Dopo il nuovo caso al liceo scientifico Corbino forti preoccupazioni per il lassismo con cui si sta affrontando la recrudescenza della malattia. Sarà eseguita con rigore scientifico l'anamnesi del gruppo familiare, amicale e a giro più ampio fino ad accertare la causa del contagio?

La domanda che è lecito rivolgere agli organismi locali preposti alla tutela della salute pubblica è se finalmente ci sarà una svolta, a Siracusa, nella lotta contro la tubercolosi. Il ripresentarsi della malattia al liceo Corbino, dopo cinque anni da un analogo caso, è solo la punta di un iceberg che si vuole, coscientemente e irresponsabilmente, tenere, se non del tutto nascosto, defilato. Una scelta che fa il paio con la sottovalutazione del fenomeno e osta con l'unica corretta, e doverosa, strategia: la prevenzione, che nasce ovviamente dall'informazione. La rassicurazione che è girata in questi giorni - "Non c'è da preoccuparsi: è successo e succede anche nelle altre scuole, anche altrove" - nella sua drammatica veridicità, confligge, con risvolti paradossali, con la totale colpevole assenza di qualsiasi azione di risposta a una malattia riemergente, sia essa anche la semplice reintroduzione di uno screening tubercolinico scolastico dapprima obbligatorio e abolito dalla Regione Sicilia circa 20 anni fa.

La reazione, a volte scomposta, isterica, da tregenda, che si è registrata su alcuni canali dei social network, o nelle comunicazioni telefoniche, soprattutto tra i giovani, è la prova di come non sia più possibile continuare a fingere che il problema non ci sia o che non sia meritevole della giusta attenzione. Lo abbiamo segnalato con costante ostinazione, attraverso periodici documentati articoli di stampa, dal 2005 in poi (gli ultimi online), ma nulla è cambiato, se non la consapevolezza che sia sempre più difficile trincerarsi dietro il silenzio e la pur legittima privacy delle persone coinvolte.

Non interessano ovviamente i nomi dei malati, da assolutamente evitare lo stigma sociale su sacche della popolazione o su determinati luoghi e ritrovi, ma che i dati di incidenza siano comunicati in bollettini medici, e che vi sia un costante aggiornamento degli stessi, è un obbligo della sanità pubblica e un diritto della cittadinanza. E non intendiamo con questo solo il numero di persone che abbiano sviluppato la malattia attiva (gli unici che possano propagare il bacillo, lo ricordiamo) ma anche quello relativo ai soggetti infetti, ma non contagiosi, che vanno assolutamente monitorati. Infatti risultare infetti, soprattutto per i più giovani, vuol dire essere stati contagiati da un malato attivo che magari deve ancora essere curato. E, ricordiamolo, soprattutto per i più giovani, la terapia dell’infezione può scongiurare l’insorgenza di una successiva malattia attiva.

Nella genericità e approssimazione delle notizie divulgate in questi giorni, che rendono l'evento un articolo semmai da prima pagina, un'emergenza di cui stupirsi e soprattutto preoccuparsi, un post su cui scatenare il dibattito più surreale, nulla si dice su alcuni snodi essenziali, su domande che occorre farsi e alle quali occorre dare risposta.

Il caso sembra dover essere confinato all'interno delle mura dell'istituto, quasi si trattasse di un serbatoio di contagio avulso dal contesto: controllato e 'depurato' l'edificio, tutto tornerebbe, come cinque anni fa, nel dimenticatoio.

E invece il problema è: il contatto con chi ha infettato il giovane? Sarà eseguita con scrupolo, e rigore scientifico, l'anamnesi del gruppo familiare, amicale e a giro più ampio fino ad accertare la causa del contagio? Si rintraccerà il 'dna' del bacillo per seguirne poi, eventualmente, la sua diffusione o lo si tralascerà per evitare spese aggiuntive? Gli eventuali infetti saranno monitorati per tutto il tempo necessario?

A nessuno sfugge infatti che, mai come in situazioni come queste, entrino in gioco valutazioni di mero ordine economico, e come, spesso purtroppo accade, la volontà o necessità di realizzare economie prevalga sulla difesa e salvaguardia della salute pubblica. Bilanci non più proponibili da quando è diventato di pubblico dominio in che modo siano sperperate le risorse 'generosamente' versate dai cittadini sotto forme di tributi e balzelli, quale fonte di personali illeciti riprovevoli arricchimenti esse siano state. Non più accettabile il refrain delle casse vuote se causa è la corruzione e il malaffare.

Ancora una volta non possiamo che stigmatizzare il lassismo con cui si sta affrontando la recrudescenza della malattia la cui diffusione è segnalata in crescita in  tutt'Italia. Una responsabilità nazionale, prima ancora che regionale o locale, è evidente, ma che può registrare alcuni interventi opportuni  e oculati a livello territoriale grazie a una diversa politica sanitaria.

Ci sembra che diventi fondamentale ripristinare e aggiornare per esempio l'archivio del nostro dispensario tubercolare che giace sotto una fitta coltre di polvere, in un locale del palazzetto della sanità di via Bufardeci, inutilizzato e inutilizzabile perché ne è impedito il facile accesso, come abbiamo anni fa documentato.

Indispensabile attivare una strategia di informazione e prevenzione e programmare controlli mirati non solo nelle scuole, ma in tutti i gruppi cosiddetti “a rischio”, e non solo laddove tali controlli vengono abitualmente realizzati (al nautico per il rilascio del libretto sanitario, e all'alberghiero sia al primo che al terzo anno).

Da riconsiderare percorsi di aggiornamento professionale per gli stessi medici che, come dimostra il caso in discussione, non sempre sono in grado di riconoscere una malattia che si continua a credere debellata, non più presente, quando invece proprio una pronta diagnosi e cure ben condotte sono l'arma vincente.

Occorre non dimenticare che il tbc day, voluto ogni anno dall'Organizzazione Mondiale della Sanità il 24 marzo, non è una celebrazione rituale, un momento di discussione cattedratica, bensì la sollecitazione a vigilare, a non abbassare la guardia. E non è irrilevante se l'ultimo manifesto di Medici Senza Frontiere, all'insegna del motto 'Test me, treat me', ha richiamato alla necessità di ripartire dalla ricerca, investendo adeguatamente per il miglior utilizzo di due nuovi farmaci (bedaquilina e delamanid) che, dopo 50 anni di un sempre eguale protocollo terapeutico, dovrebbero essere più efficaci nei confronti della tbc, in particolare di quella farmaco resistente. Perché, lo ripetiamo, sono le nuove forme di tbc a preoccupare. Scrive MSF.: "In tutto il mondo si sta registrando un numero senza precedenti di casi di tbc multiresistente, non solo tra i pazienti già curati per la tbc senza successo, ma anche in pazienti a cui è stata diagnosticata per la prima volta la malattia, segno evidente che la tbc multiresistente si trasmette come tale nelle comunità".