È certo più facile fare una legge che intervenire sui mezzi della polizia e sui tempi dei processi. La giustizia riparativa e il pentimento reale

 

La Civetta di Minerva, 15 giugno 2019

Le cronache post elezioni europee vedono in primo piano oltre ai temi economici quelli che attengono alla legittima difesa e al cd decreto sicurezza bis. Questi argomenti acquistano centralità, nonostante le statistiche dicano che i reati sono costantemente in calo. Parlare di questa evidenza appare però ormai come un inutile refrain rispetto a ciò che è la percezione e il senso di insicurezza. È ovvio, si dirà, la gente non vive di statistiche e chi è vittima di reati coltiva una voglia di rivalsa e magari sviluppa sentimenti forcaioli. Va tuttavia studiato se vi siano dei meccanismi che orientano l'opinione pubblica e se chi ha responsabilità pubbliche cerchi di governare queste pulsioni o se in alcuni casi le cavalchi.

È interessante sotto il primo aspetto un report pubblicato dal Corriere della Sera, curato da Milena Gabanelli che, dopo avere raffrontato la diminuzione dei reati alla crescita del senso di insicurezza, evidenzia lo spazio pressoché doppio dedicato alla cronaca nera dai cinque maggiori telegiornali italiani rispetto alle medie europee. Altro elemento interessante è dato dalla percezione di insicurezza, molto elevata se valutata in generale e molto ridotta se riferita alla propria comunità di appartenenza.

Il tema si presta a numerosi commenti, per lo più amari, come quello di Massimo Granellini sul Corriere del 12 giugno riferito al corteo di solidarietà al tabaccaio che ha colpito mortalmente un ladro penetrato nel negozio sotto la sua abitazione: "Ai fan del tabaccaio interessa poco sapere se in pericolo c'era la sua vita o soltanto la sua cassa. Per loro la difesa della proprietà privata giustifica comunque una reazione. Non sanno cosa farsene delle statistiche sul calo dei reati e tantomeno del dibattito sulla paura percepita: quando un ladro ti entra in casa, dicono, le statistiche e le percezioni spariscono e rimane il tuo caso: fosse anche l'ultimo sul pianeta, per te è l'unico che conta".

Sul tema interviene autorevolmente anche il Presidente della Corte Costituzionale Lattanzi, il quale nel corso di una intervista osserva: “Ci dicono che i reati sono in costante diminuzione e ciò nonostante ogni anno - se non addirittura più spesso - viene approvato un pacchetto sicurezza. Il che mi fa pensare che il problema sicurezza sia spesso enfatizzato dai media, diventando poi un tema politico. mi fa anche pensare che gli interventi legislativi non servano, visto che si ripetono in continuazione". Che cosa intende? "È più facile fare una legge che intervenire sui problemi reali. Più utile, ma certo più difficile, sarebbe agire sulle prassi, sui mezzi delle forze di polizia, sui tempi dei processi".

Sulla stessa linea il professor Mauro Palma, Garante nazionale per le persone private della libertà (relazione al Parlamento anno 2018) “…Poco senso ha ribattere a chi si sente insicuro con il dato della radicale diminuzione negli ultimi anni del numero dei reati. …Ma la percezione non può essere semplicemente assunta da parte di chi ha responsabilità istituzionali come un dato fisso, ingiudicabile; non può costituire il criterio informatore di norme né di decisioni amministrative perché queste hanno sempre un valore di costruzione del senso comune e chi ha il compito di regolare ed amministrare la cosa pubblica ha altresì il compito di scelte che possono talvolta andare contro la supposta percezione della collettività proprio per dare ad essa una prospettiva meno angusta e un orizzonte di evoluzione“.

Sotto il versante dell'esecuzione penale, come già evidenziato in un numero precedente de La Civetta, si assiste a un aumento, sia pure a ritmo non sostenuto, del numero dei detenuti, dovuto non all'aumento degli ingressi ma alla diminuzione delle uscite (per misure alternative, ndr). Una iniziativa congiunta del Ministro della Giustizia e del Ministero della Difesa prevede la cessione di aree ex militari non utilizzate per la creazione di nuove carceri. Soluzione che tuttavia richiederà più personale e più risorse in generale e che porta con sé il rischio, al di là delle intenzioni, di inscriversi in una logica carcere-centrica.

In questo panorama contrassegnato da più ombre che luci si segnalano due importanti novità: la prima, di sistema, che riguarda la raccomandazione 8/2018 del comitato dei ministri del consiglio europeo sulla giustizia riparativa, così intesa: “Qualsiasi procedimento che permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, se vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni risultanti dal reato, con l’aiuto di un terso imparziale…”

Essa, lungi dal muoversi in una ottica perdonista, parte da una forte attenzione per le vittime, a partire dai principi. Si ricorre ai servizi di giustizia riparativa soltanto se sono nell’interesse della vittima, in base ad eventuali considerazioni di sicurezza, e se sono basati sul suo consenso libero e informato, che può essere revocato in qualsiasi momento; b) prima di acconsentire a partecipare al procedimento di giustizia riparativa, la vittima riceve informazioni complete e obiettive in merito al procedimento stesso e al suo potenziale esito, così come informazioni sulle modalità di controllo dell’esecuzione di un eventuale accordo; c) Se l’autore del reato ha riconosciuto i fatti essenziali del caso.

La mia esperienza di direttore penitenziario mi porta a dare grossa importanza alla giustizia riparativa e all’attenzione per le vittime; viene infatti richiesta alle persone ristrette la cd revisione critica, ma questa spesso si risolve in un Mio Dio, mi pento e mi dolgo magari strumentale e poco profondo se non è accompagnato da un riconoscimento del male inferto e da una considerazione per la vittima che di per sé il carcere, nel quale il detenuto vede se stesso come vittima, non produce.

La seconda riguarda la messa in onda domenica scorsa del servizio "Viaggio in Italia, la Corte Costituzionale nelle carceri", film-documentario di Fabio Cavalli trasmesso domenica sera dalla Rai e disponibile su RaiPlay. Esso viene così raccontato da Giancarlo De Cataldo su Repubblica: “I giudici sono bianchi, sobri, eleganti. Donne e uomini di studi profondi, vasta cultura, modi compiti, eloquio forbito. Le carcerate e i carcerati hanno tatuaggi etnici, denti guasti, shatush esagerati, in genere poca cultura, e, dentro, l'alternarsi di rabbia e speranza di chi vive l'innaturale condizione della prigionia. Appartengono a mondi diversi”.

Va tuttavia precisato che questo viaggio non si pone come elemento eccentrico nell’attività della Corte. In primo luogo perché i membri della Corte sono, ex articolo 67 della Costituzione, fra i soggetti ammessi senza autorizzazione alla visita delle carceri, al pari dei parlamentari (che poco si avvalgono di tale potere-dovere); in secondo luogo perché fortissima è stata, a partire dagli anni 50 e poi a seguire, l'attività di impulso della Corte Costituzionale nell'adeguamento della normativa ai dettami costituzionali. Ragion di più per raccogliere ed estendere l'invito di De Cataldo, magari all'atto della riapertura delle scuole, di fare visionare questo servizio nelle aule, come esempio di momento di tutela della legalità e dibatterne con gli studenti.