Lavori, ristrutturazioni, vendite: un guazzabuglio sempre più fitto. L’assessore Rita Gentile: “Ho consegnato tutto all’ufficio legale”

 

La Civetta di Minerva, 26 ottobre 2019

Casa Monteforte: al momento del sopralluogo di luglio, disposto dall’assessore al patrimonio, di fresca nomina, Rita Gentile, c’erano lavori in corso in alcuni locali che si era detto fossero di sicura e comprovata proprietà comunale. Questo è un dato di fatto e se qualcuno ha scritto o creduto altro è nel torto. Lavori al civico 20, un palazzo diverso da quello del numero 12, quest’ultimo l’unico adibito per alcuni anni ad essere casa di ricovero per donne anziane e non abbienti così come disposto dalla nobildonna Maria Monteforte. Lavori in quella minima parte del palazzo ancora (e chissà per quanto tempo) di proprietà del Comune, piccoli appartamenti di particolare pregio che nel tempo si è cercato in varie occasioni di alienare, come se non facessero parte anch’essi del lascito testamentario.

Ma quello che davvero non si è capito – le notizie raccolte qui e là dicono di un sequestro della Procura seguito da dissequestro che avrebbe dato piena ragione ai, a questo punto, non abusivi – è quale sia stato il tenore della denuncia fatta dall’Amministrazione. Sono stati denunciati i lavori in quanto in atto, si è detto di una acquisizione/ristrutturazione in corso? Si è chiarito che si trattava certamente di parti di proprietà comunale?

Questa la situazione fotografata dall’assessore Gentile e questo il tenore delle sue dichiarazioni: “Porte che non c’erano, lavori che non andavano fatti, situazioni non originarie, autorizzazioni non date dal Comune”. Si sarebbe quindi trattato di un abbaglio? La ditta che eseguiva i lavori ha potuto forse dimostrare di essere stata autorizzata dal Comune? È possibile questo? Si stava lavorando nella parte del palazzo che il Comune non ha mai rivendicato come propria o nell’altra, individuata anche catastalmente, di sicura proprietà pubblica? L’autorizzazione rilasciata è stata analizzata sotto questi profili oppure è bastato dire che c’era? È vero che una parte del palazzo di Ignazio è stata ristrutturata e venduta? Quale parte?

“È tutto nelle mani dell’ufficio legale - rassicura l’assessore -. Sono sicura che si farà tutto quello che si deve fare”. Diversamente potrebbe anche configurarsi un’omissione d’atti d’ufficio è il non detto.

E sorvoliamo sull’espressione forse infelice a proposito della “procedura avviata degli uffici di chiarificazione bonaria” immediatamente commentata dall’avvocato Salvo Salerno: “Una procedura di chiarificazione bonaria con degli occupanti abusivi?! L'amministrazione comunale possiede i pieni poteri di polizia demaniale nei confronti degli occupanti abusivi. E può coattivamente sbatterli fuori e pure farsi risarcire per le abusive modifiche edilizie, altro che chiarificazione bonaria”. C’è di più.

C’è un errore. Anzi: c’è l’errore. Non è vero, come si è scritto, che Casa Monteforte si sviluppa dal civico 12 al 20. Il lascito testamentario non parla di un solo immobile.

Per l’ennesima volta ribadiamo che Maria Monteforte ha donato due palazzi all’ECA, i cui beni sono stati acquisiti al patrimonio comunale al momento del suo scioglimento. Uno al civico 12, quello di residenza della nobildonna, e uno al civico 20 del fratello Ignazio, lasciato in eredità alla sorella.

Due diversi edifici “senza esclusione alcuna (anche minima) di locali”.

Riproponiamo le parole del testamento olografo come trascritto dal notaio Giuseppe Adorno

Quando nasce, diciamo così, l’equivoco? Il testamento olografo è del 5/9/68; Maria Monteforte muore il 12/3/69; il testamento viene aperto dal notaio il 15/3/69; l’autorizzazione del Prefetto Giordano a ricevere il lascito è del 10/10/69 sebbene l’atto del notaio di “Accettazione della donazione” sia solo del 17/10/74.

Nell’atto del ‘69 con cui Giordano autorizza il dottor Salvatore Cirillo, in qualità di commissario prefettizio dell’ECA, ad accettare la donazione, per la prima volta compare la per noi inspiegabile numerazione dal civico 12 al 20 che di fatto esclude i civici 22 e 24 che almeno da un punto di vista strutturale fanno evidentemente parte del palazzo a cui si accede dal portone al civico 20.

 

E in questo stesso atto si definiscono le particelle catastali che in realtà riducono il palazzo di Ignazio a sole tre piccole unità abitative (sono queste che avrebbero giustificato interventi anche recenti del Comune, con pubbliche risorse, per il ripristino del prospetto come si è ora saputo?)

Poi, nell’atto di “Accettazione di donazione” dell’ottobre 74, si dice che sono 32 i vani catastali. Ma, dato l’uso del singolare, forse con riferimento al solo civico 12.

 

 

 

“Gli edifici erano due. E integri. Lo era anche quello di Ignazio, sebbene in pessimo stato” ha ribadito Anna Maria Monteforte, lontana parente della nobildonna. Ma se passaggi di proprietà sono avvenuti nel tempo, prima del fatidico ottobre ‘69, di certo ne esiste la documentazione. L’unico modo per mettere a tacere le tante dicerie che hanno da sempre raccontato di una lenta spoliazione del lascito Monteforte. L’unica prova per fare finalmente chiarezza. Sapere almeno come sono andate veramente le cose.

È probabile infatti che ormai, se parti dei due immobili non sono mai state acquisite al patrimonio pubblico, si sia irrimediabilmente costituito il diritto di usucapione e che nulla possa essere più modificato. Ma è essenziale determinare le responsabilità, svelare la verità che sia almeno da monito per il futuro.

Poi resta aperto il capitolo di consolidare in via definitiva ciò che ancora si è riuscito a preservare di quella donazione e cercare le fonti di finanziamento che consentano di restituire a casa Monteforte la funzione voluta dalla sua proprietaria. Non possiamo non ricordare che nel maggio 2016 le ospiti della Casa, una ventina, furono allocate altrove a causa di un’ispezione dell’Azienda sanitaria motivata da un esposto sulla situazione di degrado degli ambienti: un esposto che si disse essere anonimo, inviato alla Procura della Repubblica, al Nas di Ragusa, all’Asp e al sindaco.

Sulla vicenda la dottoressa Rosaria Garufi, allora dirigente del settore Politiche sociali, rilasciò questa dichiarazione: “Vengo a conoscenza dagli organi di informazione, destinatari di un comunicato stampa dell’Asp 8, di un’iniziativa del Siav che può avere gravi ripercussioni sull’assistenza alle anziane ospiti di Casa Monteforte. Non posso che dispiacermi per il comportamento dell’Asp, che ha effettuato un sopralluogo a nostra insaputa, rompendo una tradizione di rapporti improntati al rispetto reciproco e alla collaborazione pur nella diversità dei ruoli e delle competenze. Sarebbe stato un segno di attenzione istituzionale avvertire della visita a Casa Monteforte così da far partecipare anche i nostri tecnici e mettere l’Amministrazione nelle condizioni di fornire chiarimenti. Una situazione simile si era venuta a creare non più di un anno fa e tutto è stato risolto, dopo un sopralluogo congiunto, con interventi di manutenzione fatti in tempi brevi e senza creare disservizi alle ospiti della struttura”.

Dinamiche note, che sembrano sottendere l’intento di rendere nel tempo ingestibile la struttura per destinarla così ad operazioni “private”.

Oggi c’è l’amara convinzione che l’Amministrazione comunale ha certamente la possibilità di appurare quanto accaduto nel tempo, e insieme lo scetticismo di chi immagina che nulla cambierà, forse a dispetto anche della buona volontà dell’assessore Gentile.

Eppure si tratta di un atto dovuto non solo nei confronti di una generosa concittadina ma anche per far comprendere agli inesausti appetiti che la partita è chiusa. Casa Monteforte appartiene a tutti i Siracusani. È uno di quei beni comuni che tanti dicono di voler tutelare e in nome dei quali affermano di volersi battere.