La testimonianza di una ragazza fermata prima del comizio

 

Domenica 11 agosto. Sono le tre di pomeriggio, c’è un sole che trafigge e sono sulla terrazza di casa mia, in Ortigia. Con mio fratello abbiamo sistemato centinaia di fogli di giornale sotto un lenzuolo comprato appositamente in un centro commerciale. Abbiamo una bomboletta spray nera e un tubo di vernice rossa e stiamo scrivendo una frase sul lenzuolo: “Anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti”. Abbiamo pensato che quello potrebbe essere il nostro modo pacifico ma incisivo per dare voce al disprezzo che proviamo nei confronti delle politiche del Ministro dell’Interno in materia di immigrazione. Eh sì, perché il Ministro dell’Interno oggi, domenica 11 agosto, dopo le contestazioni ricevute a Catania, sta venendo a Siracusa. Un giro dell’isola in ape e poi un comizio al Tempio d’Apollo.

Qualche giorno prima ero a mare, sempre con mio fratello e un paio di amici. Eravamo lì, immobilizzati da un caldo impietoso e continuavamo a ripeterci: “Però non è possibile che Salvini venga a Siracusa e noi non facciamo niente”. Non è che avessimo intenzioni particolarmente velleitarie, affatto. Volevamo semplicemente che si sapesse che noi non siamo d’accordo, che non ci sta bene. Allora abbiamo iniziato a ragionare su come si potesse fare per risultare il più incisivi possibile e al contempo assolutamente pacifici e non violenti. Così abbiamo chiesto l’aiuto di quanti la pensassero come noi e il giorno dopo li abbiamo incontrati. Erano tanti e il più vecchio aveva trent’anni. Abbiamo tirato fuori le nostre idee, confrontato i nostri pensieri e discusso delle nostre paure e perplessità su quanto si muove – ormai non più tanto silenziosamente – nel nostro Paese. Purtroppo di questi tempi non è facile trovarsi tutti nella stessa stanza con la voglia e il tempo di arrabbiarsi, di indignarsi, ma anche di volersi mettere in gioco per contribuire all’inversione di rotta. Quando succede, quindi, è così che ci si sente veramente vicini, uniti, forti. Volevamo essere ancora più uniti però, ancora più forti.

Abbiamo lanciato un appuntamento per il giorno successivo, domenica 11 agosto, alle h.16.00 in piazzetta Bellomo, per – cito testualmente il messaggio messo in circolazione - “far parlare le nostre magliette rosse e le fotografie che inchiodano la sua falsa retorica”. Gli strumenti che avevamo scelto per esprimere il nostro dissenso erano fotografie, magliette rosse, cartelloni. I messaggi silenziosi si focalizzavano sulle torture in Libia, sui campi di lavoro in Italia dove sempre più immigrati vengono vergognosamente sfruttati, sulla vicenda del divieto di sciopero alla Lukoil indetto dal Ministro dell’Interno su ordine dei russi, sul suo assenteismo in Parlamento giustificato dai suoi giri in spiaggia così come dalla partecipazione alle fiere delle armi. Una protesta, certo. Ma una protesta legittima. Ed è per questo, per questa legittimità che affonda le sue radici lontano dove occorrerebbe sempre più spesso andare a guardare, che quando alle tre di pomeriggio di domenica 11 agosto mi sono affacciata dalla finestra di casa mia – vicina a piazzetta Bellomo – e ho visto due motociclette della Polizia, mi sono allarmata e per un attimo ho avuto paura. Mi sono chiesta perché fossero lì e se fosse il caso che allora mettessi in dubbio la legittimità della protesta che tanto spontaneamente stava per svolgersi.

Domenica 11 agosto, h.16. Arrivo all’appuntamento e come me almeno altri trenta ragazzi con addosso le magliette rosse aspettavano sotto il solito caldo agostano che arrivasse il momento in cui finalmente poter dimostrare di far parte di un’umanità che non cede all’intolleranza e che non crede alle false scorciatoie quotidianamente declamate. Quei trenta ragazzi, come me, erano stupiti e sotto sotto anche un po’ incazzati. Sì perché ad ogni angolo di strada per arrivare alla tanto nota piazzetta avevano trovato macchine della Polizia, funzionari, poliziotti in borghese e poliziotti in divisa schierati davanti Palazzo Bellomo. Ad alcuni di noi è stato intimato di stare attenti altri, spostandosi per andare a comprare qualcosa da mangiare, sono stati seguiti, ad altri ancora è stato detto che l’appuntamento per l’unica manifestazione possibile era al di là del ponte e se fossero rimasti avrebbero dovuto sapere a cosa andavano incontro. Così quella paura di non legittimità della nostra protesta si è sopita. Sapevamo benissimo che la nostra presenza non giustificava in nessun modo una trentina di poliziotti che circondavano la piazza. Sapevamo che una protesta come la nostra non poteva essere considerata non legittima. Allora, a piccoli gruppi, ci siamo avviati verso il Tempio d’Apollo. Io avevo con me uno zainetto, dentro c’erano due magliette rosse. Un amico che era con me aveva nel suo zaino quattro pezzi di cartone con sopra attaccate le foto di cui sopra. Una raffigurava una madonna che piange sopra un barcone. Un’altra lo skyline del polo petrolchimico. Le altre due un uomo che viene torturato in Libia.
Eravamo in cinque e stavamo per entrare nella piazza del Tempio, quando tre signori in borghese ci hanno fermati, intimandoci di seguirli. Ci hanno portati in Via Savoia, che era transennata e bloccata da due grandi camionette della Polizia. “Che intenzioni avete?”, ci chiedono. “Pacifiche”, rispondiamo noi. Ce lo eravamo ripetuto fino alla nausea: “Qualunque cosa accada mai cedere ad una provocazione, mai rispondere ad un insulto con un insulto, mai neanche pensare di alzare un dito su chiunque. Chi non è d’accordo vada ad esprimere il suo dissenso altrove”. Lo spieghiamo ai signori in borghese. Loro ci chiedono i documenti e ci fanno aprire gli zaini. Vedono le magliette rosse e storcono il naso. Trovano i pezzi di cartone, li guardano. “Due li potete tenere, i due con il nero che muore no”. “Non è un nero che muore, è un essere umano torturato nei campi di detenzione in Libia”. Ci avevamo pensato tanto a cosa scrivere sotto quella foto. Niente di offensivo, sarebbe stato controproducente per la nostra protesta. Abbiamo optato per due frasi: “E se fosse tuo figlio?” e “Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. Loro ci dicono che non le possiamo tenere e allora rispondiamo loro che non sono offensive per niente, ci abbiamo ragionato tanto, è solo l’altra faccia di una medaglia che si è deciso di tenere coperta e noi invece vogliamo che si veda. L’ingiustizia e la sofferenza non offendono il Ministro dell’Interno, offendono l’umanità. Le nostre ragioni non li convincono. Dobbiamo aspettare che “un superiore” pontifichi sulla legittimità delle nostre foto, dobbiamo aspettare che controllino i nostri documenti. Noi questo lo capiamo e rimaniamo fermi accanto alle transenne in Via Savoia circondati da poliziotti in divisa a permettere a chiunque di fare il proprio mestiere.

Passa circa mezz’ora e non siamo più tanto pazienti. Non capiamo cosa stia succedendo e il comizio sta per iniziare, arriva tanta gente e dobbiamo raggiungere il gruppo, non possiamo non essere lì con loro. Allerto mio fratello, i miei genitori, il resto del gruppo, inizio a chiedere ai poliziotti in divisa dove sono finiti i signori in borghese. Nessuno sa niente. Dopo altri dieci minuti tornano, ci ridanno i documenti. Ah, finalmente allora possiamo andare. “No – ci dicono – Voi non vi potete muovere, dovete restare qui”. “Perché?”, chiediamo. La ragione non si può sapere, non ce la dicono. Uno dei due in borghese borbotta che bisogna aspettare i controlli sui documenti. In quello stesso istante i poliziotti in divisa che prima chiacchieravano tra di loro e insieme a noi si dispongono uno accanto all’altro, spalle alla piazza e faccia a noi. Da qui non si passa, il messaggio è chiaro. A quel punto non siamo più calmi per niente, ci sentiamo in trappola. Siamo trattenuti senza una ragione e chiederla non serve a nulla, perché nessuno ci risponde. Arriva Sofia Amoddio, ex parlamentare e avvocato. Chiede spiegazioni anche lei e ottiene le stesse risposte. Si prova a parlare con dei “superiori”, ma niente da fare. Il dubbio che non ci sia niente da controllare ma che ci si voglia semplicemente impedire di andare a esprimere il nostro dissenso è forte e il sentimento di impotenza anche. Ormai i nostri documenti li abbiamo da venti minuti e sappiamo che il nostro diritto a essere in piazza a dire che non siamo d’accordo è legittimo. Ci sembra più legittimo di quel fermo ingiustificato. Arrivano gli altri del gruppo, anche loro iniziano a chiedere spiegazioni, qualcuno sembra innervosirsi. C’è un attimo di confusione. Dalla piazza iniziano a levarsi le voci delle persone. Ne approfittiamo per defilarci e in un attimo raggiungiamo il gruppo.

Da Via Savoia non potevamo vederlo. Nella piazza del Tempio d’Apollo c’è un palchetto che dà le spalle al Tempio e si rivolge al pubblico. Appena sotto il palco una manciata di bandiere leghiste e ancora oltre un’ampia macchia rossa si sparge sulla piazza. Siamo tantissimi. Forse non tantissimi come ci si è soliti aspettare in questi casi in altre città. Ma così tanta gente in piazza a Siracusa noi non l’abbiamo mai vista. Ci sono amici, conoscenti, ci sono persone che non abbiamo idea di chi siano. Siamo tutti dalla stessa parte e ci riconosciamo l’uno nella faccia dell’altro, l’uno nel grido dell’altro. Non ci sono più dubbi sulla nostra legittimità. L’unica legittimità ad essere messa in dubbio, in quella piazza e in tutte le piazze di cui da giorni sentiamo parlare, è quella di un uomo che chiede a gran voce pieni poteri senza vergognarsene, che istiga all’odio e all’intolleranza fingendo di non conoscerne le conseguenze.