Il termine rieducazione usato dall'articolo 27 della Costituzione mi suscita diffidenza, mi sembra pretenzioso. E tuttavia avendo una certa ispirazione sciasciana (contraddisse e si contraddisse), mi capita spesso di voler imprimere un contenuto didattico alle attività, anche ludico ricreative che si svolgono in istituto. Così, dopo aver pensato alla biblioteca didattica, ancora in divenire, ma di cui sono state buttate le basi, mi viene ora da pensare di fare del nuovo locale che abbiamo attrezzato nel carcere di Piazza Armerina, una palestra didattica.

I termini della questione sono questi: come fare in modo che l'ambiente, non grandissimo, ma lindo e direi quasi elegante, rimanga tale; come fare in modo che gli attrezzi, alcuni dei quali sofisticati come il tapis roulant e il maxi attrezzo multiuso, nuovi di zecca, rimangano integri seppur usati da qualche decina di persone? E come fare in modo che l'uso non avvenga a casaccio ma su un principio di armonia del corpo?

Intanto è stato necessario sgombrare il campo da un problema burocratico chiarendo ai detenuti che il tipo di attività non è sportivo, non è ovviamente agonistico ma è di tipo ludico motorio.

Questo per evitare la necessità dello svolgimento di visite specialistiche da parte della ASP, cosa che nel carcere che ho precedentemente diretto portava a tempi per l’inserimento in palestra, che definire geologici sarebbe riduttivo.

Poiché amo per chiarezza usare un linguaggio slang ho detto in proposito ai detenuti riunendoli, spiegandogli i termini della liberatoria che dovranno rilasciare "Se vi struppiate non mi cercate niente …" Ma ciò dovrà essere accompagnato da una responsabilizzazione e da semi di cultura fisica, per cui ho chiesto, ed ottenuto, l'ausilio del dirigente sanitario per tenere un incontro introduttivo con i detenuti iscritti alla palestra. Un altro incontro sarà tenuto con un istruttore, che spiegherà l'uso degli attrezzi. Io farò la mia parte sottolineando il fatto che gli attrezzi comuni non sono di nessuno (res nullius), sono di tutti.

Allora torniamo all'educazione. Credo che sia necessario, nel momento in cui riaffiorano, purtroppo anche autorevolmente, idee che riecheggiano l’Arbeit match frei, dare al concetto di educazione un contenuto concreto, non retorico, partendo dall'esperienza di tutti i giorni e che può essere ricercato nella esecuzione della pena in questo caso nello svolgimento di una attività in comune, anche se ovviamente è un concetto che tocca tutti, non solo chi è detenuto.

E quindi: le regole, il rispetto di esse, il rispetto di sé e degli altri, il rispetto delle cose comuni.

... ossia ... fare di una piccola semplice attività un fatto di educazione alla cittadinanza.

Questi piccolissimi steps verso una esecuzione della pena costruttiva traggono alta ispirazione dalla bellissima intervista alla Presidente della Corte Costituzionale Professoressa Marta Cartabia, pubblicata su Repubblica di domenica 16 febbraio, che andrebbe letta e riletta per intero perché esprime una idea di giustizia mite, che ha avuto i suoi massimi esponenti in Aldo Moro, Il Professor Bachelet, Valerio Onida, e di cui ci si deve limitare a riportare per ragioni di spazio giusto il passaggio che esprime in nuce il concetto essenziale: "Una giustizia giusta se vogliamo usare questa espressione, è una giustizia che permette di guardare al futuro, che non si pietrifica su fatti passati, che pure sono indelebili. La giustizia giusta è riconciliazione non vendetta. Perché la giustizia vendicativa, ce lo insegna la tragedia greca, in particolare l'Orestea di Eschilo, distrugge insieme gli individui e la polis mentre una giustizia riconciliativa realizza l'armonia sociale".

Vi racconterò nel prosieguo se e quanto si riuscirà a realizzare di ciò che ci prefiggiamo nell’avviare questa nuova attività.