Molto partecipata la conferenza di Graziella Priulla, Urban Center stracolmo e attento

La comunicazione è oggi il luogo dove si esercita la violenza, si pratica la discriminazione e si incita all’odio

 

Venerdì 31 Gennaio all’Urban Center di Siracusa ho avuto il piacere di ascoltare Graziella Priulla, sociologa e saggista. nell’ambito di un workshop organizzato da un gruppo di donne siracusane in collaborazione con Siracusa Città Educativa. Una sala strapiena e attenta, costituita prevalentemente da donne, ha sentito la Priulla argomentare in merito a stereotipi e genere nella comunicazione.

All'interno della " grammatica filosofica " del linguaggio, Wittgenstein sostiene che nella comunicazione devono trovare posto non i canoni di un linguaggio ideale, ma piuttosto le regole per la comprensione del linguaggio quotidiano. È proprio l'assunzione del linguaggio ordinario a terreno dell'analisi logica a dare origine all'importante teoria del significato come uso; Wittgenstein infatti scrive che "per una grande classe di casi, la parola significato si può definire così: il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio". La sua tesi è che vi sono tipi di comunicazione linguistica i quali, ben lungi dal poter o dal dover essere valutati primariamente alla luce di criteri logico-formali (oggettivi e invarianti), rispondono a bisogni, esigenze e scopi da analizzare alla luce di criteri pratici (non univoci né universali). Riabilitando un approccio in qualche modo pragmatico alla realtà linguistica, il linguaggio per Wittgenstein risulta essere, prima di ogni altra cosa, un'attività interagente con le più disparate componenti teoriche e pratico-esistenziali del vivere e del fare umano: sotto questo profilo, la riconduzione del significato all'uso esprime appunto l’inserimento del fenomeno linguistico entro un contesto antropologico e socio-culturale ampio e variegato.

La comunicazione è oggi il luogo principe dentro il quale si esercita la violenza, si pratica la discriminazione e si incita all’odio: e il contesto si è ampliato e variegato, modificando il fenomeno linguistico, non solo perché il significato del linguaggio è correlato all’uso, ma perché è proprio l’uso a rideterminare la correlazione tra significato e significante, creando nuovi spazi dentro la pratica comunicativa, virtuale e non, che alimentano stereotipi e violenze di genere.

Il termine genere viene inserito ufficialmente nel discorso scientifico nel 1975, quando Gayle Rubin lo utilizza nell’espressione sex-gender system. Il genere viene creato dalla società nel momento in cui la sessualità biologica viene trasformata in prodotto dell’attività umana e inglobata all’interno del sex-gender system, ovvero in quell’insieme di “processi, adattamenti, modalità di comportamento e di rapporti, sulla base dei quali si “organizza la divisione dei compiti tra gli uomini e le donne”: allora piuttosto che di condizione femminile, oggi si parla di genere, di violenza di genere e di stereotipi di genere, dove le questioni di genere nell’uso comune perdono il significato di bipolarità, di reciprocità dialettica dei due termini di questo codice binario in cui dovrebbe essere implicita l’interazione tra i due sessi, tra le forme esistenziali con cui uomini e donne costruiscono la propria vita, “creando” la condizione femminile e la condizione maschile. L’elaborazione del concetto di genere non nasce soltanto dalla presa di coscienza dell’esistenza di una realtà sessuata, ma anche e soprattutto dalla constatazione dell’esistenza di uno squilibrio all’interno di essa, tanto che il concetto di genere richiama quello di potere: il significato nell’uso ordinario si sgancia dal significante, e quando si parla di genere o questioni di genere, è implicito pensare al genere femminile, e già questo è uno squilibrio che alimenta lo stereotipo.

Centra bene il problema il famoso linguista Giulio Lepschy nel 1989: “Mentre gli uomini sentono che la lingua manifesta nello stesso tempo sia la loro condizione di esseri umani sia la loro condizione di maschi, le donne trovano che la stessa lingua non corrisponde ugualmente alla loro condizione specifica di donne e che perciò è inficiata anche la sua presunta universalità umana”. La comunicazione è uno dei più importanti sistemi simbolici a nostra disposizione, uno strumento privilegiato per la costruzione della soggettività individuale e collettiva e in primo luogo dell'identità di genere: la lingua non ha solo la funzione di rispecchiare i valori, ma anche quella di concorrere a determinarli, organizzando le nostre menti. Ogni lingua storico-naturale reca in sé la sedimentazione di tutti i significati individuali e collettivi attribuiti alle parole nel corso del tempo, ma è anche un deposito di tutti gli elementi: giudizi di valore, fantasie, emozioni, affetti, paure, desideri, speranze, idee e comportamenti, cui veniamo socializzati fin dalla nascita.

Bene dice la Priulla quando sostiene che il termine genere nella comunicazione linguistica, e specificatamente nell’uso ordinario, ha perso il bipolarismo insito nel suo significato, agganciandolo ad altri significanti: se esistono in grammatica il genere femminile e il genere maschile, le varianti del significante riconducibile all’uso, ci raccontano di un genere maschile sovrapponibile ad un genere sessista, pertanto all’origine delle differenze nel linguaggio non ci sono motivi di ordine linguistico, ma motivazioni sociali: è quindi su questi ultimi che bisogna incidere, tramite uno stravolgimento del significante che riconduca il significato di un termine nell’alveo di una comunicazione sfrondata dall’illogicità di stereotipi che finiscono per alimentare la disuguaglianza di genere, piuttosto che creare le condizioni di pari opportunità: bipolarismo tra i generi, che non significa annullare le differenze, ma in un’ottica di reciprocità, significa creare le condizioni per l’uguaglianza delle opportunità.

Per fare questo, bisogna anche stravolgere le regole della grammatica sociale, e a farlo può essere solo un processo educativo, la formazione di una consapevolezza culturale e critica, presupposto fondante e trasmissibile di ogni crescita sociale: la scuola, l’educazione nel senso più ampio, la capacità di dare il giusto significato alla valenza comunicativa di ogni messaggio, elementi fondanti alla base di questo processo, in grado di avviare una sostanziale rivoluzione insieme linguistica e culturale.

Alma Sabatini sosteneva che la lingua non si limita a manifestare il nostro pensiero, ma lo condiziona, restituisce e contemporaneamente impone una visione del mondo: la lingua, diceva Sabatini, non può essere neutra, ma contiene una scala di valori che influenza chi la parla.

La Priulla ha fatto una serie di esempi calzanti di stereotipi di genere, alcuni persino divertenti, ormai parte del linguaggio comune, da cui si evince che il problema non sono le differenze, ma le valenze che esse esprimono: o nozioni stereotipate, diminutive, riduttive e restrittive della immagine della donna, o il reiterato e pervasivo concetto base della centralità e universalità dell’uomo e della marginalità e parzialità della donna.

La falsa «neutralità» del maschile, che spaccia per umano ciò che è solo dell’uomo è emblematica di tutta la cultura. Essa finisce per oscurare o marginalizzare l’identità dei soggetti femminili. La lingua, infatti, lungi dall’essere neutrale, influenza significativamente i sistemi simbolici dei e delle parlanti: la scuola, le pubbliche amministrazioni, le regole della comunicazione virtuale non dovrebbero dimenticarlo, perché anche le disimmetrie del linguaggio non siano leve delle disimmetrie di genere, che spesso sono alla base della violenza di genere. Perché se dopo un femminicidio si parla di ‘tempesta emotiva per il tradimento della propria donna’, e a farlo è una donna giudice dall’Aula di un Tribunale, significa che lo stereotipo di genere è talmente pervasivo nel sistema comunicativo, da dover essere scardinato dalla grammatica sociale di uomini e donne, per guarire da un uso distorto del linguaggio che alimenta e giustifica la disuguaglianza.

Graziella Priulla ha trovato a Siracusa una piazza attenta e sensibile. Siracusa, per fortuna presenta una realtà molto dinamica e da tempo molto impegnata. L'attivismo di un gruppo spontaneo di donne e la sensibilità di alcuni intellettuali e politici siracusani, promotori di un documento contro il femminicidio che ha macchiato più volte anche questa città, hanno dato visibilità a tale disimmetria linguistica che diventa stereotipo, non di rado trasformatosi in violenza di genere, fenomeno purtroppo rilevante anche in questo territorio. La nostra realtà locale necessita di un processo educativo, esigenza recepita da buona parte della comunità educante, come dimostrano questa ed altre encomiabili iniziative in merito, promosse dal nostro Comune, da gruppi spontanei di donne e uomini lontani da stereotipi e violenze di genere.