Da un’inchiesta dell’Espresso l’infaticabile attività della mente del Sistema Siracusa Mentre già le procure indagavano non ha lesinato il suo aiuto a soci calabresi

 

La Civetta di Minerva, novembre 2019

C’è davvero tutto Amara nella ricostruzione fatta dai giornalisti dell’Espresso Paolo Biondani e Gianfrancesco Turano 15 giorni fa; lo stesso metodo che a Siracusa, nel piccolo, quasi un banco di prova, abbiamo imparato a conoscere dal tempo della nostra inchiesta del 2011. La creazione di società che diventano strategiche nei settori prescelti. La fidelizzazione di personaggi che contano anche tramite la cooptazione di figli o parenti negli studi legali di diverse città. La rete di conoscenze e “amicizie”, sodalizi, ai massimi livelli. Le indispensabili opportune entrature nel mondo della politica e degli enti governativi. E in più: lo zampino dei servizi segreti, la trama occulta che ogni tanto affiora nei fatti siracusani.

Ricordiamo en passant che nel 2018 furono le dichiarazioni di Piero Amara e Giuseppe Calafiore, ormai “intenzionati a collaborare”, a mettere nei guai l’ex funzionario dei Servizi Segreti, Loreto Francesco Sarcina,accusato dall’aggiunto procuratore di Roma Paolo Ielo e dal sostituto Stefano Rocco Fava di falso in atto pubblico,favoreggiamento e concorso nella violazione del segreto d’ufficio. I due avvocati confessarono infatti di aver pagato 30 mila euro per conoscere notizie secretate e di essere stati preavvertiti di alcune perquisizioni, e per questo di aver gettato nel Tevere i computer.

Sarebbe allora l’avvocato Piero Amara da Augusta la mente, la forza propulsiva, della piccola insignificante azienda calabrese produttrice di succhi di frutta fondata nell’ottobre 2012 da Rocco Mazzagatti (classe ‘50) e gestita insieme al trentenne figlio Francesco, “attivo nell’ultradestra” (società che già nel luglio scorso ha comunque ribadito “la propria correttezza imprenditoriale e la estraneità del gruppo a qualsiasi ipotesi di illecito e/o di complotto e/o di utilizzo di movimentazioni economiche sospette”).

Imprinting per i futuri successi forse il luogo stesso dove la Napag ha la prima sede: Gioia Tauro, centro agricolo calabrese illuso negli anni settanta dal sogno industriale, con il promesso e mai realizzato quinto centro siderurgico, oggi il principale porto di transhipment italiano.

Nel 2015 la Napag fattura quanto “un bar di provincia” scrivono Biondani e Turano: 28mila euro! Ma già dal 2014 la società ha pensato a un proprio posizionamento internazionale, ufficialmente per esportare i succhi di frutta nei Paesi del Golfo aprendo una sede a Dubai (!). Al suo fianco la Simest, società dei Ministeri dell’Economia e dello Sviluppo che supporta la crescita delle imprese italiane all'estero e che le concederà due anni dopo un finanziamento.

“È lo stesso avvocato Amara - dichiara ai pm Salvatore Carollo, ex dirigente dell’Eni ora supertestimone a Milano - a confidarmi nel 2015 la sua intenzione di costituire una società di trading petrolifero per fare affari con l’Eni proprio con il giovane Mazzagatti il cui suocero aveva diverse imprese in Iran”.

Basta tracciare il percorso, quindi.

L’avvocato augustano, agli inizi del 2015, per conto della iraniana Qatar Global Energy and Resources, chiede di acquistare dalla Versalis, controllata Eni, per 300mila euro, prodotti chimici tra cui catalizzatori a doppio uso, civile e militare, utili quindi anche per fabbricare esplosivi.

Serve, per questo, un’autorizzazione rilasciata dall’Aise (ex Sismi). Amara ce l’ha!

“Questa è la spia degli agganci di Amara e Mazzagatti con le industrie petrolchimiche dell’Iran e con settori dei servizi segreti” è il commento dell’Espresso.

Ma la Qatar esce di scena e a concludere l’affare è la stessa Napag: nel 2016 Eni Trading & Shipping (Ets), la centrale che da Londra gestisce le compravendite di gas e petrolio del colosso statale, accredita la Napag Italia come venditore, di fatto aprendole le porte del mercato petrolifero.

“A gestire le trattative è Alessandro Des Dorides, un manager che ha rapporti strettissimi con Massimo Mantovani, responsabile dell’ufficio legale dell’Eni fino al 2016 e poi presidente dell’Ets”, indagato nella vicenda del depistaggio delle inchieste sull’Eni.

Nel frattempo la Simest, verificata l’affidabilità contabile e le prospettive di sviluppo della Napag sui mercati mediorientali, nel 2016 le concede il finanziamento di 500mila euro: nasce così la Napag Middle East il cui primo atto, l’anno successivo, sarà un finanziamento di 4 milioni di euro alla controllante Napag Italia.

Così già nel 2016 la Napag Italia, ormai internazionalizzatasi, porta a casa il primo milione di ricavi, ma è il 2017 l’anno della vera svolta. La società aumenta il capitale dalla soglia minima di 10mila euro fino a 300mila euro.

Da essa si stacca la società Pascal Trasport di cui era titolare Mazzagatti senior ed entra con una piccola quota la figlia di un milionario del Bahrein, Al Matrook, moglie di Mazzagatti junior, ormai a fianco di Amara che offre il suo studio di via della Frezza 70 a Roma come nuova sede della società.

Le mail che vengono da qui inviate hanno già il dominio della Napag: “come se lo studio Amara e la società petrolifera fossero la stessa cosa” chiosano Biondani e Turano.

Amara, ancora una volta, come già fatto per i suoi studi nella nostra provincia, sa scegliere i suoi praticanti: in questo studio compare il nome della nipote di Antonio Vella, uno dei top manager dell’Eni siciliano. E d’altra parte nel nuovo cda della Napag, dove formalmente Amara è assente, siederà anche Claudio Zacchigna, per anni presidente della raffineria di Gela, inviato a processo con altri manager e lo stesso Mantovani a causa di un esposto dei cittadini “per malformazioni e lesioni da inquinamento”. Un processo finito bene, chiuso nel 2018 per prescrizione, forse anche grazie al legale di fiducia scelto. L’avvocato Piero Amara, ovviamente.

Presidente del nuovo consiglio di amministrazione è l’avvocato Giancarlo Lanna, napoletano, a capo proprio della Simest fino al 2012, anche lui vicino ad ambienti di destra; uomo di peso, consulente di aziende che investono all’estero e dalle amicizie che contano, come per esempio l’ex segretario generale della Nato, oltre che consigliere di Finmeccanica, l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo.

Terzo neo consigliere: un ex manager di Consip, Oreste Danilo Broggi, nominato dal sindaco Gianni Alemanno a capo dell’Atac dove fa assumere il suo autista personale, fatto che gli costa una condanna in primo grado a due anni.

Un cda di corposa e provata esperienza” si legge nei documenti di Napag Italia che, nel 2017, totalizza ricavi per 162 milioni di euro, sebbene il profitto dichiarato in Italia sia meno di 30mila euro. “Tutto quello che entra se ne va in costi”.

Il 9 novembre 2017 Napag Italia aumenta il capitale fino a 13 mln di euro e il 18 dicembre 2017 costituisce la Napag Uk con sede a Londra in un ricco quartiere.

Poi arriva il 2018: annus horribilis! L’anno della (parziale) resa dei conti.

L’avvocato Piero Amara, come sappiamo, viene arrestato per associazione a delinquere nell’ambito del procedimento per la corruzione, dalla Sicilia a Roma, di giudici ordinari e amministrativi e consulenti; sotto accusa anche le sentenze sui maxi appalti della Consip, mentre il sostituto Giancarlo Longo confessa le tangenti prese da lui per inventare la falsa inchiesta sul complotto inesistente contro i vertici dell’Eni.

Le procure di Messina, Roma e Milano estendono le loro indagini anche alla Napag.

Mentre in Inghilterra ad aprile viene costituita la Napag Trading Ltd, con funzione di holding di tutto il gruppo gestito da Mazzagatti-al Matrook, che a maggio compra Napag Italia e porta il capitale fra danaro e azioni da 100 sterline a 64 mln, sotto osservazione della magistratura finisce una “strana” vendita all’Eni/Ets, per 25 milioni di euro, di propilene prodotto da una fabbrica iraniana. Ancora una volta interviene la procura milanese per il sospetto che si nasconda una maxi tangente per pagare il silenzio di Amara, ritenuto socio occulto nella Napag, che in carcere sta iniziando ad ammettere sue responsabilità.

All’indomani della perquisizione dello studio romano di Amara da parte della Guardia di Finanza, il 18 luglio, il cda di Napag Italia si dimette in blocco. Come presidente subentra il reggino Giuseppe Cambareri e la sede si sposta in via Toscana 1, sempre a Roma. Dal cda di Napag Trading Ltd si dimette anche la moglie di Mazzagatti Nadia Al Matrook e la Simest “per mancato rispetto degli obblighi contrattuali” restituisce la sua quota in Napag Middle East.

Si innesta una nuova vicenda: sospetti su un carico di petrolio che dovrebbe essere acquistato dall’Eni. Greggio di provenienza iraniana ma, sebbene di migliore qualità, spacciato come iracheno per bypassare l’embargo degli Usa e di Israele nei confronti dell’Iran. L’Eni, quotata a New York, avrebbe rischiato, se non se ne fosse accorta, un incidente diplomatico con americani e israeliani e di essere accusata di acquistare petrolio di contrabbando. È la stessa Eni a scoprire che ad agire c’è ancora una volta la Napag: Mazzagatti e Amara avrebbero comprato e rivenduto il carico ai fornitori nigeriani dell’Eni per 41 milioni di euro (che subito prendono la strada per Dubai). A dirigere le operazioni ci sarebbe Des Dorides, già a rischio licenziamento per il precedente maxi contratto con la Napag (provvedimento comunque da lui impugnato a fronte di una sua dichiarazione di totale estraneità ai fatti contestati).

L’Eni blocca l’acquisto e denuncia tutto alla Procura di Milano chiedendo risarcimenti milionari. Una reazione tempestiva che, a quanto dice la ricostruzione dell’Espresso, metterebbe fuori pista i servizi segreti che, allertati da un articolo del Fatto quotidiano sulla presenza della petroliera White Moon ferma da giorni al largo di Milazzo (mentre gli uffici Eni effettuano i propri accertamenti), entrerebbero in gioco con l’intento di svelare essi stessi il presunto contrabbando e accusare l’Eni di aver violato l’embargo contro l’Iran (per altro comunque atto unilaterale dell’amministrazione Trump che non coinvolge il governo italiano).

Nuove trame spionistiche”, dopo quelle tentate nei confronti dell’ad Clausio Descalzi, rese possibili per le “forti entrature nei servizi” dice l’Espresso. Des Dorides è figlio di un colonnello dei Carabinieri, poi generale, distaccato al Sismi; Vincenzo Armanna, ex dirigente Eni in Africa, chiamato in causa in diversi processi e partner di Amara in alcuni affari, ha egli stesso dichiarato in tribunale di avere rapporti molto stretti, tramite il padre, con il generale Alberto Manenti, ex capo dell’Aise.

Ma soprattutto ci sono le dichiarazioni del supertestimone dell’ultim’ora Carollo.

L’ex dirigente dell’Eni, oggi dirigente di Assomineraria, riferisce che l’avvocato di Augusta gli ha raccontato di “far parte di un blocco di potere con Paolo Scaroni (amministratore delegato Eni nominato da Berlusconi prima di Descalzi), i servizi segreti e alcune procure non meglio identificate che avevano come obiettivo di far fuori il renziano Descalzi; che i vertici Eni sanno che lui, Amara, non ha detto tutto quello che sa, ma che Mantovani va salvaguardato perché solo in questo modo, attraverso il trading petrolifero, può continuare a guadagnare un milione di euro all’anno” (l’avvocato Mantovani ha respinto ogni accusa ma è stato licenziato dall’Eni proprio per gli affari Ets e Napag).

Va detto in conclusione che tutti hanno negato proprie responsabilità in questa vicenda ancora sotto il vaglio della magistratura che appesantisce ancora di più il carico di accuse rivolte all’avvocato di Augusta Piero Amara sempre impegnato a trovare escamotage per uscire dalle tante trame aggrovigliate come poche con il minor danno possibile.