Viviamo tempi di grandi incertezze. “Dio è morto, Marx pure e anch’io oggi non mi sento tanto bene” – citazione detta così, solo per il piacere di ripescare una battuta del drammaturgo Eugène Ionesco ma che molti conosciamo perché resa popolare da Woody Allen. Battuta senza dubbio più efficace di un esordio tipo “Non ci sono più le mezze stagioni”, espressione ritenuta banale eppure, in un certo senso, da riconsiderare in periodi di significativi cambiamenti climatici e interrogativi sul futuro della cara e vecchia terra: quella sferica doc, non l’altra piatta teorizzata da qualche fuso di testa in circolazione.

Nel frattempo il nostro presente, inteso propriamente in modo immediato, è alle prese con l’epidemia di COVID-19, ultimo pernicioso arrivato della famiglia dei cosiddetti coronavirus, che sta facendo vittime e - a chi più, a chi meno - sta scombussolando l’organizzazione della propria vita, scassando gli zebedei, suscitando reazioni varie: da quelle più preoccupate con picchi d’allarmismo schizzato, a quelle fin troppo tranquillizzanti; compresi le indeterminatezze governative e, al di là delle critiche legittime e sacrosante, lo sciacallaggio dei soliti settori della destra ottuso-oltranzista e delle testate-contro-il muro formato cartaceo.

Tutto ciò crea insicurezza, conseguenze economiche molto serie (non solo nel settore turistico), inevitabili timori e reazioni che invece sarebbe meglio evitare. Insomma “c’è grossa crisi, qua non sappiamo più quando stiamo andando sulla terra, ti chiedi come mai?” – ricordando le parole di pregnante attualità del profeta Quelo.

Anche noi qui nel Bar sotto il mare accanto all’Isola dei Cani cerchiamo di fare qualcosa: leggiamo, scriviamo fondamentali contributi al genere umano come questa rubrica, giochiamo a carte a scopa e briscola; cuciniamo il pesce a miglio zero – che abbiamo pescato con le pinne, senza fucile e occhiali – e condito-mignolo con l’insalata dell’orto del pronipote di un certo Maramao, bevendoci sopra i vini Gran Riserva della Repubblica della Caninesia. Alla tv guardiamo qualche notiziario ma niente dibattiti, preferendo film notturni e molti dvd di grande cinema d’autore e pellicole comiche di cu ié ‘gghié, basta che facciano ridere; riuscendovi persino a trovare soluzioni a qualche problema contingente. Tipo: come fare l’amore se si deve stare almeno un metro distanti e non “salivarsi”? Soluzione trovata rivedendo “Una pallottola spuntata” di David Zucker, precisamente la scena in cui Leslie Nielsen e Priscilla Presley fanno “sesso sicuro” indossando totalmente due giganteschi preservativi.

Per il resto ci stiamo attenendo alle regole di precauzione igienica, seguendo alla lettera le indicazioni affidate negli spot televisivi a Michele Mirabella e ad Amadeus. Quindi, ci laviamo le mani e pure i polsi col sapone per 40 secondi, cantando due volte “Tanti auguri a te” - come suggerito nel programma Rai “Tutta salute” da un medico in studio. Ogni tanto cambiamo genere e intoniamo “Amor dammi quel fazzolettino/vado alla fonte lo vado a lavar/Te lo lavo alla pietra di marmo/ogni sbattuta un sospiro d’amor”, una canzone popolare italiana interpretata pure da Gigliola Cinquetti, Orietta Berti e da Yves Montand in una versione – la nostra preferita – incisa negli anni Sessanta del secolo scorso in un 45 giri, come retro di “Bella Ciao”, che conserviamo gelosamente. Abbiamo solo una perplessità: se non avendo a disposizione un fazzolettino di stoffa da lavare alla fonte o uno di carta e dobbiamo - come è stato spiegato - tossire o starnutire nella piega del nostro gomito, che mèntula ne dobbiamo fare poi di questa piega?