Vi si sono coagulati per decenni libertà, passione, disobbedienza, seduzione. Ma per sentirsi autonomi oggi i giovani preferiscono lo smartphone

 

La Civetta di Minerva, 1 giugno 2019

Negli Anni 70, 80 e 90 i ragazzi aspettavano con ansia il 14° compleanno: salire sul primo “cinquantino” li faceva entrare nel mondo dei grandi. In quel periodo sulle strade italiane viaggiavano 700.000 motorini. Oggi poco più di 20.000. Vien spontanea la domanda del perché le due ruote non sono più l’oggetto del desiderio dei nostri figli. Questione di moda, di ansie, di patenti. E soprattutto di smartphone. I parcheggi davanti alle scuole oggi sono popolati di fantasmi, come uno scenario post-bellico. Moto e motorini, quando va bene, si contano sulle dita di una mano: Ma allora, cosa diamine è successo? Cosa ha fatto sparire quella frenesia che avevamo tutti (io il primo) di riuscire a mettere finalmente sotto il sedere quelle novelle selle da cowboy che ci facevano sentire tanto John Wayne dei giorni nostri?

Succede che per la prima volta dal Dopoguerra la moto non è più al centro degli interessi e delle passioni dei giovani. Negli ultimi sessant’anni tutte le generazioni si sono specchiate almeno una volta nel serbatoio di una moto. Quello in lamiera quando l’auto era inaccessibile; quello in alluminio quando col benessere la moto diventa svago, status, libertà. Infine quello in plastica dello scooter fatto per affrontare città sempre più congestionate. A quanto pare è di plastica anche l’erede (e il carnefice) del motorino. Per la generazione iGen lo smartphone è il mezzo di trasporto che percorre tutte le strade dell’evasione, dell’emancipazione, della curiosità. Se però speriamo che, senza motorino, i ragazzi siano almeno più al sicuro, ci sbagliamo di grosso.

La moto nasce come mezzo di trasporto a basso costo. Necessario, negli Anni 50, al padre di famiglia per recarsi al cantiere o in fabbrica. Nelle città, uscite martoriate dalla guerra, sullo sfondo delle gru, la Lambretta e la Vespa comprate a cambiali sono state l’icona della speranza nel futuro, decantate ed esaltate persino dai grandi registi di Hollywood. Ben presto alle due ruote guarda, con sempre crescente desiderio, la fascia di età più giovane. Sono gli anni del boom economico. Dall’America maccartista soffia un vento di libertà e di ribellione che percuote i giovani con la musica rock e irrompe nel cinema – quello con un’unica sala puzzolente di fumo e i sedili di legno scomodi come più non si può – con l’immagine di Brando, Il Selvaggio, a cavalcioni su una Triumph Thunderbird. Cambia tutto. E cambia velocemente

La moto, oltre che essere il primo mezzo di trasporto proprio, diventa un simbolo dell’identità giovanile. Lì si coagulano libertà, passione, disobbedienza, seduzione. L’ora X scatta a quattordici anni: con il cinquantino si fa il primo passo fuori dalla prigione domestica. È impellente questa voglia di libertà, di sottrarsi al controllo dei genitori. Al mondo degli adulti si invidia infatti solo quella, l’indipendenza, e si ha fretta di conquistarla. In amore la moto è il terzo incomodo tra lui e lei: così il più delle volte la storia finisce e Mogol vi scrive un capolavoro: Nel ’75 il ventenne coi pantaloni a zampa e i capelli sugli occhi si dichiara a lei che ama un altro offrendo in cambio di un sì la cosa più cara che possiede, la «Motocicletta 10 Hp… mi costa una vita… per niente la darei...»

La moto e la musica si sono sempre accompagnate all’interno della simbologia di quegli anni animati dai sentimenti e dai movimenti giovanili. Francesco Guccini si specchia nel serbatoio della sua Moto Guzzi. Mick Jagger sulla copertina di Rolling Stones si circonda di BSA. In rotta col conformismo, il capitalismo e le ipocrisie, il protagonista di Easy Rider cerca un mondo dove vivere senza vincoli a bordo di una Harley e sulle note di Born to be Wild. La cosa più singolare è che la moto in questi sessant’anni è cambiata radicalmente rimanendo tuttavia partner fissa di tutte le diverse gioventù. Nulla, se non la presenza costante delle due ruote, accomuna la nostra generazione a quella in cui tutto ciò che è disturbante di colpo si carica di tensione violenta. I nostri padri occupavano la scuola e - dopo un corteo o qualche manifestazione - si medicavano i lividi. Poi si trovavano dall’amico meccanico a comprare i pezzi di ricambio dello Zundapp KS o della KTM GS 125.

E noi per nulla al mondo invece ci saremmo voluti sporcare di grasso le Timberland nel box, sotto il poster del Che con la sua Norton. Le nostre moto erano perfette, così come le nostre vite. I parcheggi delle scuole strabordavano di motorini. Tanto che, nella ricreazione, venivano usate a mo’ di seggioline per accovacciarvisi e addentare il nostro panino con la paesanella. La caduta del muro di Berlino e il benessere diffuso alteravano la percezione della realtà pronta a sfociare in Tangentopoli. Fuori da scuola, all’uscita, nell’ingorgo di moto e motorini, si faceva il programma del pomeriggio. Ci si ritrovava in piazza, sempre seduti sui nostri stalloni fumanti e poi, casco in testa male allacciato, ci abbassavamo la visiera. E via!

Era anche l’unico modo di sentirci conformi, di condividere le stesse note, di vivere la stessa avventura. Invece di parlarsi al cellulare ci si affiancava (incoscientemente) l’un l’altro per chiacchierare in tempo reale, on the road. Quante ginocchia sbucciate la mattina, quando in ritardo si sfrecciava verso la scuola, e si prendeva male quella curva resa viscida e saponosa dall’umidità della notte, finendo dritti sull’asfalto. Il casco da una parte, lo zaino dall’altra, ma ci si rialzava e di nuovo su, si rimontava sul nostro prode destriero. Alla prof della prima ora poco importava, Avanti marsch…

Ricordo pagine indimenticabili di quelle avventure su due ruote. Intere colonne di motorini sfrecciavano il sabato sera in direzione Fontane Bianche, nelle afose serate estive, e lo stesso motorino poi finiva per essere anche l’appendice della serata, si trasformava cioè prima in pizzeria, perché ci offriva l’appoggio per i nostri jeans mentre si consumava quel trancio di pizza preso al volo, e poi – per i più fortunati – si tramutava in alcova per coloro che riuscivano a continuare in modo più piacevole la serata, magari assiepati nel lungo spiaggia con la ragazzina di turno. E quante gare di solidarietà si vedevano su quelle strade quando a qualche malcapitato finiva la miscela e i suoi pard dovevano prodigarsi per trainarlo allungandogli un braccio.

Ma allora che è successo oggi? Come mai questo cambio epocale di sogni, desideri e costumi? Mia figlia, che ha già compiuto i 14 anni, non ha minimamente cominciato a lavorarmi ai fianchi come avevo fatto io con mio padre e nemmeno ha iniziato il conto alla rovescia dei giorni che mancavano per avere il motorino. Un altro discorso invece per il telefonino. Per quello si! E credo non si tratti neanche del salutare dissenso dal genitore che gli ha fatto respirare moto fin dalla culla. No. È un fatto generazionale: anche quest’anno le richieste di patente sono calate dell’8,5%.

Può aver contribuito l’obbligo del patentino per ciclomotori, diventato legge nel 2004. Ma gli esami, in particolare a 14 anni, scoraggiano e diventano un sogno solo per quelli che hanno una passione autentica. La verità tocca la cultura della sicurezza: i nostri genitori, cresciuti in moto senza casco, quando si è trattato dei propri figli, hanno vissuto con sollievo l’obbligatorietà e la diffusione delle prime rudimentali protezioni. Forse per questo non sono stati ansiosi quando assaporavamo, nel fiore dell’adolescenza, i primi scampoli di libertà. Era un periodo in cui si riversavano nelle strade 700.000 cinquantini sfumacchianti ogni anno (dato che ha tenuto fino ai primi anni Duemila), capitanati da frotte di MBK Booster.

Ma allora le vie erano meno frequentate, in testa avevamo poco più di una “scodella” legata in qualche modo e nel cuore c’era il sogno ben saldo della Honda 125. Oggi i cinquantini venduti sono 23.000 all’anno (dato del 2017), il più richiesto è il Piaggio Liberty 4T con tremila pezzi. Questo significa che più di mezzo milione di ragazzi sono stati inghiottiti in meno di vent’anni (anche) dalle rinnovate ansie dei loro genitori, persuasi, al pari dei figli, che al giorno d’oggi il telefonino sia una scelta irrinunciabile mentre la prima moto solo un’altra fonte di preoccupazione. Con poche centinaia di euro in fin dei conti si ottiene il duplice risultato di proteggere i figli dai rischi della strada e di spegnere il loro desiderio di autonomia. Peraltro molto più costoso.

Così lo smartphone resta al primissimo posto nei desideri (o delle necessità) dei giovani. È successo che nella vita dei millennials, nati in un periodo di recessione, poiché irrompe violentemente Internet con la forza e le conseguenze di uno tzunami. E diventa compulsivo l’utilizzo della tecnologia e dei social per combattere le fragilità e le insicurezze. Che sentono non essere solo le loro, di fragilità e insicurezze, ma anche della famiglia, della società, dello Stato. La Rete è accogliente. È il mondo in una mano. Lì si ritrovano, si sentono liberi. Possono viaggiare con un clic. Possono essere sé stessi ma anche inventarsi. La Rete è un enorme Barbapapà che prende tutte le forme e, in cui, più di ogni cosa, si desidera piacere per non essere scartati dai coetanei. Chi ha inventato il like con il pollice in su o in giù è un genio del male: alimenta la voglia di affermarsi condividendo immagini, storie, racconti ma anche frustrazioni.

Questa generazione nasce abituata a condividere tutto. Anche l’automobile e lo scooter. Sparisce il senso del possesso a discapito del piacere. Tutto è in compartecipazione, forse anche le emozioni. Lo sconforto che proviamo nel vedere i parcheggi delle scuole vuoti ha stanato una verità ben più sconfortante: sui nostri ragazzi iperconnessi soffia il vento della precarietà permanente, il più grande inceneritore di sogni. Ed è normale che il primo a cadere sia stato tutto quello che ha rappresentato per noi - e per l’intero Novecento - la moto… “tutta cromata, è tua se dici si…”.