Attendiamo le motivazioni per capire se l’accusa di mafia obbedì agli interessi del “Sistema Amara”

 

Ottobre 2019

Chi scrive, all’epoca, titolò su questo giornale “No, la mia città non è mafiosa. Si, la mia città è colpevole.”, da poco era giunta la notizia che il consiglio comunale fosse stato sciolto, con provvedimento amministrativo, per sospetto di infiltrazioni mafiose nella gestione dell’ente. Una commissione prefettizia aveva scandagliato per mesi l’attività amministrativa ed era giunta a queste conclusioni... seguì l’intervento della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) che imbastì il procedimento giudiziario che, dopo anni di udienze, lente, troppo lente, si è concluso, in prima decisione, come abbiamo detto: “perché il fatto non sussiste”.

Adesso entro qualche mese sapremo le motivazioni della sentenza e sapremo se la procura antimafia prenderà atto delle conclusioni o insisterà nella sua tesi con cocciutaggine, magari per giustificare i milioni di euro impiegati nelle indagini o si porrà una serie di domande, quasi ovvie, sulla base di quanto emerso dal processo di primo grado visti i tanti colpi di scena emersi nel dibattimento (amnesie, scambi di persona, smarrimenti di intercettazioni e via pasticciando) e aprirà un nuovo fascicolo per arrivare a comprendere come sia potuto accadere che organi dello stato siano stati così superficiali (?) costruendo, tra semplificazioni e superficialità, una tesi accusatoria così grave e infamante per una comunità tanto da indurre la DDA ad orientarsi verso un procedimento che il processo ha stabilito non avere gli elementi per sussistere?

Come sia potuto succedere che una commissione prefettizia abbia lavorato tanto tempo su una tesi costruita assemblando episodi, incarichi, parentele e atti amministrativi che spaziano in un ventennio senza un’analisi critica dei fatti giudicati come prova, senza valutare la consistenza di assunti a volte ridicoli come l’osservazione che il padre del city manager fosse stato consigliere comunale circa trent’anni prima o di appalti miserevoli (un migliaio di euro per la sostituzione di infissi in una scuola) o la concessione di permessi per la realizzazione di chioschi, peraltro, mai revocati né dai commissari né dalle successive amministrazioni, ad un cittadino di Augusta presuntivamente legato ad ambienti equivoci.

Augusta, come dicemmo allora, “non è mafiosa, in essa convivono una moltitudine di persone sommerse nel loro lavoro che rispettano le regole e segnano la loro giornata con minuscoli atti di generosità e con fatica per fare andare avanti un’organizzazione civile/burocratica sempre più avvitata in se stessa. Sono presenti una grande quantità di associazioni di volontariato civile, religioso e di vario tipo che, sia pure con limiti e contraddizioni, cercano di non far perdere, in questa società individualista e distratta, il senso dello stare insieme e della solidarietà. I fenomeni di criminalità presenti, come in tutte le altre città italiane, sono soffocanti anche se silenti; vi sono fenomeni legati al pizzo, alle estorsioni come, purtroppo, dappertutto, anche se raramente denunciate, ma non tali da evocare clamorose emergenze. La mentalità prevalente in questa città, comunque, è lontanissima dalla logica del pensiero mafioso anche se, qua e là, si affermano logiche di pericolosa prevaricazione.

La mia città, scrivevo, però, è colpevole perché si è degradata nel tempo, nell’abbandono e nell’anarchia senza che la sua coscienza abbia generato gli anticorpi per contrastarne il declino. La mia città, va detto, ha le stesse colpe della stragrande maggioranza delle città meridionali, ma se da noi è potuto accadere quanto è accaduto, vuol dire che siamo stati più silenti di altri. Noi cittadini siamo colpevoli perché distratti verso il bene comune, perché immersi nel nostro “particulare”; perché siamo convinti che tutelando il nostro piccolo mondo, fatto dalla famiglia, dal lavoro, dagli amici più prossimi, ci rendiamo immuni dalle infamie del presente, perché siamo convinti che seguendo con attenzione i nostri figli e il nostro benessere, possiamo affrancarci dalle emergenze che sentiamo nella nostra realtà e nel resto del paese. Deleghiamo alla gestione della cosa pubblica chi non delegheremmo mai a gestire nemmeno il nostro condominio, semplicemente perché la politica è una cosa sporca e noi non ci vogliamo insozzare…

La nostra è considerata una città dove, nonostante tutto e rispetto ad altre città vicine, c’è un diffuso benessere, ma questo forse è anche il nostro problema: il benessere si è saldato con l’individualismo di una borghesia opulenta e accomodante, concentrata su se stessa, incline alla ricerca del favore; spesso si cerca la mediazione pratica sorvolando sulla necessità di tenere ferma la barra nella delimitazione dei diritti e dei doveri. Atteggiamenti e pratiche che hanno distrutto il territorio, lacerato i rapporti sociali e che ci ha resi soli, chiusi nelle nostre case davanti alla tv o al computer. Il tessuto democratico fatto di confronto si è smarrito nel tempo e tutto ciò che è pubblico si è deperito… come dimostra la sensazione di vuoto e di squallore che si ha in città dopo le 20 passeggiando nelle strade del centro”. Questo un ampio stralcio di quanto scrissi, nonostante le mie riserve politiche sull’operato della giunta in carica, all’indomani dei fatti eclatanti che colpirono la comunità, mentre gli avvoltoi che sempre, in circostanze analoghe, prendono il volo, spargevano veleno e insinuazioni infamanti su tutto e tutti in un gioco al massacro da cui la comunità ancora non è uscita.

Intanto, in questi anni in cui si è sviluppato il processo, si sono appalesati fatti inquietanti. Fatti che hanno coinvolto magistrati penali e amministrativi; è emerso “un mondo di mezzo” in cui, affaristi ed avvocati d’affari con la compiacenza di magistrati prezzolati, aggiustavano sentenze, avviavano inchieste per disorientare indagini, confondere le acque, creare mostri funzionali al soddisfacimento di interessi privati ben precisi; si è rivelato, ed è in corso di rivelazione, il cosiddetto “sistema Amara” che, guarda caso parte da questa città e in questa città ha visto travolti poliziotti e un ottimo commissario che è stato trasferito perché aveva difeso i suoi uomini dall’arroganza di un nuovo potente che albergava a palazzo di giustizia.

La domanda che sorge spontanea è: questa vicenda che ci ha sconvolto è ascrivibile alle manovre e agli interessi che segnano il nostro passato o è ascrivibile ad uno dei tanti rivoli di quel sistema che muoveva uomini e cose nei meandri della burocrazia e dei palazzi del potere? Se si vuole fare un servizio alla verità, al di là dei giudizi politici e delle scaramucce, bisogna rispondere a queste semplici domande: il lavoro degli inquirenti è stato svolto con trasparenza e serenità? Tutto è stato frutto di superficialità e scarsa professionalità? O superficialità ed approssimazioni sono stati il frutto di una sapiente regia che voleva riaffermare la sua influenza sul territorio e quindi un reale, vero, controllo di genere mafioso? La città aspetta risposte.