Settembre 1980. Durante una battuta di pesca subacquea, sotto la falesia di capo Passero, a circa 11 metri di profondità, incrostato su un fondale roccioso, un ceppo di piombo di un’ancora antica sembrava implorare di essere recuperato per svelare la sua storia.

In acqua io e mio cugino Gianni decidemmo di assecondare le aspettative del reperto. Iniziammo una serie di immersioni cercando di disincrostare il ceppo dalla roccia con il semplice uso dei nostri coltelli. La fatica fu enorme sia perché operavamo in apnea sia perché la profondità mise a dura prova i nostri timpani al punto che subii la mia prima lesione. Riuscimmo ad imbragare il ceppo con la corda di un ancorotto in dotazione ad una piccola imbarcazione che avevamo preso in affitto per l’occasione governata da un nostro parente che non sapeva nuotare.

Con le gambe ben piantate sulla prua, tentammo il recupero fintanto che la barca inclinandosi, rischiò di imbarcare acqua. La corda si ruppe e finimmo catapultati in acqua tutti e tre, riuscendo a malapena a salvare il nocchiero che annaspava terrorizzato.

Ci rimettemmo in barca ritenendo che non saremmo mai riusciti ad effettuare il recupero.

La buona sorte ci venne incontro perché da lì a poco stava per rientrare un pontone dopo avere recuperato l’attrezzatura della tonnara. Lo raggiungemmo; ci venne offerta assistenza. Imbragammo il ceppo con la catena della gru e, recuperatolo, lo depositammo sulla nostra imbarcazione.

Con l’acqua quasi a livello del bordo, riuscimmo a raggiungere terra dove un gruppo di pescatori curiosi aveva assistito alla strana operazione di recupero. A riva ci attendeva Lilly, la moglie di mio cugino, finalmente sollevata dall’ansia perché aveva temuto qualcosa di brutto. Approfittando della disponibilità del pontone, riuscimmo a recuperare anche un rottame di anfora che si trovava vicino al ceppo. Con l’aiuto di alcuni pescatori riuscimmo a sollevare il reperto e ad adagiarlo sul sedile posteriore della mia nuova Giulia 1300 comprata da poco, strappando la tappezzeria. Ma le dimensioni del ceppo erano tali che fummo costretti a utilizzare due stivali prestati dai pescatori e un pezzo di corda che ci permise di fissare gli sportelli semiaperti.

Il ceppo, provvisoriamente messo a deposito nel seminterrato della mia villetta con una regolare comunicazione scritta alla Soprintendenza, è rimasto in mia custodia fin quando, con l’autorizzazione del professore Sebastiano Tusa e con il benestare della Capitaneria di Porto di Siracusa, si è deciso di esporlo in bella mostra nella sala d’attesa della struttura, a cura del personale, accanto ad altri reperti precedentemente autorizzati, essendo la sala costantemente presidiata. La motivazione per cui se ne è decisa l’esposizione sta nella valutazione che ne ha fatto Tusa: si tratta infatti di un ceppo di piombo senza perno di ritegno che veniva sfilato dal fusto dell’ancora di legno per essere depositato sulla imbarcazione in maniera meno ingombrante. Raro quindi come esemplare, ancora più raro perché, simmetricamente al foro centrale, si evidenziano in rilievo due conchiglie interpretate come segno apotropaico.

Si suppone che l’ancora cui apparteneva il ceppo sia stata perduta o abbandonata volontariamente da imbarcazioni più probabilmente militari ma anche onerarie; queste ultime sostavano sotto la falesia di Capo Passero in attesa delle condizioni favorevoli per affrontare la traversata del canale di Sicilia verso le sponde africane.