Il rischio è di tornare a un’idea del carcere esclusivamente punitiva, a prima del ’75. Non più un Direttore mediatore tra le diverse esigenze ma solo un burocrate

 

 

La Civetta di Minerva, 9 novembre 2019

"Esecuzione della pena: un ennesimo attacco ai principi costituzionali". Così si esprime l'osservatorio delle camere penali riferendosi allo schema di decreto legislativo recentemente varato dal governo, che finisce per marginalizzare la figura del Direttore dell’istituto, a vantaggio di un maggiore potere riconosciuto al Corpo della Polizia Penitenziaria (rectius ai suoi vertici) dando, così prosegue l'osservatorio, "il colpo di grazia al principio di rieducazione e di dignità dei detenuti"

Effetto Salvini, penserete voi. Eh no, perché è un processo che viene da lontano. Lo dimostra inequivocabilmente il trattamento riservato alla Dirigenza Penitenziaria negli ultimi anni o meglio decenni. I posti vacanti non sono stati riempiti (da ventiquattro anni non ci sono concorsi per direttori, e i superstiti sono quindi spesso costretti ad occuparsi di più strutture a volte anche lontane tra loro). Possiamo dire che si tratta di un processo che risale a Diliberto (ahimè, uomo di sinistra che pensò bene appena insediatosi al dicastero della giustizia di mandare via dalla direzione delle carceri il magistrato Alessandro Margara padre della riforma penitenziaria e della legge Gozzini e di avviare una politica di gestione delle carceri esclusivamente securitaria). Il trend è poi proseguito sotto vari aspetti conducendo l'Italia, nel 2009 e poi nel 2013, alla condanna della Corte europea dei diritti umani.

Tornando all'ambito trattato, va detto che si è giustamente ritenuto di riorganizzare la Polizia Penitenziaria, lasciando tuttavia al palo la Dirigenza che attende il contratto dal 2006.

L’Ordinamento Penitenziario ha affidato al Direttore dell’istituto il ruolo centrale di Garante della legalità, secondo i principi inviolabili di equità ed umanità. Ciò nel nostro sistema si realizza affidando a un soggetto, il dirigente dell'istituto, la responsabilità sia del trattamento risocializzante sia della sicurezza dell'istituto. Sottraendo quest'ultima incombenza e privando il direttore di tutti i poteri di governo del personale - secondo quanto previsto nello schema - viene di conseguenza meno la sintesi e l'equilibrio del sistema. Intendiamoci, qui non si fa un discorso di categoria, né di buoni, i direttori, e cattivi, i Commissari Comandanti della polizia penitenziaria. Posso dire in tutta onestà in tanti anni di lavoro di avere conosciuto direttori bravi ed aperti, la maggior parte, ed altri meno, È la funzione che è diversa, un direttore costituzionalmente orientato dà equilibrio al sistema, mentre devitalizzando tale figura vi sarebbe una pericolosa alterazione degli equilibri di gestione dell’istituto a scapito anche della governabilità degli stessi, avuto riguardo non solo al trattamento, ma anche alla sicurezza.

Lo schema di decreto prevede l’affidamento al Corpo di Polizia Penitenziaria del potere disciplinare sul personale, della valutazione dirigenziale, della partecipazione alle commissioni selettive del personale e ai consigli di disciplina, di posti e funzioni di Dirigenza generale, campi di azione che vengono sottratti alla Dirigenza amministrativa.

Tale progetto di revisione del sistema penitenziario rischia di farlo regredire agli anni precedenti all’entrata in vigore dell’Ordinamento penitenziario (1975) e quindi a un’idea del carcere esclusivamente punitiva. Effetto evidente della riforma sarebbe, di fatto, quello di annullare la figura del Direttore quale persona che possa mediare tra le esigenze trattamentali e quelle di sicurezza, relegandolo a compiti esclusivamente burocratici.

Quale, ci si chiede, l'atteggiamento della componente governativa di centro sinistra rispetto a questo nefasto riassesto? Viene da pensare, non solo per questo accadimento, che si spera di potere ancora scongiurare, ma per tutta una congerie di argomenti, che nel nostro paese vi sia da una parte una cultura (ehm) di destra, e dall'altra vi sia afasia e disattenzione. Per bloccare questo arretramento nella civiltà giuridico penitenziaria, in un settore che è di nicchia ma che concorre a contraddistinguere i caratteri di una nazione, si sono mossi i garanti per i diritti dei detenuti, le camere penali, le associazioni di volontariato, moltissimi direttori penitenziari, sperando di trovare degli interlocutori pronti ad ascoltare sia presso i vertici dell'amministrazione penitenziaria, sia presso la politica.

Intendiamoci, non è che nel “penitenziario” vada tutto bene, il trend del numero dei detenuti è in crescita, con crescenti difficoltà di gestione, e lo sforzo di spostare l’esecuzione penale da una concezione carcere centrica ad una che vede il carcere come extrema ratio, e che dia largo spazio alle misure alternative, cosiddette di comunità, richiede tempo per raggiungere l’obiettivo. Si tratta di vedere, senza trascurare la salvaguardia della sicurezza, essenziale presupposto, se a un problema che è in molta parte di malessere sociale, (tossicodipendenza, presenza ampia di detenuti stranieri con i problemi accentuati dalla mancanza di radicamento sociale e territoriale, patologie psichiatriche in aumento, pedofilia), si debba pensare di dare una risposta articolata, con la presenza di mediatori, di psicologi, di psichiatri, educatori, e con l’investimento nell’incremento di attività risocializzanti, ovvero se dare risposte securitarie semplicistiche e non in linea con il processo di attuazione dei principi costituzionali, avviato a partire dalla legge di riforma del 75, e portato avanti, sia pure in modo zigzagante e con passi indietro dovuti ad obiettive emergenze susseguitesi (terrorismo prima, criminalità mafiosa poi) ed a cali di attenzione rispetto al penitenziario.

Una cultura istituzionale dell’esecuzione penale, che abbia come obiettivo quello del recupero sociale e della diminuzione dei reati deve, a parere dei più avveduti esperti della materia, affrontare la complessità ed evitare scorciatoie facili quanto inefficaci. E affidare agli operatori la mission duplice di tutela della sicurezza e del trattamento risocializzante.