Ci vorrebbe un influencer per indurre a rispettare la voglia di raccoglimento degli amici

 

Si sente parlare, sempre più spesso, di questi nuovi mestieri, di queste nuove figure che i tempi moderni – velocissimi - portano in auge. E se non ci uniformiamo corriamo il rischio di fare la fine dei triceratopi, e cioè di estinguerci prima del tempo. Una di queste figure non può che essere l’Influencer. Un influencer è una persona che sui social network gode di particolare popolarità o autorità, in virtù della quale è in grado di influenzare i suoi follower o amici, che dir si voglia. Egli è considerato infatti un esperto in un particolare argomento, per cui ciò che dice viene ascoltato attentamente ed è in grado di orientare e definire le decisioni di chi lo segue. In genere attivo sui social network, da Twitter a Facebook passando per YouTube, dove ha raccolto numerosi seguaci.

Ma poi, dalle varie foto di amici o pseudo tali che ancora questi social portano in navigazione lungo gli sconfinati canali del web, ci arriva pure una foto come questa che vi abbiamo riportato. Non era facile carpire un’immagine così poetica, antica e moderna allo stesso tempo. Un’immagine da copertina, da dossier sociologico e culturale: una madre, come tante altre, come qualsiasi donna che ama i propri figli, che gioca, li controlla, li accudisce, cercando di non far loro mancare la sua protezione senza però privarli del loro libero spazio d’espressione. Non si riesce a distogliere lo sguardo da lei. Una meraviglia, un attimo che racconta una vita e che dura una vita. Generazioni diverse, un documentario sull’amore che cambia ma rimane vivo, nonostante tutto il resto. Nonostante il treno dell’esistenza sfrecci veloce senza nemmeno darci il tempo di mettere bene a fuoco le immagini che riusciamo appena a scorgere dal finestrino. Le vite si intrecciano e il filo conduttore è la continuità delle proprie radici, l’orgoglio delle nostre identità, il peso e la consistenza della nostra terra. Facendosi beffe del nuovo che avanza, dell’outfit corrente, dell’essere fashion, trendy, stylo e chi più ne ha più ne metta. Facendosi soprattutto beffe delle influenze imperanti. Degli influencer, appunto. Bella, fiera dei suoi insegnamenti, mai paga dei vari cambiamenti, orgogliosa del suo vestire, elegante nella sua fierezza di donna tutta d’un pezzo.

Donna d’altri tempi? E che vuol dire d’altri tempi? Perché questi che stiamo vivendo che tempi sarebbero? I tempi dove si chiudono i porti lasciando in mare ciurme di disperati in attesa che tra una rissa e un’altra in Parlamento si decida sul loro destino? Oppure tempi dove alla fine di un (purtroppo frequente) funerale di qualche giovane perito sul maledetto asfalto del sabato sera, non solo non si rispetta il silenzio - da sempre inteso come momento di rispetto e di raccoglimento - ma addirittura si intonano cori da stadio o si accendono fumogeni e fuochi d’artificio? E allora sapete che c’è? Che a noi piacevano di più quei tempi. Quei tempi dove alla sacralità del silenzio si dava quell’importanza e quel rispetto che certi momenti richiederebbero. Perché davanti alla solenne quiete della morte, l’unico atteggiamento adeguato è quello del silenzio, del silenzio pensoso e rispettoso.

Che poi, questo silenzio - oramai da tutti temuto e bandito perché non contemplato nelle faccine che sui social evidenziano le nostre reazioni ai post - cos’era e cosa rappresentava esattamente nel primitivo registro comunicativo dell’Uomo Sapiens? Il silenzio è definito solitamente nei vocabolari in termini negativi, come assenza o privazione: assenza di rumore, di suoni, di voci, di parole, di emissioni sonore. Quindi l’opposto del parlare, del produrre suoni o rumori. Il silenzio sembra così associato all’idea di astensione da qualche cosa, che è appunto l’azione umana, la poiesis sul mondo, il fare dal nulla. E quindi il silenzio fa paura. Perché la gente pensa che stare insieme voglia dire parlare, e che i vuoti siano di conseguenza momenti da riempire. Altrimenti diventano imbarazzo, panico.

Noi invece riteniamo che a volte stare in silenzio è pienezza, è condividere l’essenziale. E del resto in determinati momenti della vita (o della non vita) il silenzio rimane l’unica condizione possibile che ti permette di condividere e di vivere pienamente quello stato con te stesso. E solo con te stesso. Con te stesso e con la tua coscienza. Con quella pienezza che la coscienza comporta e richiede. Ed è proprio questo forse che spaventa di più. Perché non siamo più abituati a rimanere soli con noi stessi, visto come tutti quanti siamo presi dal “dividere” con centinaia di utenti pure quella pizza che ci apprestiamo a gustare. Abbiamo una tremenda paura di sentire quell’acqua calma che sale dentro, che si muove lenta, con un ritmo simile al battito del cuore.

Ma cosa c’è di più intimo da regalare, a qualcuno che ci ha lasciato per sempre, del battito del nostro cuore? Nulla, credo. Ed è così che bisognerebbe salutare i nostri cari che sono passati a miglior vita. Ed ogni altra manifestazione, specie se fastidiosa, molesta, rumorosa, lasciamola dentro una curva da stadio o su una bancarella del mercato. Non trasciniamola all’interno di una chiesa. Perché, piaccia o no, che vi si creda o meno, quello resta un sito che storicamente sancisce una sacralità, una devozione.

La morte è un grande mistero. La morte esige silenzio, raccoglimento, riflessione.
Davanti alla morte non c’è nulla che giustifichi il chiasso: bisogna avere un animo ben volgare per pensare che la si possa salutare come si fa all’ingresso dei calciatori nello stadio, o a quello dei cantanti rock in qualche megaconcerto all’aperto. E allora, cari influencer, fatevi sentire - voi che tanto contate oggigiorno - fatevi sentire voi affinché si ponga fine allo scempio dei botti da funerale. Perché ne subiamo sin troppi, di botti, nella vita, e va rispettato invece il dolore di chi a quella tragedia è sopravvissuto. Sopravvissuto come un fantasma… Un fantasma nudo e muto!