Il gioco delle multinazionali straniere è ripetibile sul nostro petrolchimico? Il ricatto sul tema ambientale vedrà supina anche la nostra Confindustria?

 

La Civetta di Minerva, novembre 2019

La mattina del 4 novembre 2019 i diecimila dipendenti dell’ArcelorMittal Italia hanno ricevuto una e-mail dall’amministratrice delegata Lucia Morselli: entro trenta giorni l’azienda avrebbe lasciato l’Ilva di Taranto. Stessa informazione giungeva all’Ilva. È in questo modo che la multinazionale franco-indiana ha scatenato il putiferio. La Morselli ha spiegato che a prendere la decisione di lasciare Taranto è stata l’opposizione del Movimento 5 stelle allo “scudo penale” previsto per i suoi amministratori.

In questo modo si rimaneva completamente scoperti per manchevolezze in danni ambientali. Dobbiamo ricordare che a luglio del 2012 l’Ilva fu sequestrata alla vecchia proprietà, la famiglia Riva, che l’aveva acquistata dallo Stato nel 1995. Dopo quasi vent’anni di gestione, l’azienda finì in amministrazione straordinaria. Ai vecchi padroni furono sequestrati 1,2 miliardi di euro in un conto svizzero, soldi poi parzialmente usati per realizzare il piano ambientale cui la famiglia non aveva completamente adempiuto, ma si era solo riempite le tasche. Oggi a rischio ci sarebbero, oltre agli 8.200 lavoratori di Taranto, anche i circa 3.500 impiegati nelle aziende dell’indotto, cui già sono stati ridotti i contratti di fornitura e servizi.

Secondo l’Istituto di ricerca Svimez, chiudere l’Ilva provocherebbe una perdita pari all’1,4 per cento del Pil in Italia. Eppure, non bisogna rispettare le leggi sull’inquinamento previste in Italia, che stabiliscono alcune misure precauzionali come la copertura dei parchi minerali per evitare le nubi tossiche nei giorni di vento? C’è il sindacato che dichiara: al di là delle dichiarazioni e degli allarmi l’Ilva difficilmente chiuderà entro un mese, per l’ArcelorMittal è poco conveniente perché da giugno 2017 la multinazionale paga all’amministrazione straordinaria 45 milioni di affitto ogni tre mesi, e questi soldi, che nel 2023 sarebbero scalati dalla cifra d’acquisto, andrebbero persi.

Quindi al sindacato si sospetta che la rottura sull’immunità penale possa fare da paravento a un accordo di mercato tra l’ArcelorMittal e la Jindal (altra multinazionale dell’acciaio). Inoltre, c’è da considerare la crisi economica del mercato europeo dell’acciaio e i dazi imposti dagli Usa che hanno portato l’azienda a mettere in cassa integrazione quasi 1.300 lavoratori da luglio a fine dicembre. Per cui potrebbe anche esserci di voler battere cassa per licenziare con buone fuoriuscite un buon numero di lavoratori.

Questa storia dovrebbe interessare tutti perché il governo avrebbe una minore entrata che dovrebbe recuperare da qualche altra parte. Ci potranno essere nuove tasse. C’è una cosa che fa ancor di più arrabbiare: la nostra Confindustria che dà pienamente ragione ai franco-indiani contro l’interesse nazionale e anche le altre imprese dell’indotto italiane che lì lavorano. Si potrebbe affermare che siamo nelle mani di nessuno.

Ma nella nostra realtà locale c’è da continuare la riflessione. Perché? Non abbiamo una zona industriale che porta anch’essa grossa ricchezza a livello regionale e nazionale per gli introiti che dà in tasse? In questa zona industriale non abbiamo la maggioranza di multinazionali straniere? È rimasta solo l’Eni italiana con un solo impianto (l’Icam) il resto è diviso fra raffinerie russe ed algerine e la Sasol sudafricana. Sono tutte aziende che hanno i loro centri operativi lontani dall’Europa e possono decidere tutto dal chiudere, ricattare e vendere. Non è avvenuto ultimamente che la Esso abbia venduto alla Sonatrach e pochi localmente sapevano? «È stata una decisione degli azionisti della multinazionale statunitense fatta per ragioni di mercato». È stato detto. Ma di fronte alle ragioni di mercato queste dovrebbero decidere scelte disastrose per la realtà socioeconomica locale? I governi regionale e nazionale cosa potrebbero fare?

Prima c’era la Montedison maggiore impresa, ma su di essa si aveva un controllo pubblico e la crisi aziendale, perché la Montedison perdeva parecchio e da anni, fu rimandata e decisa solo dalla politica con esborso dello Stato su scivoli, mobilità, incentivi, cassa integrazione straordinaria. Oggi, non è più così e le decisioni politiche anche quelle di ricatto camuffate da esigenze di “mercato” le grandi holding le prendono basandosi su strategie globali economico-militari non di mercato e le nostre istituzioni, i partiti sono impotenti proprio come sta avvenendo a Taranto.

Anche qui ci troviamo in una realtà di scenario globale con eventuale tracollo sul Pil nazionale. Pensiamo al 25% di raffinato che esce da queste raffinerie. Il ricatto è già presente sul tema ambientale con Confindustria anch’essa supina a queste imprese straniere che potrebbero giungere a dichiarare: «I dati delle centraline del Cipa (gestione industriale del monitoraggio atmosferico) sono gli unici e i migliori e non vanno messi in discussione!» A Taranto le istituzioni si stanno piegando a voler togliere la responsabilità ambientale, lo scudo penale per l’ArcelorMittal e chissà cos’altro. Ciò non potrebbe avere un effetto domino sulla nostra realtà?

Non abbiamo, ultimamente, avuta una pressione come quello della Lukoil sulla libertà di scioperare perché infastidiva la multinazionale russa? È sicuro che da come andrà a finire all’Ilva si potranno avere ripercussioni anche da noi. La faccenda Taranto sarà una carta da giocare da parte di queste multinazionali che continuano a decidere tanto sulle nostre teste con la politica che non fa il suo mestiere, ma sta solo a guardare facendo la voce grossa solo con noi cittadini.