È il personale sanitario in prima linea a pagare il prezzo più alto, ancora adesso senza presidi di protezione. E a Siracusa va malissimo

 

Premetto che tra i soldati in prima linea, tra cui i medici di famiglia, si comincia a intravedere la vera causa per cui l’Italia sta pagando il più alto prezzo al mondo per la mortalità da SARS-COV 2.

Ci sono voluti i Cinesi, venuti in soccorso, per far capire dove si è sbagliato e non è solo perché c’è troppa gente per le strade. Quest’ultima è una vigliaccata tipica di una nazione immatura la cui impreparazione nella scienza dell’organizzazione è una componente fissa all’estero quando si raccontano le barzellette sugli italiani. In sostanza, in previsione della disfatta, si colpevolizzano gli innocenti cittadini perché non stanno a casa.

Analizzando l’ecatombe di cittadini e medici nella città di Bergamo si è scoperto che l’epidemia sarebbe partita da un piccolo ospedale a pochi chilometri dalla città dove alcuni medici e altri sanitari sono stati infettati alle fine di febbraio. A loro volta infermieri e medici hanno poi contagiato tutte le persone con cui hanno avuto a che fare. Ora in quella regione siamo a tremila operatori sanitari contagiati e a 17 medici deceduti.

Perché i medici si sono contagiati? È presumibile che la formazione sul come proteggersi e la disponibilità dei presidi di protezione individuali siano mancati. Un così gran numero non si è mai verificato altrove.

Un medico contagiato è il miglior untore in assoluto. Sembra paradossale ma potrebbe essere vero. Lo è con i familiari, con gli amici, con i pazienti.

Ammesso che i maggiori untori siano i medici e i sanitari, come potevamo evitarlo?

Semplice. Con un lavoro ben fatto, drastico, repentino, illuminato da parte degli epidemiologi.

Dalle loro indagini accurate, dai poteri loro assegnati dalle leggi deriva il contenimento dei focolai.

Se gli epidemiologi avessero lavorato bene e subito, maneggiando con sicurezza le armi della prevenzione, oggi la nazione non sarebbe segregata in casa, assestando un colpo mortale alla vita e all’economia di un’Italia che già da anni destava preoccupazioni in tutto il mondo per il suo declino.

Forse ci volevano i cinesi e i cubani per farci capire che avere il maggior numero di medici e sanitari contagiati vuol dire almeno tre cose:

  • Non abbiamo cultura della protezione individuale degli addetti (troppe scartoffie, circolari, nessuna formazione sul campo!)
  • Non sono stati forniti i presidi di protezione individuale ai sanitari (per noi medici del territorio, anche nell’inferno di Bergamo, Lombardia, e zone rosse è ancora così)
  • Il sistema Sanitario Italiano ha il cancro ma non ce lo dicono.

Con il macabro risvolto che un medico infetto contagia subito tutti i suoi ammalati sembra inverosimile (ma è così) che si sia decretato che un medico in quarantena, malgrado tutto, deve continuare a lavorare lo stesso perché nessuno può prendere il suo posto.

Nel frattempo c’è chi urla che si deve stare a casa e dà per certo che la disgrazia enorme che stiamo vivendo sia da ascrivere a chi fa sport nei parchi o a chi esce di casa.

Non è così. A meno che uno non baci e abbracci qualcuno, all’aria aperta il contagio non può avvenire!

La nostra disgrazia comincia quindici anni fa, epoca in cui si comincia a demolire uno dei migliori sistemi sanitari del mondo. 57 miliardi di tagli, 70.000 posti letto tagliati, 46.500 medici e infermieri in meno, sanità pubblica che trasferisce somme enormi a quella privata.

Manager incapaci ma strapagati, nominati dalla politica più ignorante che si sia mai vista e ad essa asserviti.

La tragedia si prepara quando, dopo aver demolito la scuola, con la mortificazione dei talenti, il disprezzo verso i nostri ricercatori giovani fatti emigrare a forza di umiliazioni, e, persino, con la perdita di 8.800 giovani medici in due anni, emigrati perché disoccupati.

Ora la nostra vita potrebbe dipendere da un neolaureato assunto in urgenza per pochi mesi o da medici stranieri che stiamo chiamando a gran voce.

Nel frattempo ci godiamo le opere malfatte delle cariatidi arrivate, per meriti ignoti o tristemente noti, nei posti chiave del comando.

Sarebbe come mettere il mozzo della nave, per anzianità ed oscuri meriti acquisiti, al timone di un costosissimo transatlantico.

Quando lo scafo della nave si squarcia sugli scogli del fondo marino, il mozzo al comando se la prende con i passeggeri perché spostandosi fanno variare l’assetto della nave.

Quando la nave comincia ad inclinarsi si scopre che mancano le scialuppe e i salvagenti.

Il lettore si chiederà cosa c’entrano queste considerazioni generali con Siracusa.

A Siracusa le cose vanno malissimo.

Siamo saliti agli onori delle cronache giornalistiche e trionfa sui social una lettera inviata al prefetto dal Direttore Generale dell’Asp, che tutela (?) la salute di noi tutti, in cui si spiegava perché non si fornivano i presidi di protezione individuali a medici di famiglia e pediatri. Dopo aver usate parole di dispregio nei confronti di queste due categorie di medici, afferma senza tema di smentita che non è il loro datore di lavoro, per cui i medici devono comprare da soli i presidi, anzi invierà controlli per verificare se ciò accade.

Smentito dall’assessore regionale alla sanità Razza, per il manager è iniziata una ridicola pantomima per rimangiarsi uno scritto che ha già ricevuto stigmatizzazioni da parte del Codacons, Cobas Sanità, CGIL, Lega Sicilia, on. Cafeo, e un timido rimbrottino da parte del presidente dell’ordine dei medici che sarebbe, poi, il direttore sanitario che collabora con il direttore Generale, in conflitto perenne di interesse. Insomma ci sarebbe da ridere se non stesse alle porte una tragedia. Sparito dalle scene il sindacato dei medici di famiglia e pediatri che avrebbero dovuto immediatamente denunciare alla magistratura l’autore della risposta al Prefetto e chiedere il commissariamento della carica. La cosa ha risvolti che non osiamo definire.

Mentre l’Azienda Sanitaria si trincera nella chiusura della maggior parte delle sue prestazioni assistenziali e chiude al pubblico, e persino ai medici gli accessi diretti, si scatenano i burocrati miracolati e messi in posti direttivi subissando i medici di famiglia di scartoffie e labirinti burocratici, al solo scopo di aggravare le condizioni lavorative di chi affronta i malati e i rischi di morte tutti i giorni, senza neanche la sicurezza di un posto fisso e un contratto vecchio di undici anni, non rinnovato.

Molti dei medici rimasti al loro posto guardano con terrore a quello che succede in Lombardia, si vedono privi di tutele, si battono dalle loro postazioni per i malati ma avvertono tutto il dramma di non avere una catena di comando valida. Ci sono gli stessi ceffi che ci hanno condotto alla rovina ben prima del Coronavirus, ricchi dei loro contratti favolosi ma privi persino dello spirito collegiale e, direi, umanitario. Potremmo dire privi anche del senso del ridicolo, se non si parlasse del pericolo di morire.