Il dubbio se andare era forte. Più forte il dubbio “se ci si va, cosa si fa?”

 

Il dibattito è stato presente in molti gruppi in chat, di diversa natura. Molti erano per non andare (non diamogli motivo di sentirsi in tanti, meglio essere indifferenti). Altri dicevano di andare (per curiosità, per ascoltare e farsi un’idea, vedere chi sono i loro supporter, che faccia hanno i siracusani leghisti). Alcuni, quasi impacciati, avevano timore a proporre iniziative attive, di disturbo, di protesta, di controproposta, di dissenso (flash-mob, fischietti, magliette, cartelli). Qualcuno tentennava, altri (pochi) più decisi. Alla fine sono state definite (anzi accennate), in sedi e gruppi diversi, almeno 3 tipi di manifestazione ma nessuno era pienamente convinto della reale riuscita.

Poi però, come spesso accade nella vita, le cose hanno avuto un’evoluzione diversa, autonoma, imprevista e casuale: in modo spontaneo una moltitudine di persone, la più variegata differenziata possibile (per età, ceto, credo politico e posizione sociale) si è riversata in Largo XXV Luglio (al Tempio di Apollo, ma ci piace di più indicare quella piazza con la vera denominazione che riporta la data della caduta del Fascismo: sarà profetico?). Senza proclami ufficiali, senza appelli specifici, senza chiamata alle armi di partiti, senza eventi creati sui social, un tam tam invisibile, etereo ed impercettibile ha radunato oltre un migliaio – forse due, quasi tre? – di persone che hanno autonomamente e distintamente deciso di manifestare il proprio dissenso al comizio di Salvini. C’erano persone con fischietti, altri con magliette rosse, due o tre striscioni e tanti cartelli singoli. Chi esponeva foto di immigrati, chi leggeva testimonianze dell’Olocausto ma anche chi gridava in modo più o meno rabbioso e chi declamava slogan spiritosi. Una piccola rivoluzione, qualcuno l’ha definita. Di sicuro un sorprendente fronte unico per la città. Merito di Salvini?

Per i più è stata una festa, una straordinaria manifestazione di dissenso politico, una presa di coscienza civica, una vera e propria scossa per il risveglio della coscienza sociale di una città che invece sembrava averla smarrita (tra la disaffezione politica, il torpore estivo, l’apatia atavica, lo scirocco usuale e lo sciass identitario del siracusano). Per i più. Ma come è di rito nelle vicende locali ci sono anche i meno. Quelli che la sanno più lunga, che siccome loro NO allora gli altri sbagliano. Quelli che prendono le distanze, i distinguo, che bisogna essere rispettosi, democratici. Che non bisogna disturbare i comizi. Sono di meno, però te lo devono dire e ti fanno venire il dubbio che sono migliori, ti fanno sentire in colpa.

E allora i dibattiti, le discussioni, i confronti se è stato giusto o sbagliato, se verrà utile o meno, lecito o irragionevole, i se i ma e i però. Insomma le cose che si fanno a sinistra e che solo la sinistra sa fare: perdersi nell’inesauribile voglia di analisi, di accuse e distinguo, di giudizi e condanne. Piuttosto di sfruttare l’opportunità, capitalizzare il successo (magari chiudendo un occhio o turandosi il naso), cogliere l’attimo (carpe diem), investire nell’iniziativa e rilanciare proposte condivise dalla maggioranza ci si fa prendere da quella meravigliosa sensazione di sentirsi duri e puri e quindi minoranza e quindi perdenti.

Ci sarebbe mai stato il Maggio francese, la battaglia di Valle Giulia, i Vespri Siciliani, i Moti del ’48, la Rivoluzione francese, la Resistenza, l’assalto alla Caserma Moncada e qualsiasi altro momento rivoluzionario o di semplice cambiamento sociale, presa di coscienza civile, sommovimento popolare, senza un sovvertimento delle regole? Senza infrangere la Legge? Senza andare contro il Potere costituito?

E per buttarla sul banale: saremmo forse cresciuti male, delinquenti e criminali per aver disubbidito ai genitori, rubato una volta le chiavi della macchina o portato la ragazzina a casa di nascosto? O guidato senza casco? Nessuno di noi ha mai caliato la scuola? Falsificato la firma? Gridato cornuto all’arbitro (o arbitro birichino)? Nessuno con la marmitta della vespa truccata? Mai affissati manifesti abusivi? Occupato l’istituto, scioperato e gridato insulti contro qualcuno? Siamo migliori per non averlo fatto? Peggiori per averlo fatto?

La piazza, i cortei, i picchetti sono sempre stati i luoghi del dissenso manifesto. Da dove mai nascerebbe il subbuglio necessario, la mobilitazione di massa se non da un'impennata, uno slancio, una botta di coraggio, una marcia in più e un turbo nel motore anche se non propriamente lecito?

È stato lecito, invece, trattenere senza vero motivo una decina di ragazzi ad opera della Digos forse solo per aver indossato magliette rosse? È giusto stare in silenzio davanti a questo?

Quale narrazione sarebbe arrivata al mondo (va be’ ci basta nel resto dell’Italia) se non si fosse disturbato il comizio? Che tipo di informazione si sarebbe diffusa? Avremmo noi mai saputo che a Soverato, a Catania e in altre piazze si è lanciato un messaggio popolare e forte alla Lega che avanza? Se invece ognuno in ogni piazza e città decidesse di fare i bravi bambini e stare a casa perché la vera rivoluzione si fa nelle urne, come si costruirebbe quel filo rosso invisibile ma tenace che incoraggia, sveglia le coscienze e stimola l’azione?

Per i meno, quale rappresentazione deve assumere l'indignazione? Stare in salotto, alla finestra? Fare assemblee?

Per fortuna poi vai su fb e leggi dieci, cento e più post sull’iniziativa e ti si riempie il cuore per le emozioni espresse, per le esperienze descritte e le speranze fondate.

Non erano criminali, maleducati e prepotenti. Erano belle persone e hanno fatto la cosa Giusta.