L’emigrazione dei malati siracusani in regioni più attrezzate si può arginare. Il massimo sarebbe togliere alla politica qualsiasi attribuzione di potere su questo settore delicatissimo della vita pubblica

Vi chiedo scusa preventivamente se dovrò parlare di me e me ne spiace. Credo, però, che sia importante per capire il significato di quest’articolo. Praticando dal 1969 ambienti universitari prima ed ospedalieri dopo, nessuno potrà negarmi un minimo di esperienza di fatti e persone. Ammetto che il mio punto di vista non può che essere partigiano. I miei occhi hanno visto la realtà filtrandola attraverso il mio modo di vedere. Premetto, perciò, che quel che dirò può non essere quello che altri hanno visto. Spererei, quasi, che non sia vero, d’aver avuto le traveggole.

Un po’ di storia personale, tanto per capire. Appartengo a una famiglia che mi ha educato al dovere, al dover rendere conto, al merito, al rispetto dei valori essenziali. Come molte altre famiglie, indubbiamente. Mio padre nacque 100 anni fa, porto dentro di me i suoi geni e le regole con le quali mi ha educato. Ricordo sempre che non andava mai al ricevimento dei genitori a scuola. Quando me ne lamentavo con lui o qualche professore mi sollecitava la sua presenza, rispondeva risoluto: “Studiare è il tuo dovere, io non ho nulla da dire ai tuoi professori”. Credo sia andato una sola volta a parlare con un mio insegnante in tutta la sua vita.

A casa mia la parola “raccomandazione” non si è mai usata. Tre fratelli, mai una volta rimandati o bocciati. Dovevamo fare il nostro dovere a scuola. Ciascuno come poteva. Oggi so che devo ringraziarlo per tutto quello che mi ha imposto.

Non mi sembrò così quando, fresco di una laurea a pieni voti, mi provai a cercare un lavoro. Tutte le porte si chiudevano, eppure non c’era la crisi di oggi, nel 1977. E dire che mai ho provato a pensare che potessi avere del denaro per il mio lavoro nei primi anni. Persino chiedere di frequentare gratis, da volontario, una divisione ospedaliera, in alcuni contesti, poteva dar sospetti e ho ricevuto qualche diniego. Non dirò il nome di chi ha fatto di tutto per proteggere i propri pupilli da una competizione sui titoli e sulle capacità professionali ma non finisco tuttora di ringraziare tutti quei colleghi che, con grande generosità e aderenti al giuramento di Ippocrate, mi hanno aperto le porte dei loro reparti con leggerezza e generosità, insegnandomi cose che sui libri non avrei mai trovato.

La medicina clinica non può fare a meno del contatto quotidiano con i malati. Sono stato, così, il più vecchio dei volontari di quest’ospedale fino al 1981, ho imparato da tutti, ho sostituito colleghi in ferie, ho lavorato di notte e di giorno. Mai un contratto, mai un grazie, anzi! Un volontario non ha titoli per agire da solo su un malato. Molte cose che facevo non si potevano fare senza la supervisione di un collega strutturato.

Fu in questi anni, bellissimi ma duri economicamente, che ho capito quali fossero i criteri di selezione per avere uno stipendio nella sanità pubblica siciliana. Aver visto bocciare ai concorsi pubblici fior di colleghi pluri-specializzati per far prevalere, guarda caso, quello che tutti sapevano dover essere il vincitore, fornito a mala pena della sola laurea, mi ha insegnato tanto.

Non ho mai voluto essere disonorato con la prima bocciatura della mia vita per aver partecipato ad un concorso pubblico in cui tutti conoscevano prima il nome del vincitore. Ho semplicemente capito che mi mancava il “plus”.

E’ il plus che fa la differenza! A me è parso che in Sicilia non si muovesse foglia che certo tipo di politica e di società non volesse. E devo aggiungere che tutta una coorte di miei colleghi d’università, che in qualche modo in breve trovò sistemazione, deve aver avuto un ”plus” che io non avevo. Altri, orfani del ”plus”, eppure capaci e studiosi, hanno cercato fortuna altrove, altri, ancora, si son dovuti accontentare di quel che nessuno voleva: è la vita..!

Riformare un sistema basato su questi criteri? Se ora smettessi di parlare di me e passassi ai concetti in generale e ai massimi sistemi, cosa dovrei suggerire a un mio amico, molto importante, che ha il compito di ridurre la migrazione sanitaria dalla Sicilia e da Siracusa verso altre regioni? Si può mai credere che aver truccato a tutti i livelli, per lustri, la competizione per meriti, avvantaggiando da sempre i raccomandati, possa aver strutturato una sanità locale basata sull’eccellenza? Che, soprattutto, i cittadini siano così stupidi da non essersi resi conto della qualità di cure ricevute? Si può pretendere che il cittadino, davanti alla malattia, si fidi del sistema che ha selezionato i medici che decideranno della propria salute?

Solo pochissimi sanno che, quando ci si reca fuori della propria regione per curarsi, i costi delle cure e delle prestazioni ricevute sono addebitati alla Regione di provenienza e alla propria azienda sanitaria locale. Il che si tramuta in un impoverimento per la Sicilia e per Siracusa, che perde denaro che sarebbe servito per mantenere e migliorare gli ospedali e le strutture di cura.

Ecco che anni di viaggi della speranza hanno distrutto, sì, i risparmi d’intere famiglie siciliane ma hanno, anche, pregiudicato la possibilità di avere un ammodernamento delle nostre strutture sanitarie. Una regione che impegna il proprio patrimonio per pagare le prestazioni sanitarie in altre regioni ai propri cittadini non ha nessuna capacità di investire su nuovi ospedali o strutture di cura. Un cane che si morde la coda. Più il cittadino emigra per curarsi, più impoverisce la sanità di casa sua.

C’è poi da considerare, anche, che regioni con un’organizzazione sanitaria brillante ed efficiente (la Lombardia, per esempio) arricchiscono i loro bilanci, attirando in tutti i modi pazienti dal sud Italia e presentando, poi, il conto alle relative regioni. Un modo efficientissimo per superare i limiti dei bilanci sanitari regionali, sottraendo denaro alle altre regioni.

Come rimediare? Non invidio il mio amico che deve riportare qualità di cure e competenze di eccellenza in questa provincia. E’ tenace ed ha le idee giuste, ma non credo sarà facile smontare il sistema di potere che ha fatto la rovina del nostro paese.

Ci sarebbe un modo, in verità. Togliere dal nostro orizzonte gli esempi d’incompetenza che abbiamo dovuto subire, andare a recuperare i cervelli che abbiamo costretto a emigrare in altre città o regioni, obbligare i pazienti a esprimere il proprio gradimento o contrarietà per le cure ricevute, subordinare la carriera e la retribuzione dei medici del sistema sanitario nazionale ai risultati ottenuti e al gradimento del cittadino. Certo, poi, che se togliessimo alla politica qualsiasi attribuzione di potere sulla sanità sarebbe il massimo. Due soli poteri: i tecnici e le organizzazioni di tutela dei diritti dei cittadini. Il resto a casa.

Per fortuna dei possessori di quel “plus” non c’è alcun pericolo che i miei desideri abbiano probabilità di essere presi in considerazione da chiunque. E’ più facile isolare quelli come me che mandare a casa un’intera classe dirigente con tutta la sua corte dei miracoli e miracolati.