Dagli anni ‘70 non c’è una molecola che sia stata sviluppata da una ditta italiana. Ne consegue che la totalità degli industriali del farmaco commercializza medicinali realizzati e sperimentati altrove. Molto spesso mette il proprio marchio su farmaci inventati, prodotti e confezionati altrove

 

La Civetta di Minerva, novembre 2019

Finalmente potrete sapere la verità sulle produzioni cinesi e indiane di gran parte dei farmaci commercializzati nel mondo e presentati in Italia come di marca a pazienti, medici e farmacisti. Dopo un’eccezionale puntata di “Report” abbiamo assistito alla voglia di fare scandali nel posto sbagliato. In questi casi ogni occasione è buona. Il problema assume un’enorme rilevanza quando la complessità delle situazioni prospettate, le conoscenze necessarie per comprendere i contenuti di un probabile misfatto sono tali che solo persone con più di una laurea e una certa esperienza nel campo possono comprendere i termini del fenomeno.

Insinuare nel telespettatore italiano (il più teledipendente al mondo) che i farmaci prodotti in India e Cina siano inquinati da altre sostanze cancerogene getta nella disperazione tutti i cittadini. Gli allarmi per la presunta presenza d’inquinanti fanno il gioco di quei “brand” che commercializzano farmaci nascondendo la verità: non solo non fanno ricerca per scoprire nuovi farmaci ma da sempre li commerciano acquistandoli, facendoli confezionare altrove ma apponendo il loro marchio. La coorte degli informatori scientifici del farmaco, prima efficacissima falange dell’industria farmaceutica italiana, nel propagandare il listino dei farmaci della propria azienda, ha sempre nascosto alla classe medica italiana la verità.

In effetti, dagli anni ‘70 manca dallo scenario italiano una molecola che sia stata sviluppata da una ditta italiana. Ne consegue che la totalità degli industriali del farmaco commercializza medicinali realizzati e sperimentati altrove. Alcune volte li produce nei propri laboratori. Molto, ma molto, più spesso mette il proprio marchio su farmaci inventati, prodotti e confezionati altrove.

Cade così il sipario su una pluridecennale pantomima in cui si accusano i farmaci equivalenti di essere scadenti e meno efficaci dei farmaci originali. Messi alle strette, i portavoce delle industrie del farmaco italiane hanno dovuto confessare al grande pubblico di acquistare all’estero i loro farmaci già in confezione di vendita. Infatti, scoppiato il problema degli inquinanti di provenienza estera, anche i “brand” italiani ed esteri sono stati ritirati dalle farmacie.

Per tantissimi anni le industrie farmaceutiche hanno stipendiato informatori scientifici che visitavano medici e farmacie. Quando, terrorizzati dal mercato dei farmaci equivalenti che abbattevano i prezzi di molto, riducendo gli utili, essi affermavano esistere grossolane differenze fra molecole originali e i farmaci scaduti di brevetto e prodotti in “oscuri laboratori anche all’estero”.

Buona parte dei medici e operatori sanitari italiani in specie del centro-sud, obnubilati da una cronica debolezza culturale e privi di nozioni legali in materia, invece di invitare chi propagava queste falsità a fare regolare denuncia con le procedure previste in tutto il mondo, andavano ripetendo ai cittadini di dover preferire per la propria salute la “marca” all’equivalente. Un collega, immeritatamente asceso ai vertici della sanità e ivi saldamente ancorato tuttora, in piena seduta scientifica di aggiornamento ripeté dal podio senza alcun timore la bufala, propagata ad arte in certe aree depresse della nazione, che i farmaci equivalenti, o generici che dir si voglia, erano prodotti nei sottoscala dei bassi napoletani. Dimostrando non solo la sua permeabilità alle minchiate ma di non aver neanche idea di ciò che è la produzione di un farmaco. Chissà se ancora ne è convinto?

Dieci argomenti per capire qualcosa in campo di produzione e controllo dei farmaci. In un certo qual modo tenterò di semplificare i concetti, in modo da dare un’idea di quanto accade da molti anni in tutte le parti del mondo per produrre farmaci e commercializzarli.

  1. Premetto che esistono mezzi a portata di ogni cittadino per denunziare qualsiasi problema o dubbio riguardante ogni tipo di farmaco. Le norme internazionali e italiane prevedono che qualsiasi disturbo legato a un farmaco e anche il suo mancato effetto, possano e debbano essere denunciati sia dai cittadini sia dai medici e dai farmacisti. Basta andare sul sitoVigipharma” e si viene guidati alla compilazione. Andare a denunciare in tv è contro ogni norma e crea ingiustificati allarmi. Il farmaco è un bene molto protetto dalle leggi e dai regolamenti degli Stati.
  2. Esiste tutta una serie di responsabili sia locali sia regionali, nazionali, internazionali e mondiali che processano quella segnalazione. Il produttore e chi ha commercializzato il farmaco riceve repentina informazione di ogni tipo di segnalazione, deve prenderne atto, indagare e presentare ampia documentazione su quanto è oggetto di denuncia. Se non esistono precedenti in quel senso, si deve riportare quella segnalazione sulla scheda tecnica del farmaco.
  3. Quando si produce un farmaco bisogna rassegnarsi a tutta una lunga serie di passaggi di verifica di qualità e, anche se esso è vecchio di decenni, vanno fatte prove su animali e persone per testarlo periodicamente. Se il farmaco viene da un paese straniero deve subire controlli sia nel paese di produzione sia ogni volta che passa una frontiera.
  4. Chi acquista una partita di farmaco da un produttore e lo commercializza è obbligato ad accertarsi degli avvenuti controlli e risponde di ogni problematica che si verifichi dal momento in cui lo mette in commercio.
  5. Quando una sostanza farmacologica perde il brevetto può essere prodotta da chiunque ne abbia le caratteristiche tecniche e industriali.
  6. I “brand”, definiti anche “marche” in Italia, in genere, con la perdita del brevetto per un farmaco, non hanno interesse a mantenere attiva la linea di produzione in quanto, calando il prezzo del farmaco, diventa poco remunerativa. Alcune volte decidono di dismettere la produzione anche prima della perdita del brevetto, essendo più conveniente acquistare altrove o all’estero la sostanza, soprattutto in quelle nazioni che hanno un grande sviluppo tecnologico ma remunerano in maniera molto più scarsa i lavoratori, risultando più competitive.
  7. Tra i più grandi produttori al mondo, intere città in India sono specializzate nella produzione di ogni tipo di sostanza. Durante il servizio di Report si evidenzia un problema sicuramente esistente e conosciuto; lo scarso rispetto dei diritti delle persone su cui si sperimentano i farmaci e l’enorme problema dell’inquinamento ambientale locale da queste aziende procurato.
  8. Poco conosciamo della realtà produttiva Cinese, in ogni caso molto diffusa ed evoluta. Le produzioni sono di enormi proporzioni e i prodotti sono acquistati da tutte le aziende che commercializzano farmaci.
  9. Il problema degli inquinanti riscontrati in alcuni farmaci è incomprensibile per un non addetto ai lavori. Si tratta delle nitrosamine, comuni sostanze che noi stessi senza saperlo ingeriamo mangiando, riscaldando i cibi a certe temperature, friggendo, arrostendo, mangiando salami, fumando. Si pensa da tempo che siano alla lunga cancerogene per lo stomaco e l’esofago.
  10. Il problema che inerisce la loro presenza nelle compresse dei farmaci nulla ha a che vedere con il rischio di cancro: mentre nei cibi queste sostanze possono generarsi in diversi grammi, nelle compresse si trovavano in milionesimi di grammo.

In sostanza il ritiro dei farmaci testimonia attenzione e zelo da parte di chi controlla. Nonostante la relativa inconsistenza del rischio attribuito all’inquinante, il fatto che si proceda a un ritiro in area planetaria dei lotti interessati più che preoccupare deve rassicurare. Vuol dire che i controlli riescono persino a scoprire inquinamenti che non riguardano la purezza della sostanza prodotta, cosa che viene ripetutamente indagata a tutti i livelli e severamente punita con la chiusura forzata dell’industria produttrice, ma si estende a tutto quello che s’infiltra nella produzione e che non è voluto. In questo caso gli effetti del calore su alcuni componenti generavano nitrosamine nella quantità di un centesimo di quelle presenti in una fettina di salame.

Medici inducono i cittadini a pagare di più per avere la stessa cosa.

“REPORT” è una delle trasmissioni che rendono famosa l’Italia nel mondo dei media. Entrando nel campo delicato del farmaco come un elefante in cristalleria non ha riflettuto che ingenera nel telespettatore una sfiducia in sostanze che per definizione sono protette da leggi che fugano ogni tipo di dubbio, trattandosi di prodotti destinati a salvare le vite. Peraltro il nostro Servizio Sanitario Nazionale rimborsa solo i farmaci equivalenti e obbliga i suoi medici a usare solo essi per decreto.

Se è vero che alcune fabbriche indiane sono inquinanti e poco rispettose della salute degli indiani, non è vero che i farmaci da loro prodotti siano meno validi di quelli prodotti dalle marche. Se fosse così sarebbero sparite dalle scene mondiali immediatamente.

È venuto casualmente, ma finalmente allo scoperto che il farmaco di marca e quello equivalente sono perfettamente uguali, anche se gli equivalenti costano circa due euro meno per confezione.

È una fregatura per il consumatore credere di avere il meglio pagando di più. È necessario sapere che, grazie ai farmaci equivalenti e alla loro sostanziale riduzione dei relativi prezzi, i sistemi sanitari realizzano grossi risparmi che destinano all’acquisto dei nuovi farmaci. I prezzi di questi ultimi ormai raggiungono le migliaia di euro a confezione ma continuano a salvare vite. Nessun paese al mondo ha attaccato e cercato di delegittimare i farmaci equivalenti come avvenuto da molti anni in Italia e i motivi sono chiari a tutti. La quota di vendita dei farmaci equivalenti non ha raggiunto neanche il 50% del totale, soprattutto al centro-sud. La differenza di prezzo con quelli di marca è pagata dal cittadino. Lo Stato, infatti, rimborsa solo il prezzo dell’equivalente. Sommando il ticket e la differenza di prezzo per avere la marca, il povero cittadino è costretto a pagare a volte più di metà del vero prezzo.

Quei medici che credono alla favola della marca costringono i cittadini a pagare di più per avere la stessa cosa. È una drammatica realtà che in Italia gran parte dei medici ignori che, a parità di sostanza attiva, equivalente e “brand” sono la stessa cosa e provengono, a volte, dalla stessa fabbrica.

Abboccare alle “bufale dei sottoscala partenopei” in grado di produrre farmaci-truffa, qualifica negativamente chi lo pensa. Abbiamo un’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) che il mondo ci invidia. La politica deve nominare Direttori Generali autorevoli e preparati a rintuzzare gli attacchi. Già questo basterebbe a tutelarci. Attaccare i produttori di molecole comporta esborso di maggiori cifre senza altro beneficio che l’inganno.

A Siracusa il 70 per cento dei medici, soprattutto operanti negli ospedali, prescrive con convinzione solo farmaci di marca. A volte, se avvisati della scorrettezza del loro agire, addirittura commiserano i loro colleghi che prescrivono gli equivalenti. Spero qualcuno di loro si ravveda, si informi tramite le istituzioni e faccia ammenda. Finora sono stati buchi nell’acqua e chi dovrebbe controllare dorme sicuro e incassa lo stipendio.