Il resto? Promesse, accordi disattesi, decisioni rimandate, la Regione perdette persino la documentazione

 

La Civetta di Minerva, novembre 2019

Il sito di Priolo fu inserito tra i SIN (siti d’interesse nazionale) dalla Legge 426 del 1998. S’evidenziava che la superficie dichiarata era di circa 5.815 ettari a terra e 10.068 a mare e comprendeva i Comuni di Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa già manifestati come “Area di elevato rischio di crisi ambientale” nel 1990. Veniva inoltre verbalizzato che, al di là delle industrie esistenti, il territorio era interessato anche da discariche di rifiuti pericolosi e lo stabilimento ex Eternit.

Così si attivavano le prime risorse da stanziare per la bonifica; successivamente il sito fu interessato dalla stipula di numerosi accordi tra le amministrazioni centrali e locali competenti nelle diverse attività e detentrici dei fondi pubblici necessari a realizzarle. Il primo fu costituito dall’Accordo di Programma Quadro dal titolo: “Progetto di risanamento delle aree contaminate”, sottoscritto a giugno 2004 tra Ministero dell’Ambiente, dell’economia e finanze, Regione, eccetera.

Nel frattempo a dicembre 2005 presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri veniva sottoscritto un ulteriore Accordo di Programma con altro titolo: “Riqualificazione e reindustrializzazione del polo”, continuando il sottotitolo: finalizzato a costruire condizioni ottimali di coesistenza tra tutela dell’ambiente e consolidamento degli impianti produttivi, promuovendo la riqualificazione del Polo al fine di assicurare l’attrattività e la competitività del territorio, favorendo la reindustrializzazione dell’area attraverso il consolidamento delle attività produttive esistenti e la promozione di nuove imprese”.

Venivano esplicitati investimenti pari a 220 milioni di euro. A novembre 2008 il Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico, quello delle infrastrutture e trasporti, la Regione e tutte le amministrazioni locali interessate sottoscrivevano un ulteriore Accordo di Programma con l’Atto modificativo del 5 marzo 2009. Ciò veniva affermato perché risultava “improcrastinabile” definire un percorso certo di attività per la messa in sicurezza dell’intero sito. L’accordo prevedeva al 1° punto la messa in sicurezza e bonifica delle acque di falda, poi a seguire la bonifica dei suoli e delle falde delle aree pubbliche, quella degli ar

enili e dei sedimenti delle aree portuali e marine costiere. Inoltre, si voleva chiarire che con quest’ultimo accordo si voleva fare sul serio specificando il fabbisogno finanziario necessario all’attività di bonifica. Difatti, esso ammontava a 774.500 milioni di euro.

In dettaglio gli interventi da compiere furono così individuati: 194 milioni per la messa in sicurezza della falda; 452 milioni per l’attività di bonifica all’interno del porto di Augusta; 41.500 milioni per la bonifica dell’area marina esterna alla rada antistante il sito industriale di Priolo; 78 milioni per interventi nel porto di Siracusa; 2 milioni per altri interventi nella struttura demaniale dell’ex lazzaretto; due milioni sull’attività di indagine epidemiologica; 2.500 milioni sull’attività di monitoraggio e di controllo.

A tutt’oggi sappiamo che solo i 194 milioni di euro per la sicurezza della falda sono stati spesi comprendendo anche il Taf (impianto trattamento acque di falda). Il rimanente? Solo promesse, accordi disattesi, decisioni rimandate, persino la documentazione delle bonifiche Sin alla Regione venivano perdute. È in assenza da parte della politica e istituzioni, improvvisazioni, miopia… quest’area industriale è giunti a una degenerazione che avanza inesorabilmente.

Ma è una situazione tutta italiana e/o siciliana fatta da tangenti, denaro bloccato o deviato? Invece a un confronto con altri SIN riscontriamo che in quello di Gela la bonifica è andata avanti e l’Eni ha investito con il suo progetto green. È sorta una bioraffineria, seconda in Europa, dopo Venezia, con una capacità di lavorazione di circa 720 mila tonnellate annue di oli vegetali ed una produzione di 530mila tonnellate annue di bio diesel ed ancora ha da realizzare progetti come l’impianto a «specchi» a concentrazione solare di nuova concezione ed altro. Mentre qui il quadrilatero industriale è un malato al cui capezzale vi sono solo tanti osservatori e non medici che dovrebbero curarlo.

Nonostante la presenza d’impianti si sia parecchio ridotta e sono chiusi da tempo reparti con processi nocivi e prodotti tossici - si pensi al mercurio, ai fertilizzanti (pirite, ammoniaca, fosforite, ecc.) polioli, ossidi, idrazina… Eppure la degenerazione di oggi, somma di un passato di discariche rifiuti tossici dissennato, insieme all’inquinamento atmosferico, continua. Le industrie cercano, molto spesso sforando, d’inquinare di meno riconoscendo la maggiore sensibilità della popolazione, rispetto a quando si accettava tutto per il “progresso”.

Eppure, per l’opinione pubblica ciò si somma al precedente soprattutto per il tradimento economico-occupazionale di quelle promesse disattese. È in tale contesto che il livello di sopportazione della popolazione si abbassa di parecchio nelle molestie ambientali. Comunque rimane per tanti nel loro immaginario collettivo il pensiero di questa industria che riuscì a estrarre dalla fame e miseria oltre 15.000 famiglie portandole alla prosperità, adesso perché esserne tanto ingrati? Non è un caso che la città più martoriata, per numero di neoplasie, morti per altre cause e addirittura con casi di malformati, Augusta, detiene il più alto reddito per abitante in provincia e a seguire vengono Siracusa, Priolo e Melilli, cioè tutti i Comuni del polo. In quella città sono pochi i cittadini che manifestano apertamente, almeno finora, la loro protesta.

Torniamo a un altro confronto, quello di Porto Marghera. La superficie totale è di 5.800 ettari di terra e 2.200 di area lagunare. È un sito nato nel 1917, il nostro è sorto nel 1949. Anche lì, in seguito ad un Accordo di Programma del 1999, si volle “costituire e mantenere nel tempo condizioni ottimali di coesistenza tra tutela dell’ambiente e sviluppo produttivo nel settore chimico”. Com’è l’attuale situazione? Vi sono giornalisti, ambientalisti, ecc. che dichiarano: «Per quanto riguarda la caratterizzazione ambientale del territorio la copertura è quasi del tutto completa…si avanza lentamente, sono diverse le cause che rallentano la bonifica di Porto Marghera e la crisi economica degli ultimi anni di certo non ha contribuito positivamente. Il recupero delle aree industriali dismesse infatti potrebbe costituire un forte volano per il rilancio dell'economia locale e far investire l’Eni sulla chimica verde».

Ma, al di là di critiche che sempre esistono, cosa è stato fatto finora? A febbraio 2016 spiegava il giornale on line indipendente Linkiesta: «Nonostante l’investimento di oltre 781 milioni di euro, i lavori non sono ancora conclusi. Mancano 250 milioni per realizzare il 6 per cento di opere residue, in assenza dei quali si rischia di vanificare molto perché sono state trovate tracce di mercurio, arsenico, cromo, mercurio, nichel e perfino idrocarburi policiclici aromatici. Peccato che, confermano i parlamentari, come risulta dall’informativa inviata dal Ministero dell’Ambiente, al momento non vi sono fondi disponibili» (sic!).

Qui i fanghi tossici dichiarati sono circa 18 milioni di metri cubi nella rada d’Augusta e 45 milioni di metri cubi nel mare antistante. Sembrerà ridicolo, ma è l’amara realtà: il SIN di Priolo non esiste, è solo un puntino sulla carta. Una prova? Se andate a cercare su Wikipedia gli impianti in Italia che hanno sversato mercurio a mare trovate: «E stato riconosciuto come responsabile dell'inquinamento da mercurio l’impianto dell'Eni di Gela». Di Priolo non c’è traccia.