Un “processo partecipato” deludente per il mancato coinvolgimento reale dei territori. Un Osservatorio indipendente garantirebbe un monitoraggio dal basso finora assente

Dottoressa Basile, quale valore ha esattamente un Piano di Gestione, e a cosa serve?

Le linee guida del Ministero lo definiscono come “una sequenza di azioni ordinate nel tempo in cui sono identificate le risorse disponibili per conseguire gli obiettivi, individuate le modalità attraverso cui essi si conseguono e predisposto il sistema di controllo per essere certi di raggiungerli”.

In altri termini, è uno strumento mediante il quale indirizzare le scelte operative, fondato sul presupposto che ogni sito oggetto della dichiarazione Unesco è più di un monumento o di una serie di monumenti: è parte integrante e inscindibile di un sistema culturale in cui sono presenti e agiscono molte componenti (istituzioni, realtà produttive, istituti formativi, associazioni, risorse territoriali e umane di varia natura).

Compito del Piano è riconoscere e analizzare le componenti e indirizzarle prioritariamente verso l’obbiettivo primario della dichiarazione Unesco: la conservazione del bene, in quanto patrimonio dell’umanità, presente e avvenire, e poi verso la realizzazione di quelle condizioni che permettano la migliore comunicazione e fruizione del bene, facendone al contempo un promotore di sviluppo locale. L’unica forza del Piano, attesa la sua natura non vincolante, sta nella convinta condivisione, da parte di tutti gli attori, della particolare valenza del bene, degli obiettivi e delle strategie.

Rispetto a questo, cosa dire della bozza di revisione del piano presentata da Civita e Fondazione Unesco Sicilia?

Difficile esprimere un’opinione nel merito: di una bozza si tratta, appunto. Dei contenuti concreti della revisione e dell’aggiornamento, così come degli indirizzi strategici proposti, delle priorità ravvisate, della ricognizione delle risorse non sappiamo ancora nulla.

Quello che è stato presentato è uno schema di ossatura metodologica e di sistema di governance.

Si ripropone integralmente l’impianto già adottato nel Piano di Gestione di Palermo Araba e Normanna, redatto sempre dalla Fondazione Patrimonio Unesco Sicilia che già, rispetto al primo Piano di Siracusa/Pantalica, mostrava significativi avanzamenti; non solo con una diversa e più affinata articolazione dei Piani di Azione, ma soprattutto con la definizione della struttura di gestione del Piano.

Anche nella bozza di revisione ora presentata, il Comitato di Pilotaggio non solo ricomprende tutti i soggetti istituzionali interessati (Ministero, Regione, Libero Consorzio, Arcidiocesi, Comuni), ma prevede anche l’inclusione dei sindaci dei Comuni che, ancorché non direttamente interessati dalla core zone del sito Unesco, hanno tuttavia parti di territorio ricadenti nell’ambito delle buffer zone.

I compiti del Comitato di Pilotaggio sono più definiti e articolati, ma soprattutto si punta ad una maggiore inclusività, all’affermazione di un modello di governance condivisa. E si evidenzia anche una concezione più ampia delle relazioni fra i beni tutelati e i contesti di riferimento, una sorta di visione olistica dei territori che ne orienta il ripensamento e la progettazione a partire dalla centralità dei beni tutelati.

Tutto bene, allora?

Non proprio… Perché di fatto, stando a come sono stati presentati i Piani, si direbbe che la prassi abbia contraddetto la teoria e che del coinvolgimento attivo dei territori, almeno in fase di redazione, sia rimasto ben poco. Sembra di capire che per ciascun piano non vi sia stato altro confronto con istituzioni e stakeholder all’infuori di due incontri di presentazione, uno per ciascuna categoria; e che per tutti l’unica forma concreta di partecipazione prevista sia stata la possibilità di inviare, nell’arco di pochi giorni, osservazioni e/o proposte. Che è il minimo sindacale, giusto per dire che c’è stata una forma di confronto.

Come “processo partecipato” è davvero deludente; contraddice completamente quel principio della condivisione che è il presupposto ineludibile perché il piano sia sentito da tutti come uno strumento comune, e quindi acquisti efficacia.

Sembra evidente che questo modo di procedere sconti l’estrema ristrettezza dei tempi disponibili per non perdere il finanziamento. Basta un’occhiata ad una data: quella dell’avviso di manifestazione d’interesse a seguito della quale è stata espletata la gara relativa alla revisione dei tre Piani di Gestione. L’avviso è del luglio 2019, e prevedeva la consegna dei lavori (per tutti e tre i piani) entro il 31 dicembre 2019 (data che è evidentemente slittata di qualche mese): si capisce subito quanto siano stati contratti i tempi di realizzazione.

Tra procedure di gara, e adempimenti vari, è difficile che il lavoro abbia potuto aver inizio prima dell’autunno inoltrato. Anche ammettendo che una grande quantità di dati sia stata già disponibile presso il gruppo di esperti incaricati della redazione, è evidente che una vera interlocuzione con le istituzioni e un vero ascolto del territorio avrebbero avuto bisogno di una pluralità di incontri, di una fase di acquisizione dati e di elaborazione in stretta collaborazione con le amministrazioni comunali, con la Soprintendenza, con il Parco Archeologico, e infine con i portatori di interesse.

Questo costituisce già in partenza un elemento di debolezza.

Al di là dei profluvi di parole, come si fa ad agire concretamente? Con quali strumenti?

Già in sede di presentazione del Piano, da parte di alcuni rappresentanti di Associazioni, è stata avanzata la proposta di costituire un Osservatorio, esterno alla struttura di gestione, con il compito di monitorare l’attuazione dei Piani di Gestione. Di fatto, il compito del monitoraggio è affidato alla “struttura operativa” prevista nel Piano di Gestione, ma è significativa l’esigenza, da parte della società civile, di esprimere dal proprio interno una forma di controllo e di eventuale denuncia che in questi anni è mancata. Peraltro, tale esigenza è stata avvertita anche in ambito ministeriale, dove, alcuni anni fa, è stata avviata l’istituzione di un Osservatorio sui Siti Unesco italiani, in affiancamento e a sostegno dell’attività dell’attuale Ufficio Unesco.