Un coma improvviso da curare a casa

 

Esile e mingherlino per sua natura, un mio vecchio e caro paziente, alla soglia degli ottanta sopravvive da quindici anni, malamente ma pervicacemente, a un cancro dello stomaco che lo ha privato della possibilità di mangiare. Dal cancro si è salvato asportando lo stomaco, da allora vive di piccoli bocconi che, per lui, fuscello fin dall’infanzia, sono stati sufficienti finora a tenerlo in vita e accudire a se stesso.

Una mattina i familiari lo trovano esanime e lo portano in autoambulanza in ospedale.

In poche ore nei locali del pronto soccorso con rapidi accertamenti i medici si convincono del fatto che il suo coma sia irreversibile e consigliano ai familiari di riportarlo in casa: non gli danno che tre ore di vita!

Non s’è mai visto un siciliano che lasci morire senza far niente un suo familiare. Dove manca l’ospedale deve supplire il territorio. Subito dal medico di famiglia a chiedere ossigeno, fleboclisi, infermiere, e cure, tutte quelle che esistono!

Ma il mio amico è, sì, mingherlino ma è un duro. Passano ventiquattro ore e non muore! Pagando di tutto e di più si consulta un luminare che, per fortuna, concorda col medico di famiglia: non si sa perché sia andato in coma, bisognerà ricoverarlo per accertamenti.

Convinti della necessità di indagare e di soccorrere al meglio il proprio congiunto, i familiari il giorno dopo richiamano il 118. A bordo, questa volta, c’è pure il medico.

Conclusa la sua visita, il collega “soccorritore” convince i familiari che l’ammalato è grave, che non si salverà, che conviene tenerlo a casa, aspettando la morte. Consiglia di chiamare il medico di famiglia e attrezzare a poco a poco, un ospedale in casa.

Così, equivocando su come si articoli la sanità pubblica a casa delle persone, si suggerisce di attivare un’assistenza domiciliare integrata. Magari non è informato che la compilazione dei tre moduli necessari richiede circa due ore, che si deve comunicare con l’ufficio addetto solo per posta elettronica, che bisogna aspettare i controlli sanitari fiscali per verificare se il caso vale la spesa e che i tempi burocratici di risposta si aggirano dai tre ai sei giorni.

Insomma potrebbe essere un tempo utile per morire senza cure.

Inutili per il valoroso “soccorritore” le flebili richieste dei familiari che, giustamente, vorrebbero capire come si possa andare in coma all’improvviso e per quale motivo. Com’è naturale, si chiedono se sia possibile avere una speranza di cura.

In fondo si fanno portavoce delle stesse cose che ripetono tutti i medici interpellati, privi persino dei responsi degli accertamenti fatti in urgenza prima che il mio caro paziente fosse condannato a morire a casa.

Dando una scorsa al foglio di dimissione si mette in luce che il paziente chiede di andare a casa contro il parere dei sanitari. In sostanza il figlio, indotto dal medico responsabile, decide di far morire a casa il padre.

Intanto il nostro caro amico dà ragione a chi vuol capire quel che è successo e, dopo tre giorni, pare resuscitare, esce parzialmente dal coma, non riesce ancora a parlare ma capisce e si esprime con gli occhi. Il giorno dopo biascica qualche parola e muove qualche parte del corpo.

Un pensionato sociale certo non potrebbe pagare autoambulanze private, tac, infermiere, consulti specialistici ma in Sicilia si fanno miracoli e si fa tutto e di più.

Così, giacché il nostro personaggio non riesce a morire come prevedevano tutti quei medici che posseggono le chiavi che aprono le porte della medicina pubblica, viene consultato un ultimo luminare.

Egli dirige un reparto adatto alla bisogna ma non sapendo spiegare la causa dei fenomeni che hanno portato a questo stato semicomatoso, invece di ricoverare il malcapitato, chiede una Tac di controllo.

Sa perfettamente che si dovrà chiamare un’autoambulanza privata, pagare la Tac perché ci sono le liste di attesa? Non è dato sapere.

Non è sfiorato dal dubbio che questo cittadino avrebbe dei diritti, che è un pensionato sociale, che i suoi cari hanno tutti i motivi per protestare.

Soprattutto che i pazienti in coma di natura sconosciuta non si possono curare a casa in nessuna parte del mondo che non sia qualche foresta tropicale.

SON PASSATI DIECI GIORNI DAL FATTACCIO

Certo è che un mingherlino, anche se duro e tosto, con la febbre e senza poter mangiare, prima o poi ci lascerà le penne ma ciò non importa a nessuno, se non ai suoi affettuosissimi congiunti.

Mi riconosce, fa segno con gli occhi, muove il collo. Non potrà resistere per molto ancora alla sua età. A tutt’oggi paga ogni cosa e non è stata attivata l’assistenza domiciliare che era stata fatta balenare come alternativa al ricovero.

Poco dopo la compilazione di questo articolo il mio amico è spirato, mezz’ora dopo che è pervenuta l’autorizzazione ad avere un infermiere quotidianamente e due visite al mese del proprio medico di famiglia. Sono passati otto giorni per avere l’autorizzazione. Troppo tardi, ahimè!

Senza recriminare contro nessuno in particolare, ho voluto dare la mia testimonianza. In coscienza.

Non si vuole essere complice se non con chi soffre.

QUALCHE CONSIDERAZIONE S’ IMPONE

Già dalla presenza delle liste di attesa in tutta Italia si capisce che la sanità pubblica sta per morire.

Gli assalti ai medici e ai pronto soccorso parlano di una lacerazione della struttura sociale in cui si è perso il patto di civiltà che accoglie la domanda di salute dei cittadini e assicura la gratuità del soccorso.

Non vi è una chiara presa di posizione della politica.

Nessuno dice al cittadino che senza denaro non vi è garanzia di essere curati.

Può andar bene pagare per le tante malattie meno gravi e per le cure procrastinabili, ma un coma improvviso non è mai curabile a casa. In altre realtà civili fare fleboclisi a domicilio e iniettare endovena farmaci è severamente vietato.

Giusto mi sembra concedere di andare a casa per morire ma un medico esperto sa quando è il momento. In questo caso il paziente è migliorato ma lasciato senza cure adeguate al proprio domicilio. Dopo dieci giorni senza cibo era ancora vivo e comprendeva quanto gli viene detto.

Giusto anche voler sapere che cosa ti sta uccidendo.

Tanti dubbi mi assalgono e qui uno in particolare. Possibile che un operatore della sanità pubblica non sappia che organizzare a casa un ospedale è impossibile e pericoloso? Che è impossibile eseguire e avere i risultati in tempo reale di qualsiasi indagine o accertamento? Che è impossibile in poche ore avere a disposizione ossigeno a permanenza, un infermiere, un medico che affianchi il malato più volte al giorno?

La gravità delle condizioni di un ammalato non abolisce l’esistenza di vergognose liste di attesa e i tempi morti scandalosi della burocrazia.

Siamo molto oltre ogni norma e deontologia professionale.

Siamo tutti in pericolo.