Spettacolo alla Kubrick, con molte suggestioni. L’hi-tech si è fuso col mito, i costumi di Gianluca Falaschi e le musiche di Andrea Chenna…

 

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

“La tradizione è l’ultima cattiva interpretazione”, diceva Maria Callas. Se questo può essere vero per il teatro di uno o due secoli fa, pensiamo a quanto siano “traditrici” del testo o dell’autore, della messa in scena “d’epoca” le interpretazioni presentate come “filologiche” o appunto “tradizionali”: con buona pace di chi vorrebbe costumi recitazione musica greci, non sapremo mai come i nostri antenati facessero teatro – troppo lungo sarebbe analizzare le fonti che ne parlano.

Forse è meglio che sia così: “tradurre” un testo teatrale, portarlo in scena, è sempre un po’ tradirlo, adattarlo al gusto e alle esigenze moderne, farlo a noi contemporaneo. Far sì che ci parli, che svolga la sua funzione di classico, cioè di testo che non ha esaurito la sua carica di significato.

Queste e molte altre le riflessioni dopo la prima di “Elena”, la tragicommedia di Euripide nella traduzione di Walter Lapini per la regia di Davide Livermore: l’hi-tech si è fuso col mito, i costumi di Gianluca Falaschi (paillettes e stoffe intrise d’acqua, stivali come moderni coturni) e le musiche di Andrea Chenna – che ha mescolato Barocco e Bellini, il Mozart del Requiem a suggestioni elettroniche e ritmi primitivi e moderni insieme per creare una colonna sonora straniata e straniante –, le luci di Antonio Castro, il video design curato da D-Wok che dialoga con quanto accade in scena, Lorenzo Russo, Marco Branciamore, Antonio Cilio, Carlo Gilè e i loro allestimenti scenografici, la recitazione di Laura Marinoni, Elena patetica insinuante calcolatrice, Viola Marietti, Sax Nicosia, Menelao pupo e puparo, eroe vinto, Mariagrazia Solano (ruolo minore ma tornito), Maria Chiara Centorami, di una sicura e convincente Simonetta Cartia, Giancarlo Judica Cordiglia, Linda Gennari, Federica Quartana, Bruno Di Chiara, Marcello Gravina, Django Guerzoni, Giancarlo Latina, Silvio Laviano, Turi Moricca, Vladimir Randazzo, Marouane Zotti, tutto ha contribuito a creare un’opera d’arte totale, alla Kubrick – la variante del mito greco che si fonde con un Settecento sfiancato effeminato esangue, il gioco degli specchi, i vocalizzi da opera barocco-settecentesca dell’indovina Teonoe, un Teoclimeno da pazzia del re Giorgio d’Inghilterra, il rito funebre e funereo che si fonde al ritrovato eros di Menelao ed Elena in un “Eyes Wide Shut” alla Euripide…tante le suggestioni di questo spettacolo molto poco purista ma aperto alle contaminazioni – musicali, artistiche, di genere, con gli scambi di ruolo uomo/ donna cui ci hanno resi avvezzi precedenti messe in scena.

Quest’anno ricorrono cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, scomparso nel 1519 proprio a maggio. Uno dei suoi pensieri potrebbe riassumere il senso della tragicommedia di Elena, accusata – a ragione? A torto? – di aver provocato la guerra di Troia e gli infiniti lutti che ne conseguirono: in una pagina del Codice Atlantico databile intorno al 1480, Leonardo immagina un’Elena anziana.

“O tempo, consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, tu distruggi tutte le cose e consumi tutte le cose da’ duri denti della vecchiezza, a poco a poco, con lenta morte. Elena, quando si specchiava, vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte per la vecchiezza, piagne e pensa seco perché fu rapita due volte”.