Ne è protagonista Elena, riproposta in uno degli episodi meno conosciuti della sua vita

 

La Civetta di Minerva, 15 giugno 2019

Una fatale coincidenza. Elena è protagonista quest'anno al teatro greco di Siracusa, e lo è nell'ultimo lavoro di Salvo Salerno, avvocato, funzionario (scomodo) della Regione Sicilia, strenuo difensore della ormai violata identità di Ortigia, profondo analista dei bizantinismi della giustizia amministrativa.

Nient'altro che una casualità perché "quando un anno fa ho iniziato la composizione del romanzo, non avevo certo idea che il cartellone Inda avrebbe proposto insieme Le Troiane e l'Elena di Euripide". Fatale, quindi ispirato, voluto dagli dei, presenza costante nella narrativa di Salerno, il racconto del personaggio femminile più famoso dell'epica classica che però viene riproposto e colto in uno degli episodi meno conosciuti di una vita consegnata a un'enorme notorietà.

E forse anche questo, il soffermarsi su qualcosa non ancora patrimonio del "grande pubblico", rappresenta una coincidenza con le rappresentazioni teatrali di quest'anno.

Euripide, nella sua Elena, sceglie la versione meno diffusa del mito così come proposta dal poeta Stesicoro che aveva immaginato che non una vera donna, bensì la sua immagine, l'eidolon, fosse andata a Troia e avesse portato la guerra - un'inutile guerra come tutte lo sono - mentre l'altra, quella in carne e ossa, rimaneva in un'altra terra, lontana dalla propria, insidiata per la sua eccezionale bellezza, fedele a Menelao. Una ritrattazione, quella del poeta greco nato nella calabrese Metauros (oggi Gioia Tauro) o forse nella siciliana Himera, che, colpito da cecità dopo aver scritto un'opera sull'adultera Elena, pensò bene di fare ammenda riabilitando l'eroina, e la sua fedeltà. E fu premiato, riacquistando la vista, dice la tradizione.

E in pari modo, Salerno, sulla scia del primo romanzo "Era solo il mio nome" (il dialogo tra Elena e Odisseo nella tenda dell'eroe la notte dell'incendio di Troia), lavoro apprezzato dai tantissimi lettori, riporta alla luce, scava in un momento appena accennato nell'opera omerica, più alluso che riferito direttamente nelle parole di rimpianto di Elena per Odisseo che il figlio Telemaco sta cercando: la possibile liaison tra i due.

Sull'asse dei ricordi su cui si innesta tutta la narrazione Elena, dieci anni dopo il ritorno a Sparta, richiama alla propria mente, per un intero giorno, quanto accaduto subito dopo la caduta di Troia e il suo incontro con Odisseo, nella camera nuziale, quando Deifobo, il suo secondo marito troiano, viene ucciso, secondo la versione scelta da Salerno, proprio per mano del più astuto tra gli uomini.

“Il tuo sguardo lontanissimo” - dice l'autore - è quindi il romanzo dei ricordi visionari, un asimmetrico memoir al femminile, una rievocazione struggente e solitaria, capace, però, di far rivivere, come fossero diretti e reali, dialoghi continui fra i due protagonisti, due personaggi straordinari e immortali, seguendo un faticoso flusso di coscienza che si fa parallelo e reciproco.

Nello stesso tempo un romanzo amoroso, un giallo giudiziario, una scenografia di combattimenti e viaggi infiniti per mare. Una scrittura non conformista, asincrona, estranea rispetto al tempo corrente, che compone un affresco di eroi capovolti, amori temerari, sfide pericolose, viaggi ignoti e migrazioni coloniarie. E tuttavia quella stessa narrazione, benché sospesa nel suo elettivo spazio-tempo “mitico”, non nasconde, talora, precisi riferimenti allegorici a un certo esercizio del potere nelle sue concrete declinazioni, che facilmente possiamo riconoscere come contemporanei".

Nello scorrere dei diversi "quadri" che rappresentano la struttura compositiva del romanzo, "secondo la tecnica drammatica euripidea", nell'intersezione sulla trama principale di brevi excursus di tipo amoroso/metamorfico che allentano la tensione emotiva, sono così riproposte le riflessioni di sempre: la ricerca inesausta dell'affermazione del sé, delle proprie ragioni e necessità, contro e al di sopra di regole imposte, la complessità dell'animo umano che non sa mai andare con coerenza e certezza verso una sola direzione, la spinta a cercare un "luogo" che sia quasi fuori dalla storia, che non si faccia lambire da conflitti (sempre insensati) e sentimenti quali odio e vendetta. Una "patria segreta", posta tra isola e continente, il rifugio segreto della fuga dei due protagonisti verso un mondo nuovo, libero, che Salvo Salerno si compiace di individuare in Ortigia e nel promontorio del Plemmirio, forse un omaggio a quei paesaggi che nella sua militanza quotidiana contro il turismo "selvaggio e volgare" continua a voler salvaguardare, consegnati alla sua protezione, chissà, dagli stessi dei. Una missione anch'essa "fatale".

E forse anche in quest'ottica è da leggere, come in filigrana, dietro il pretesto di una intensa storia amorosa clandestina e di breve durata, l'insistenza dello svelamento delle allegorie del potere, del suo uso, delle relative stupidità, ipocrisie e servilismi: il romanzo epico allude infatti all'esercizio del potere di oggi, oltre che del passato, e lo colpisce costantemente, nelle pieghe degli amplessi, delle metamorfosi, dei combattimenti.

Su tutto, dea confidente e protettrice, ma forse anche unica presenza che sa, che sa leggere e comprendere il cuore degli uomini, Atena, a cui nell'epilogo "aperto" è affidato il compito di spiegare la ragione del titolo illuminando in parte anche "il pensiero e le speranze di Elena su un destino forse non definitivamente chiuso".

Lo sguardo "lontanissimo" di Saffo abbandonata, la bellissima e delicata scultura di Giovanni Dupré in copertina, chiama ad esplorare questo mistero che Salerno ci ripropone con la sua inequivocabile cifra stilistica che sospende nel tempo, eterno, le brevi intense fragili esistenze umane.