Occorre un pensiero alto come quello dell’attenzione alle future generazioni e la consapevolezza del limite o sarà tutto vano

 

Il 97% degli scienziati nel mondo (climatologi, meteorologi, chimici, fisici, ecc.) avverte che l’effetto serra provoca il riscaldamento globale e i conseguenti disastrosi cambiamenti climatici. Altri negano che sia in atto un processo derivante dalle attività umane e dagli effetti delle immissioni in biosfera di enormi quantità di CO2 e/o da inquinamento derivato da gas climalteranti, ma che tutto rientri nei normali cicli climatici, altri attribuiscono questi fenomeni alle perturbazioni solari e altro ancora. Ci preoccupano i negazionisti perché riescono a fare breccia su potentati economici, finanziari e politici che vedono in chi evidenzia i pericoli del riscaldamento globale come nemici dei loro interessi. Ci preoccupano i politici (vedi Trump o Bolsonaro) che hanno interessi elettorali che fanno perno sulla negazione degli eventi e così rassicurano il loro elettorato conservatore e reazionario, spesso da loro poco ragguagliato intenzionalmente, o informato con notizie false e fuorvianti, o “distratto” artatamente e strumentalmente, come sostiene Noam Chomsky.

Ci preoccupano molto anche coloro che, pur avendo consapevolezza, sono indotti all’inazione, alla rassegnazione, alla sfiducia di poter risalire la china.

I DATI FORNITI DA PRESTIGIOSE ISTITUZIONI

Secondo quanto ha pubblicato Jonathan Safran Foer (Possiamo salvare il mondo, prima di cena – perché il Clima siamo noi) la FAO con il rapporto Livestock’s Long Shadow (L’ombra lunga del bestiame) fissa al 18% la percentuale di immissioni di gas serra prodotte dal settore zootecnico a livello globale, mentre il Worldwatch Institute col Rapporto Livestock and Climate Change: what if the key actors in Climate Change are… cows, pigs, and chickens ? (Bestiame e mutamento climatico: e se gli attori chiave nei cambiamenti climatici fossero...vacche, maiali e polli?) ci dà come percentuale addirittura il 51% (32.564 milioni di tonnellate all’anno di emissioni di gas serra in CO2). In tutte e due i casi, comunque, la percentuale supera quella dell’intero settore dei trasporti. Gli autori del Rapporto, Robert Goodland e Jeff Anhang, affermano “se quanto sosteniamo è corretto, sostituire il bestiame con alternative migliori sarebbe la strategia più efficace per invertire la rotta del cambiamento climatico”. Raccomandano, infine, di ridurre del 25% la quantità di animali d’allevamento nel mondo.

SI ABBASSA LA CAPACITA’ FOTOSINTETICA DELLA TERRA

Robert Goodland si basa sulla crescita esponenziale della produzione zootecnica (che attualmente super i 60miliardi di capi di bestiame) accompagnata dagli incendi delle foreste, dal mancato assorbimento dell’anidride carbonica a seguito della deforestazione prodotta dall’industria zootecnica che si abbatte proprio su quei tipi di foreste che hanno maggiore capacità di fotosintesi, per asserire che aumenta progressivamente la volatilizzazione del carbonio presente nel suolo e una drammatica riduzione della capacità fotosintetica della Terra. Inoltre i prodotti animali debbono essere refrigerati e ciò richiede l’impiego di fluorocarburi, composti che hanno un potenziale di riscaldamento globale di migliaia di volte superiore a quello della CO2, la cottura degli animali, lo smaltimento dei liquami, e dei sottoprodotti animali come ossa, pelli, grasso e piume che devono essere eliminati o smistati. E ancora il carbonio immesso dalla respirazione animale e dall’ossidazione del suolo eccede, rispetto a quello assorbito dalla fotosintesi, di uno-due miliardi di tonnellate l’anno.

RAPPORTO dell’ASSEMBLEA GENERALE dell’ONU

La Banca Mondiale sollecita le istituzioni a “evitare di finanziare imprese commerciali su ampia scala per l’allevamento do bovini alimentati a granaglie”.

Un Rapporto dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2014 ha promosso la valutazione del 51% del Worldwatch Institute rispetto alla stima della FAO,” anche se la cifra esatta rimane oggetto di dibattito e di ulteriori verifiche, ma all’interno della comunità scientifica non c’è dubbio che l’impatto della produzione zootecnica sia enorme”.

Anche l’UNESCO, ha pubblicato un rapporto che propende per la stima del 51% e che “il calcolo del Worldwatch Institute rappresenta un enorme cambiamento di prospettiva e costituisce un’ulteriore prova del rapporto tra produzione di carne ed effetti del mutamento climatico”.

Infine per l’International Energy Agency “sostituire i prodotti di origine animale con alimenti alternativi offre un doppio vantaggio: si riducono rapidamente le emissioni di gas serra e si libera terra per consentire a più alberi di catturare, nel breve termine, il carbonio in eccesso in biosfera”.

Ignoranza, o masochismo (quando si ha conoscenza e consapevolezza), avidità, passività, potenza della pubblicità consumistica, incapacità di rinuncia, distrazione indotta o cercata, antropocentrismo esasperato (siamo nell’era cosiddetta dell‘Antropocene) e aggressività rapace delle multinazionali non consentiranno al mondo di reagire. Alcuni asseriscono che forse siamo destinati, come specie, all’estinzione o ad avere conseguenze terribili per le mutazioni climatiche. Il fallimento dell’ultima conferenza mondiale di Madrid di pochi giorni fa, purtroppo, ne è la prova. Il mondo non è stato capace di reagire e forse non lo sarà mai. Già la nostra generazione, specialmente gli scienziati e i giovani di Friday For Future, constatano che si avvicina il punto di non ritorno, la mancanza di capacità di autorigenerazione degli ecosistemi e il collasso già evidente di alcuni di essi.

Eppure oggi, con gli algoritmi, i robots, i prossimi sistemi di comunicazione con i computers e cellulari quantistici, l’intelligenza artificiale, potrebbero fornire, in parte, mezzi adeguati, ma se non vi è un pensiero alto che accompagna, come quello dell’attenzione alle future generazioni e la consapevolezza del limite, sarà tutto vano.