Era la più rinomata della città, forse l’unica al di fuori di Ortigia. Storie del quartiere Santa Lucia

 

La Civetta di Minerva, 26 ottobre 2019

Non volevamo che il nostro reportage sullo stato dei negozi e dei servizi vari esistenti in borgata (il quartiere Santa Lucia), pubblicato nello scorso numero del nostro giornale, restasse anonimo, inanimato, spersonalizzato. E così, muniti di sorriso e registratore, ci siamo addentrati in quelle vie dove ancora l’anima di antiche botteghe - che una volta splendevano di opulente prosperità – si può “sentire” attraverso i ricordi e le commosse testimonianze dei loro ex proprietari e di qualche nostalgico avventore.

Il resoconto di ciò che ne è venuto fuori assomiglia a un romanzo di Gabriel Garcìa Màrquez, e riuscirebbe a trascinare i lettori dentro mondi affascinanti e ai più sconosciuti. Protagonisti, giovani siracusani (burgarioti, come amano essere classificati da queste parti) che sin da minorenni hanno consumato e vissuto la loro vita tra quelle strade e in quei negozi, con esperienze che sulle prime appaiono tutte uguali, senza speranza, senza senso, senza sogni. Ma se invece si fa uno sforzo per cambiare il punto di vista facendo emergere quello degli stessi protagonisti, e cioè la realtà che li circondava, i loro sogni e le loro delusioni, allora si è colti da una prospettiva diversa. La loro prospettiva. Il modo che avevano di crederci, di appassionarsi al carretto che ittannu uci li invogliava a rinfrescarsi con una bella granita di limone, quell’altro – mal digerito dagli uomini ma agognato dalle mogli – dove il conducente con una spiccata cadenza etnea era capace, partendo da una scopa, di rifilare alle signore di tutto e di più. E quell’altro ancora, che pubblicizzava la sua ciccibella, cioè tranci di zucchero caramellato che si vendeva per lo più alle feste e che era capace di farti cascare i denti, tanto era dolce e nauseante.

E così raccontando, con la loro voce, il loro modo di sorridere, di gesticolare, di appassionarsi e con la capacità di cambiare tono perché da un momento all’altro si passa da racconti goliardici a quelli più tragici - ricordando tristissime sventure familiari - questi reduci del siracusanesimo più vero e più intrinseco, lottano contro il tempo, sempre troppo lento o troppo veloce. Che non si sono accorti di quando è iniziata e di quando è finita la loro giovinezza. Alcuni sono sempre rimasti lì, da oltre sessant’anni, altri si sono persi, inghiottiti da un malessere più grande di loro. Altri ancora hanno ripreso in mano la loro esistenza e invertito il cammino.

Antonella, ex commessa tuttofare in un negozio di stoffe nella centralissima via Piave, arrivava ogni mattina alle sette precise. Alzava la saracinesca, entrava, controllava le pezze allineate con precisione maniacale e poi immancabilmente si soffermava a contemplare la statua di Santa Lucia, detta anche ‘a Santuzza. Non mancava mai infatti di salutarla e di chiederle una raccomandazione perché i clienti fossero numerosi e lei non si trovasse di punto in bianco licenziata, esiliata dal suo piccolo regno, gettata via come un pagghiazzeddu (straccio).

Erano tempi duri, subito dopo la guerra, e bastava quel pensiero ad ingrigire l’azzurro mare dei suoi occhi, ad incupirli coll’ombra della guerra. Dice che il suo negozio era stato benedetto dal Duce in persona, ritto, impettito, sfoggiando la divisa decorata con una croce adornata da un nastrino che ricordava e testimoniava il decennale della marcia su Roma. E allora la memoria di Antonella si avvia come oggi si fa con una moderna app del cellulare, le è bastato cioè quel clic per farle raccontare quello che i suoi occhi hanno registrato e salvato meglio di un documentario in bianco e nero dell’Istituto Luce. Racconta con gli occhi lucidi che il negozio era sempre pieno zeppo di gente, e che inizialmente a tutti quel regime fascista sembrava una cosa buona e giusta, salvo poi tempo dopo ricredersi a loro spese.

Quella era la merceria e la sartoria tra le più rinomate della città, forse l’unica al di fuori delle mura d’Ortigia, ma rispetto a quelle che c’erano a Sarausa (così infatti veniva chiamato lo storico quartiere di Ortigia), spiccava per modernità e convenienza. Adesso dalle parole della signora Antonella è sparita l’emozione, e fila via liscia con quell’orgoglio mai sopito tipico dei commercianti di una volta che contavano quasi alla stregua di un notaio di oggi. Parla bene, convincente, avvincente, affascinante! Sembra quasi come se ci volesse convincere ad acquistare un abito su misura!

Ora - dice - nei nuovi centri commerciali la gente cammina veloce, non si ferma a scambiare due chiacchiere coi negozianti, passano, osservano e vanno via. Le panchine di legno dei corridoi ti invitano a uscire dal negozio per una sosta. L’ascensore ti permette di salire al panoramico (pronunciato volutamente con un tono sarcastico) posteggio del piano di sopra, o di rifocillarsi al più vicino punto snack. Ora – osserva – siamo tutti poveri, ma sembriamo tutti clienti. Una volta invece cliente o lo eri o non lo potevi essere. Non che mancassero i clienti nei tempi della cinghia tirata, no davvero.

I ricchi vecchi e nuovi, per nascita o per crescita, erano presenti ovunque. Con qualunque stagione pretendevano un discreto assortimento nei negozi di un certo tono. E lei conosceva a memoria il decalogo della brava commessa. Il cliente non doveva mai uscire a mani vuote. Vuole un vestito rosso? Esce con quello verde, è più aristocratico e dona all’incarnato. Se sei grassa ti snellisce, se sei tozza ti scolpisce, se sei vecchia ti ringiovanisce e via dicendo. Chi entrava non poteva salvarsi dal suo occhio attento, chiaroveggente, che scrutava il punto debole per poi partire all’attacco circolare, senza scampo né sosta, fino alla capitolazione. Ora – sostiene – le commesse sono messe lì appoggiate, annoiate, sconfortate. Non ti invitano certo ad acquistare, semmai a commiserarle. E finita la merce, finito il lavoro lei percepiva il salario e la percentuale sulle vendite. Non voleva fare la fine di quei poveracci che, davanti alla vetrina, sgranavano gli occhi e spalancavano la bocca.

Loro, i poveri, si facevano le tomaie degli zoccoli con i guanti rovesciati e le suole con le camere d’aria delle biciclette vecchie. Alcuni - racconta – riuscivano ad infiltrarsi furtivamente nei magazzini dove venivano ammonticchiati i teloni di seta pregiata, e ne rubavano alcune garze per farsi le camicie. Del resto, sapeva benissimo cosa fosse la povertà, visto che la sua famiglia d’origine era composta da padre, madre e sei figli, e che – ricorda – durante la processione per la festa della Santa avanzavano tutti in fila indiana, scalzi, lungo il percorso della via Piave, compreso l’ultimo nato, insonnolito e frignante. E per l’occasione appunto della nascita del sesto figlio, la famiglia aveva ricevuto mille lire, come ricompensa per il contributo allo sviluppo demografico.

Questi ricordi hanno un effetto rigenerante per gli occhi della gentile signora Antonella, che immediatamente si ri-illuminano di una luce tagliente, cristallina, simile a quella che ci investe non appena torniamo a calpestare i lastroni di pietra bianca che striano lo strato d’asfalto della monumentale e splendida piazza posta al centro di questo antico e popoloso quartiere, forse l’unico rimasto dove resiste ancora il piacere di passeggiare pigramente, senza affannarsi in infinite e vorticose corse verso il nulla. Quel quartiere a misura d’uomo, dove si può ancora osservare la bellezza del dettaglio, ascoltare la musica assordante che proviene da quell’ingombrante Hi-Fi che quel tizio (conosciuto da tutti, qui in zona) si ostina a portarsi dietro, adagiato sulla spalla, nelle sue quotidiane passeggiate. L’iPod – qui – non è ancora arrivato! Quel quartiere dove puoi ancora riscoprire – all’angolo tra un isolato e l’altro – il tizio che seduta stante ti arruste i pipi lì davanti, su due piedi, o ti vende quell’orata che a suo dire è sempre stata pescata stamatina.

In sostanza, ci ripetiamo se sosteniamo che questo quartiere non va evitato, come i più pensano, bensì va considerato come quella zona di Siracusa che ancora ne custodisce gelosamente l’identità e ne conserva i profumi e i ricordi. Ricordi come quelli appena narrati, quelli della signora Antonella. Ricordi e frammenti di vita per coloro che ancora amano gustare il sapore dell’essenziale!