e per gli altri, quasi fosse il tempo delle ripicche, delle piccole vendette, dei distinguo.

E paradossale è risultato il doppio ruolo del dottor Anselmo Madeddu, Direttore Sanitario dell’Asp e Presidente dell’Ordine dei Medici che, in quest’ultima veste, ha chiesto al proprio Direttore Generale Salvatore Ficarra di chiarire la sua posizione nei confronti della categoria medica.

Ma il problema è, al di là di polemiche che non dovrebbero esserci, serio, serissimo, e unisce, dovrebbe unire tutti nella sua drammaticità: c’è assoluto bisogno dei presidi sanitari. E c’è un aumentato senso di impotenza e sgomento nell’impossibilità/incapacità da parte della Protezione Civile Nazionale di fare adeguatamente fronte alla situazione.

Se in un contesto di normalità si sarebbe anche potuto sorridere, o ridere, nel vedere quali “mascherine” siano state recapitate là dove c’era necessità – panni swiffer con due elastici, “fogli di carta igienica” come detto dall’assessore della Lombardia Giulio Gallera – ora, con le immagini strazianti che scandiscono le ore delle nostre giornate, non può che esserci una dolorosa incredulità.

Si potrebbe pensare che anche in questo caso sarebbe ingeneroso caricare sul Servizio Nazionale l’intera responsabilità di tale inefficienza: è vero infatti che è la filiera d’acquisto del Paese ad essere implosa, schiacciata tra un’improvvisa abnorme richiesta dei dpi e la chiusura delle frontiere, il crollo, di fatto, del sistema Schengen, la disdetta di commesse operata dagli stati “fratelli”, ogni via preclusa all’approvvigionamento.

Unica speranza quindi quasi solo (ma qualche ripensamento ora dall’Europa si registra) nei Cinesi, i bistrattati “untori” che si scoprono vicini e generosi.

Ma è anche vero che in uno Stato ben strutturato, in uno Stato guidato da una classe politica in grado di leggere il presente (o il recente passato: l’esplodere dell’epidemia a Wuhan) e programmare il futuro, ci si aspetta che alla guerra si vada equipaggiati, e non inermi come ancora stiamo facendo.

E in guerra si mette in campo “l’economia di guerra”, si ripensa all’organizzazione produttiva, così come si è fatto per quelle misure di “contenimento” che ci vedono oggi confinati nelle nostre case.

È evidente che quello che solo ora vediamo accadere doveva esser fatto da tempo: piccole forme di riconversione industriale. Da tempo tutte le imprese in grado di farlo avrebbero dovuto essere pronte a fabbricare mascherine, camici, occhiali protettivi, caschi per la respirazione; a produrre quantitativi eccezionali di tutto il necessario a fronteggiare la crescita esponenziale dei casi di contagio.

Ci si è mossi tardi nel resto del Paese perché abbiamo dovuto aspettare di vedere i nostri fratelli proni sui lettini tutti in fila attaccati ai respiratori, lunghe code di camion militari carichi di bare accompagnate solo dal pianto lontano dei familiari, gli occhi pieni di lacrime di medici che non riescono neanche a raccontarla la loro quotidianità per il groppo che si forma in gola. E ci stiamo muovendo tardissimo qui in Sicilia dove, dentro tutti noi, cova la supponente speranza che il virus qui non ci travolga come uno tsunami mentre, d’altro canto, le notizie di un rallentamento nei contagi fa tremare perché si pensa che la bella novità possa essere l’alibi per non organizzare tutto il sistema dell’emergenza e continuare a rinviare.

È vero che qualcosa si muove: a pochissimi giorni (5) dalla “tempestiva” firma del decreto di riconoscimento del Distretto Produttivo ‘Meccatronica’ della Sicilia, ad opera dell’assessore regionale alle Attività produttive, Mimmo Turano, l’assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, ha comunicato che alcune delle aziende del distretto hanno già avviato la produzione di dispositivi di protezione individuale.Sette aziende, tra Catania, Enna e Trapani, come la Proto, la Nebiolo e la Rica, si sono dette pronte a produrre in due o tre giorni 230 mila flaconi da 80 ml di igienizzanti per le mani, 1.000 mascherine filtranti in cotone Tnt al giorno per arrivare in 48 ore addirittura a 10.000 al giorno; 600 maschere protettive in 3D a settimana per arrivare a 1.500 pezzi a settimana.

Si attenderebbe solo il via libero dalla Protezione Civile a cui le aziende avrebbero già inviato i prototipi per poter dare il via alla produzione. Quanto si dovrà attendere?

L’esperienza recentissima – i ritardi nell’ascoltare gli avvertimenti dell’OMS così chiari da subito, nell’organizzare gli ospedali proprio nella terra dell’eccellenza, dell’orgoglio del sistema sanitario nazionale, nel proteggere appunto chi ne ha maggiore bisogno, nell’approvvigionamento preventivo dei presidi sanitari – dovrebbe dare un’accelerazione fortissima a quanto qui si sta predisponendo che a noi sembra drammaticamente poco.

La sottovalutazione a gennaio di Federfarma sulla capacità di soddisfare la richiesta dei presidi sanitari ha dimostrato presto la propria insensatezza e oggi è diventato il personale medico, infermieristico e sanitario in genere, la categoria più a rischio per sé e per gli altri, anche in Sicilia dove nuovi casi si registrano quasi quotidianamente. Le persone muoiono in ospedale come a casa in attesa di una bombola di ossigeno che non arriverà mai, del 118 che forse non si è pensato di potenziare, delle ambulanze che scarseggiano.

Ma noi, cosa stiamo facendo?