“Visto da angolazioni e distanze diverse”. Personale a Rosolini di un giovanissimo pittore, già un talento del nostro Sud

 

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

Si è inaugurato il 20 aprile scorso, in corso Savoia a Rosolini, il primo showroom, del giovane artista Gianluigi Pitrolo, che eredita il titolo dalla sua ultima collezione: Landscape of carob. Istallazione che è stata curata nei minimi dettagli dallo stesso autore e dalla fidanzata, musa di ispirazione per i suoi ultimi lavori. I materiali utilizzati a sostegno delle opere sono semplici listelli di legno fissati fra loro, e la comunione fra i colori e la semplicità degli oggetti utilizzati lascia realmente capire come l’arte possa servire la natura e viceversa. La comunicazione dello stato d’animo del pittore è affidata pressoché ad ambientazioni di tipo paesaggistico, e la luce che ne viene fuori non è di certo quella riflessa dal sole.

Le opere del Pitrolo parlano della natura agreste di una Sicilia che come tutto è in continuo cambiamento. Infatti, se apparentemente sembra che il soggetto dell’autore sia la presenza costante del carrubo o di altri elementi a lui molto familiari, quali le stradine di campagna, la luna che rappresenta l’ambizione primordiale di essere un artista nell’animo e il vulcano che rappresenta l’esplosione della passione, sono altrettanto consueti gli elementi di contaminazione ad opera dell’uomo. Insistentemente ritroviamo, tra meravigliose distese bucoliche, tralicci e pali della luce che ne ingabbiano, in qualche modo, la visione della libertà. Queste immagini sono nate in lui durante l’infanzia e la condivisione con il padre dell’amore per la natura.

Ed è proprio in quei campi, fra quei giganteschi carrubi che nasce l’arte immaginifica di Gianluigi Pitrolo che sapientemente, come un artista consumato ricrea sulle sue tele, non lavando mai i pennelli, poiché come egli stesso afferma: “un pennello sporco di colore rappresenta la storia di mille immagini in fuga”.

Abbiamo la possibilità di chiedere al diretto interessato il motivo della sua arte.

Gianluigi Pitrolo, quando e in quale maniera ha scoperto questa sua propensione per l’arte?

Nasco artista, anticonformista e ribelle. Ricordo che all’asilo mi chiesero di fare un disegno che rappresentasse la mia famiglia, io disegnai una pecora. Non ho mai seguito gli schemi, mi sono fatto guidare dalle sensazioni e dalle emozioni del momento per fare ciò che faccio. Solo durante gli studi ho capito di avere l’arte nell’anima e di essere nato per rappresentare il mio mondo che altro non è che il mondo che vedo fuori o come lo vorrei vedere.

Nelle sue opere è solito raffigurare scorci di paesaggi naturali che riprendono le nostre periferie. Quanto l’ambiente circostante ha influenzato la sua pittura?

Rappresento la natura poiché è un dono per il quale l’uomo non ha dovuto faticare o ingegnarsi per inventarlo. C’è sempre stato, prima di noi. Mi chiedo se ci sarà ancora dopo di noi. Vorrei portare all’attenzione, attraverso le mie opere, il fatto che abbiamo qualcosa di grande da apprezzare e non solo da sfruttare. C’è chi racchiude un tramonto in una foto, per immortalarne l’istante, io non fotografo ma trasferisco le emozioni di quel tramonto sulla tela. Il paesaggio così non viene catturato da un infallibile obiettivo fotografico, ma fatto proprio e interpretato dalla mente umana. E le sfumature dei colori del giorno che avanza, la variazione della luce sono necessari per trovare l’essenza della natura che muta secondo dopo secondo. Ciò che ne viene fuori è la meraviglia che i miei occhi riescono a fermare in quei momenti. Così sono nati i miei paesaggi, con la mia luce, il mio punto di vista, le mie nuvole e il protagonista che è il carrubo.

Come si avvicina un giovane pittore a un albero che fa pensare a un qualcosa di antico, di statico. Come si sposa la sua giovane età con un elemento che ha radici così profonde?

Il carrubo rappresenta il mio viaggio introspettivo nell’arte, visto da punti, angolazioni e distanze diverse. Inizia la raffigurazione di questi alberi che si perdono in cieli azzurri, in campi di grano passando alla riproduzione di carrubi immersi in un contesto del tutto astratto fino ad arrivare alla sintesi più estrema che è quella del carrubo immerso nell’oro. Acrilico su foglia d’oro che rappresenta la natura, questo il mio ultimo lavoro. Il carrubo è diventato per me una passione. È un albero sempreverde e secolare, testimone immobile di una storia che magari agli uomini è sfuggita. È un carrubo irrazionale il mio, poiché parte da una chioma gigantesca che rappresenta il sapere dell’artista che tende all’infinito, mentre i due tronchi molto esili rappresentano la breve esistenza terrena del sapere, legato alla terra. Vorrei comunque sottolineare quanto per me sia importante il colore oltre che il soggetto, poiché quest’ultimo non può esprimere tutto. Anche se il fulcro sembra essere il carrubo, questo non esprime ciò che il contesto armonico dei colori veicola utilizzando i canali dell’emozione e delle sensazioni visive.

In altre interviste ha dichiarato di essere stato ispirato in modo significativo dall’artista sciclitano Pietro Guccione, scomparso lo scorso anno. Quanto il maestro ha influenzato la sua arte?

Mi sento molto fortunato perché la mia formazione ha potuto spaziare fra idee diverse di pittura. Se inizialmente ho adorato e riprodotto, in maniera quasi frenetica, Michelangelo, dopo sono stato affascinato da Paul Cezanne che mi ha condizionato con la sua teoria di sintesi che tende a ridurre forme e colori in elementi semplici. Ciò mi è stato utile per la mia formazione professionale e spirituale poiché mi ha permesso di ritrovare il mio io attraverso forme geometriche e colori che insieme assumono un determinato senso.

Poi mi sono lasciato molto affascinare da due grandi maestri: Renato Guttuso e Pietro Guccione. In particolar modo quest’ultimo, al quale ho avuto modo di avvicinarmi lasciandomi fortemente ispirare. Ho studiato in modo analitico ogni sua opera ed è stato come un salto dentro me stesso, lo specchio della mia anima. Egli non si reputava un artista, bensì un servitore dell’arte. Memorabili per me sono le sue opere sulle attese nei non luoghi di un aeroporto. Le attese alle partenze, al cambiare vita, oppure l’attesa di qualcuno che torna. È un po’ ciò che anch’io sto facendo. Sto aspettando il mio turno, con i miei lavori nella valigia.

Nelle sue opere lei tenta di denunciare l’impatto ambientale che l’uomo continua inesorabilmente a perpetrare, nonostante si sia intesa la criticità che sta mettendo in pericolo il nostro futuro.

Il tempo è poco per raccontare. Il mondo ci sta scivolando dalle mani bisogna riprenderlo, in qualche modo. Per fortuna abbiamo ancora i bambini, gli artisti, i filosofi. L’arte non può salvare il mondo, ma può farci aprire gli occhi per viverlo meglio. L’opera d’arte è un’emozione regalata al mondo, all’uomo e a tutti coloro che ne intendono l’importanza. Non faccio arte per passione, ma per una esigenza interiore le cui radici sono così legate al mio essere da non percepire i confini fra esse e me. I pali della luce mi sono rimasti impressi dalle opere del maestro Guccione, il quale soleva rappresentare scorci naturali oscurati da elementi fastidiosi quali pali della luce e altre opere dell’uomo. Infatti nei miei dipinti, spesso, anch’io evidenzio questo fastidioso e inevitabile oramai connubio. La natura non ritornerà mai più come prima. La mia paura è quella di non avere abbastanza tempo per ritrarre, per denunciare. Vorrei sentirmi moralmente appagato e sapere che quando non ci sarò più avrò fatto del mio meglio per raccontare ciò che ho visto, fuori e dentro di me.

Gianluigi Pitrolo, dove la porterà l’arte?

Questo per l’arte pittorica è un sogno per il quale lavoro giorno e notte. Se inizialmente tendevo a riprodurre la bellezza dei maestri la cui ispirazione mi ha guidato per un po’, dopo ho voluto e soprattutto ho dovuto trovare il mio percorso, la mia arte pura, il mio messaggio per il mondo. Poiché l’artista ha proprio questo compito, manifestare nel modo che meglio conosce ciò che ha da dire.

L’arte oggi è in balia di un grande business che è il mercato. Oggi ci sono molti nomi e pochi artisti. Il mercato è alla ricerca di innovazione e poco contenuto. A mio pare l’artista è colui che vede oltre il tempo e lo spazio terreno, è colui che riesce a rimanere immune alle influenze esterne, dalle quali non si lascia scalfire. Colui che crea è la reincarnazione di un qualcosa di trascendentale. Manifestazione di una personale esigenza di esprimere il proprio essere anticonformista e bisognoso di comunicare.

La mia tecnica è solitamente acrilico su tela e ritengo di essere un artista conservatore. Mi sentirò realmente realizzato quando mi renderò conto che nulla può influenzare ciò che ho interiorizzato ed espresso sulle mie tele. Non è il successo economico o di riconoscimenti, quello che cerco, è un perfetto allineamento tra ciò che sono dentro e ciò che riesco a portare fuori e trasferire nelle mie opere. Fare arte è un travaglio, un lavoro intimo e imprescindibile, proprio perché nasce dal dissenso. Sono convito che si nasca con questa sensibilità.

L’emozione che crea è uno status mentale che dura veramente poco e prima di svanire bisogna fare qualcosa affinché quell’emozione abbia avuto un senso e non sia arrivata invano.