Mentre segnano il passo le modifiche normative oggetto degli stati generali dell'esecuzione penale

 

Domenica sera tornando da una trasferta in una città siciliana, dopo aver visto uno splendido concerto jazz (quello del grande batterista Billy Cobhan, ndr), ho assistito, uscendo dalla città, nella circonvallazione, ad una scena tenera e suggestiva. Dei ragazzi che procedevano in una strada parallela hanno posteggiato il motorino, e si sono messi a agitare le mani salutando in direzione delle finestre del vicino carcere.

Questa scena, peraltro troppo palese perché si potesse pensare all’invio di messaggi in codice, che nei tempi passati si ripeteva ogni sera a Siracusa sotto il vecchio carcere borbonico, era festante, forse per il gusto del vietato, forse per l'insopprimibile desiderio di comunicare con chi sta dentro e fare sentire la propria presenza. Ho sentito questa immagine anche come suggestiva, dal momento che dicembre è il mese in cui l'associazione bambinisenzasbarre ripete per il suo sesto anno la "Partita con papà", secondo il motto “I diritti dei grandi iniziano dai diritti dei bambini" e il grido “non un mio crimine, ma una mia condanna” che arriva dai 100.000 bambini che ogni giorno entrano nelle 213 carceri italiane per incontrare il proprio papà o la propria mamma detenuti. Spesso essi sono emarginati a scuola, nel quartiere dove vivono, nel gruppo sociale di appartenenza poiché sono figli di genitori detenuti. L’associazione Bambinisenzasbarre promuove il mantenimento della relazione figlio-genitore durante la detenzione e tenta di sensibilizzare la società civile perché si faccia carico dei diritti umani, sanciti dalle convenzioni internazionali, in favore dei minori separati dai propri genitori detenuti, affinché il diritto alla genitorialità venga garantito, culturalmente assimilato e reso parte del sistema valoriale.

Quest'anno all'iniziativa hanno aderito settanta istituti, fra cui, pur nella difficoltà legata alla mancanza di un vero e proprio campo sportivo, anche quello di Piazza Armerina. All'evento, previsto per il 18 dicembre, se ne affiancherà un altro intitolato GiochiAmo a giocare, promosso e gestito dalla Caritas cittadina, che vedrà la presenza di detenuti bambini, animatori.

Queste iniziative, diffuse in tutto il territorio nazionale, avvengono mentre segnano il passo le modifiche normative oggetto degli stati generali dell'esecuzione penale, promossi dall’allora guardasigilli Orlando, uno dei cui tavoli aveva come tema Mondo degli affetti e territorializzazione della pena, che aveva elaborato i seguenti obiettivi:

- Assicurare la vicinanza territoriale dei detenuti ai propri familiari

- Umanizzare gli incontri dei detenuti con le persone (familiari e non) ammesse ai colloqui

- Consentire un maggiore e più agevole uso dei colloqui e delle visite, dei permessi, delle telefonate, delle videochiamate e della corrispondenza

- Assicurare il diritto alla sessualità e, comunque, visite prolungate senza controllo visivo e/o auditivo con i familiari e le persone anche minori ammesse ai colloqui

- Assicurare i diritti dei minori nel rapporto con i propri genitori detenuti o arrestati.

- Agevolare, intensificandoli, i rapporti con il mondo esterno, gli enti locali, il volontariato.

Chi segue questa rubrica ne La Civetta, sa che il richiamo al lavoro degli Stati generali è frequente, ma esso non vuole essere una ripetizione o un rimestare una vecchia minestra quanto piuttosto il tentativo di non disperdere ciò che la cultura riformista ha prodotto e che andrà prima o poi ripreso.

Sembra scongiurato il tentativo di azzerare la figura del direttore messo in atto con gli schemi di riordino delle forze di polizia, con buona pace delle regole europee del 2006 secondo le quali (articolo 71) “Gli istituti penitenziari devono essere posti sotto la responsabilità di autorità pubbliche ed essere separati dall’esercito, dalla polizia e dai servizi di indagine penale”. Questa controriforma, se attuata, di per sé già portava il grosso rischio di un ritorno al carcere come mera neutralizzazione. Si può essere quindi soddisfatti se, come sembra, le proteste dei direttori penitenziari, dei garanti, delle associazioni di volontariato, dei magistrati di sorveglianza, hanno portato le commissioni parlamentari a bocciare nella parte relativa lo schema governativo.

Si tratta ora di vedere se riprendere una elaborazione che non trascuri affatto la sicurezza dei cittadini e degli istituti penitenziari, ma che, mettendo da parte , da un lato gli umori come “fateli marcire in carcere” o “buttiamo la chiave”, si muova nella direzione di attenuare le varie pene aggiuntive rispetto alla privazione della libertà: privazione della genitorialità, allontanamento dai luoghi di riferimento, privazione dell'affettività, per rimanere nel tema qui trattato e, più in generale di tornare a guardare con ragionevolezza ai problemi del carcere.