“La Spero intende rivalersi su Trigilia, Lanteri e Spataro”

 

Vittorio Pianese non è solo il presidente della società Spero srl, quella che vorrebbe realizzare un porto turistico a partire dai ruderi degli edifici su via Elorina, una volta fabbrica di raffinazione di oli vegetali; Vittorio Pianese è anche un avvocato.

E proprio perché avvocato, uomo di legge, consapevole non solo delle norme ma anche della valenza delle parole, della necessità che esse siano sempre adoperate con moderazione, pertinenza e opportunità, le sue affermazioni del 25 luglio scorso, prima in conferenza stampa poi propagate da un’intervista rilasciata a Siracusa News, generano, oltre che stupore, perplessità e sdegno, a prescindere da ogni considerazione sul merito della vicenda.

Nella comprensibile difesa di un progetto che non si è riusciti a realizzare per incompatibilità con vincoli di tutela dell’intero Porto Grande (non quelli paesaggistici più recenti bensì quelli risalenti a un decreto del 1988 e ad altra normativa), nel preannunciare che la società intende legittimamente ripresentare il proprio progetto – ma ben inteso il primo, cioè quello più impattante da un punto di vista ambientale, tanto per evidenziare, se ce ne fosse bisogno, l’ottusa pervicacia di imprenditori che hanno poco a cuore i valori paesaggistici se ostativi ai propri interessi, quasi la loro categoria fosse corpo avulso dalla comunità di appartenenza – l’avvocato Pianese ha dichiarato l’intenzione di rivalersi nei confronti dei tre funzionari (in realtà dirigenti) della Soprintendenza, “responsabili” di aver preteso “prescrizioni al di là dei limiti imposti dalla legge nel passaggio dalla progettazione preliminare a quella definitiva”.

Li ha chiamati in causa uno per uno: Alessandra Trigilia, Rosa Lanteri, Aldo Spataro.

E non soddisfatto li ha definiti “compagni di strada”: “A chi pensa di poter organizzare tutto lo sviluppo di Siracusa basandosi sulla strumentazione giuridica dico di andare a veder bene le sentenze e (!) si costringono gli imprenditori a ragionare sul filo del diritto anziché a cercare di raggiungere situazioni che tengano conto di tutti gli interessi”.

Quindi Trigilia, Lanteri e Spataro sarebbero, il condizionale è d’obbligo, esposti a una citazione a giudizio per risarcimento danni: qualsiasi decisione si prenda nella Conferenza dei Servizi che dovrà tornare a riunirsi (due le ipotesi di Pianese, come due erano quelle di supporto alle raccapriccianti pretese risarcitorie dei Frontino per le 71 villette sotto le mura dionigiane) a loro sarà chiesto un risarcimento generosamente limitato ai “meri” costi di progettazione: “Non faremo richieste esose per i guadagni venuti meno a causa della mancata realizzazione del Porto perché esso era un fatto positivo per la città, per il turismo”.

All’avvocato Pianese, all’uomo di legge, al fine conoscitore delle norme, vorremmo sommessamente ricordare che, ove un diritto al risarcimento sussistesse, la Spero potrebbe al più richiederlo all’ente regionale, la Soprintendenza, e certo non ai dirigenti (i quali, sia detto per inciso, hanno ricevuto un encomio dell’assessorato regionale proprio per la loro azione di tutela).

Le parole di Pianese appaiono pertanto non solo del tutto irrituali e prive di ogni logica giuridica ma, cosa ancor più grave, di sapore chiaramente intimidatorio, quasi un messaggio rivolto ai pubblici funzionari affinché non si contrappongano con i loro “orpelli giuridici” a questa come a future iniziative imprenditoriali.

Sembra di ritornare a una stagione che speravamo conclusa: quella appunto delle pretese risarcitorie milionarie per l’edificazione dell’Epipoli, delle pressioni sui pubblici dipendenti anche attraverso azioni disciplinari rivelatesi poi pretestuose.

Per il resto vorremmo esser chiari: tutta l’area portuale necessita di essere sottratta al degrado e riqualificata, anche ciò che resta del Porto Archimede, in totale abbandono dopo il fallimento dei Caltagirone. Non si contesta quindi l’opportunità di realizzare un funzionale porto turistico ma la condizione è che ciò avvenga nel rigoroso rispetto delle normative, delle esigenze paesaggistiche e delle peculiarità culturali della Città, valori che vengono decisamente prima dell’interesse particolare. L’avvocato Pianese pare stupirsi che, al cospetto di un nuovo progetto imprenditoriale, le valutazioni dei dipendenti pubblici si limitino esclusivamente agli aspetti giuridici e di conformità alle normative vigenti e non abbiano, invece, come lui auspicherebbe, un taglio più “liberale”.

Ciò dimostra il grande limite delle sue analisi: porre al centro dell’universo non l’uomo e gli interessi collettivi, ma il profitto d’impresa.