Molo Sant’Antonio: incompleto dopo 15 anni, Marina di Archimede: abortito e abbandonato Porto Spero: il sogno di un’isola sul mare, con 84 mc di cemento per ogni posto barca

 

Siracusa, 21 ottobre 2019

Una delle sfide più impegnative per la neo eletta Maura Fontana - impegnata in questi giorni a dare di sé un’immagine ben diversa rispetto a quella emersa a seguito delle perplessità sulla sua nomina delle associazioni ambientaliste, in linea, a prescindere dalla sua “precedente” attività professionale, con il programma di tutela del territorio a firma Italia - sarà non solo quella della revisione del piano regolatore della città, non più in linea con il piano paesaggistico, ma anche quella del piano regolatore del porto, mai nato. Di esso si ha infatti solo uno schema di massima deliberato dal Consiglio Comunale nel lontano 2003, con ciò che comporta, e ha comportato, una qualsiasi progettazione urbanistica priva di cogenti strumenti normativi.

Una delle problematiche più impellenti quindi: un fronte caldo che vede la costante pressione del presidente della società Spero, l’avvocato Vittorio Pianese, sull’amministrazione perché indica quella conferenza dei servizi che, nelle sue aspettative, potrà/dovrà dare il via libera alla realizzazione del porto Spero “nella sua prima progettazione”. Detto in sintesi: un’isola artificiale di 24.000 m² per ospitare tre edifici per servizi urbani e alloggi, un parcheggio e moli per 429 posti barca, nuove aree di colmata per circa 32.000 m².

Un volume edilizio complessivo pari a 35.780 mc con densità edilizia territoriale di 0,70 mc/mq, di cui solo il 27% sarebbe realmente necessario alla diportistica (edifici per l'autorità marittima e area cantieristica e tecnica). Il resto solo speculazione edilizia: un villaggio turistico, edificato sul mare, con alberghi, piscine, parcheggi multipiano ed altro. In sostanza ad ogni posto barca corrisponderebbero circa 84 metri cubi di edificato.

Proprio quel progetto fermato dai dirigenti della soprintendenza di Siracusa – Rosa Lanteri, Alessandra Trigilia, Aldo Spataro – da cui il noto avvocato Attilio Toscano, legale rappresentante della società, sperava di ottenere, a titolo di risarcimento danni, la modica somma di 200 milioni di euro. Un progetto inattendibile alla luce dei vincoli pregressi sul Porto Grande e di quelli più recenti del Piano Paesaggistico.

Tutto questo in uno scenario a dir poco sconcertante. Certo, dopo “appena” 15 anni, stanno per essere completati i lavori di riqualificazione delle banchine del Foro Italico e del molo Sant’Antonio realizzati con fondi pubblici - in attesa delle grandi navi da crociera della MSC previste per il prossimo anno l’ultima banchina aspetta, per essere rifinita, il rientro dalla Calabria del pontone della ditta dell’ingegnere Misseri! -, ma rimane recintato e precluso, ormai riconquistato dalla natura, l’aborto del Marina di Archimede.

Continuano ad andare deserte le aste del fallimento Caltagirone: da una stima del valore immobiliare del porto, al 30 giugno 2012, di 40.500 mln si è arrivati, a quanto pare, nell’ultima, a una proposta libera!

Un affare?

Vediamo qual è lo status quo.

La concessione demaniale marittima - mq 148.674,00 di cui mq 98.880,00 di specchio acqueo e mq 49.794,00 di suolo demaniale marittimo - di durata cinquantennale, ha iniziato a decorrere dalla data di sottoscrizione dell’accordo di programma (19/10/2007) e prevede, a carico della società concessionaria, un canone annuo di € 101.428,83 da versare “in rate annuali anticipate” (sic!). La consegna - parziale data la presenza di particelle ancora sottoposte a precedenti concessioni come ad esempio quella più rilevante costituita dalla parte terminale del Molo di S. Antonio - avviene nel gennaio 2008. Una concessione demaniale che a quanto risulta, come quella relativa alle banchine pubbliche, sarebbe comunque illegittima in quanto priva del parere del Consiglio regionale per i beni culturali e ambientali (ex legge 80 del 1977 trattandosi di opere da realizzare in aree sottoposte a vincolo paesaggistico ai sensi della legge 1497 del 39).

Il progetto definitivo prevedeva la realizzazione di 454 posti barca, di cui 21 destinati ai Corpi dello Stato, circa 11.300 mq di edifici adibiti ad uffici e a servizio delle attività portuali, strutture ricettive e spazi commerciali, parcheggi interrati e a raso, un cantiere nautico per la manutenzione e la gestione delle unità da diporto. Le opere a mare consistevano invece, in particolare, in due moli di chiusura, ad ovest e a sud (quest’ultimo si sarebbe appunto “giovato” della riqualificazione con risorse pubbliche della banchina del Molo Sant'Antonio!), pontili galleggianti, un terrapieno per l’alloggiamento di sei vasche di colmata.

Un totale di 52 milioni di euro di lavori da concludere entro circa tre anni (960 giorni) dalla data del verbale di consegna lavori. Ad eseguire le opere a mare l’ATI Trevi S.p.A. – Precon S.r.l., subappaltatore della Domus Investimenti S.r.l., per 24 milioni di euro.

Agli inizi del 2014 non era iniziato alcun lavoro a terra mentre poco più del 50% delle opere a mare era stata eseguita e già nel 2013 si erano effettuati alcuni necessari interventi di messa in sicurezza e protezione delle opere più direttamente sottoposte all’erosione del mare e del vento ed era stata riparata la recinzione del cantiere, abitualmente violata da alcuni.

Non di valore irrisorio la cifra necessaria a ultimare i lavori.

Questa la situazione accertata da una società di valutazione: per le opere a terra tra i 19 e i 22 mln, per quelle a mare tra i 13 e i 20, per il ripristino delle opere già realizzate circa un milione a cui aggiungere altri costi per un totale che si può chiudere tra i 37 e i 50 mln.

In più ancora, oltre ai costi di commercializzazione, il canone di concessione annuale (circa 102mila euro come detto).

Potrebbe una cordata di imprenditori che vogliano davvero il bene della città assumersi l’onere di fare delle ormai esistenti opere una struttura funzionale, o l’unica possibilità di avere un porto turistico a Siracusa è continuare a cementificare il Porto Grande alterandone definitivamente conformazione e identità?

C’è comunque l’alternativa! Il ripristino dei luoghi così come previsto nell’accordo di programma all’articolo 10: “Alla scadenza del presente atto e nel caso in cui l’Amministrazione concedente dichiari decaduta la Società concessionaria, o qualora la Società concessionaria rinunci alla concessione, le opere erette complete di tutti gli accessori e delle pertinenze fisse in buono stato di manutenzione resteranno di assoluta proprietà della Regione Siciliana, senza che alla Società concessionaria spetti alcun compenso, indennizzo o rimborso, fermo restando la facoltà da parte dell’Amministrazione concedente di richiedere la demolizione delle opere erette e la riduzione in pristino stato delle aree demaniali marittime, da eseguirsi a cura e spese della Società concessionaria, senza che ad essa competa compenso, indennizzo o rimborso alcuno (…).

Nel caso in cui venga riscontrata una carenza di manutenzione dei beni che devono rimanere in proprietà della Regione Siciliana, in tutti i casi previsti dalla legge, la Società concessionaria, o chi per essa, sarà in ogni caso obbligata per le spese necessarie a rimettere tali opere in efficienza ed a norma, dopo che l’Amministrazione l’avrà diffidata, fissando il termine ed indicando dettagliatamente i lavori da eseguire (…)”.

È un grande Paese l’Italia!