A ottobre, forse, il pronunciamento del Consiglio di Giustizia, che non ha condiviso il parere del Tar

 

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

Gli alberi sono stati per la quasi totalità estirpati. Anche i Pini di Aleppo, l'unica varietà ad attecchire in una zona colpita da venti che sanno essere violentissimi e, per questo, "ancorati" al suolo dal cavaliere Francesco Abela "che non badò a spese".

Della villa non resta nulla, e il ricordo resta impigliato al video dell'enorme pungiglione che scarnifica con punture mortali la torre dalle quattro finestre - "aperte ognuna su un punto cardinale" - e dell'esile vendetta finale dell'ultimo brandello di muro che crollando lo colpisce con violenza, forse uccidendolo ("Si è rotto? Si è rotto il braccio della gru?" dice una voce preoccupata fuoricampo).

Sono invece ben visibili le fondamenta della nuova costruzione, il lungo edificio disposto perpendicolarmente alla linea di costa per tutto il lotto di terreno.

Ma i lavori sono fermi. Sospesi da aprile, forse fino ad ottobre, da un pronunciamento del CGA di Palermo per evitare che i luoghi "siano trasformati irreversibilmente determinando un pregiudizio grave e irreparabile".

L'abitudine ai paradossi italiani - trasformatasi ormai in una rassegnazione che tuttavia non cancella la voglia di resistere nonostante tutto -, a una giustizia che solo a distanza di anni prova a guarire ferite divenute insanabili, non consente neanche più lo stupore davanti ad affermazioni di tal genere.

Secondo il dettato del Codice dei Beni Culturali, nel caso si violino gli obblighi di protezione e conservazione di un bene, il Ministero "ordina al responsabile l'esecuzione a sue spese delle opere necessarie alla reintegrazione", ma una cosa è la legge, altro la realtà: al più potrebbero restare per anni, decenni, le sole fondamenta del residence Villa Abela, perché almeno il nome, quello sì, si vuole che rimanga, a testimonianza di ciò che è stato, di un valore ormai perso.

Certo, sempre meglio che lo scheletro della costruzione, pensano i condomini del Residence Akradina e la famiglia Martin (la loro casa resterebbe coperta dal nuovo edificio), irriducibili nella ricerca di risposte, di soluzioni, qualsiasi siano, purché si affermino le loro ragioni.

Intanto la sospensiva del CGA è per loro una vittoria, forse non sperata all'indomani della sentenza del Tar di Catania (marzo 2017) a cui, nel 2016, avevano rivolto la prima istanza per opporsi al provvedimento della Soprintendenza di Siracusa che non aveva riconosciuto l'interesse culturale dell'edificio così salvaguardandolo.

Un percorso tortuoso, ostacolato anche dall'inattività della stessa Soprintendenza che, per rilasciare, come avrebbe dovuto, la documentazione richiesta dai ricorrenti, ha avuto addirittura bisogno di un obbligo ad adempiere del Tar di Catania.

Siamo nei primi mesi del 2014. La villa è ancora integra ma già è iniziata la guerra per la sua sopravvivenza. L'amministratore del condominio Akradina, il dottore Vittorio Scarfì, presenta alla Soprintendenza un'istanza chiedendo si avviino le procedure per porre su di essa il vincolo monumentale. Trascorrono alcuni mesi senza che gli uffici rispondano e in ottobre Scarfì, temendo il precipitare della situazione, fa una richiesta di accesso agli atti amministrativi di interesse.

Il silenzio, pervicacemente, continua così da costringere l'amministratore a rivolgersi al Tar di Catania per vedere riconosciuto un diritto consolidato in anni da norme, riforme e giurisprudenza.

Un comportamento gravissimo, immotivato, che vede la più importante istituzione di tutela del nostro patrimonio culturale non agire con la doverosa terzietà e di fatto sembrar scegliere il campo della propria azione. Un comportamento sanzionabile per legge ma che salomonicamente, in nome di una giustizia pilatesca, spesso si condanna con il semplice richiamo ad adempiere.

E così accade: la Soprintendenza si trincera dietro deboli giustificazioni - il mancato sollecito riscontro della ditta costruttrice, l'Assennato Costruzioni, e la necessità per gli uffici di valutare i nuovi elaborati progettuali presentati -; il Tar, con sentenza del dicembre 2015, impone 20 giorni per la consegna dei documenti.

Eppure, nonostante ciò, solo dopo 71 giorni, il 24 febbraio 2016, si concretizza l'accesso agli atti.

Atti di grande interesse.

Risulta infatti che già nell'aprile 2013 la Soprintendenza aveva avviato un procedimento per la dichiarazione di interesse culturale della villa: "Dalle prime indagini e dai sopralluoghi effettuati, è emersa la valenza storica ed artistica dell’immobile, che risulta essere testimonianza del linguaggio architettonico comunemente definito Liberty, sintesi, ad un tempo, di arte d’èlite e vernacolo popolare, fatto proprio dalla cultura costruttiva ed artigiana dell’epoca... L’immobile, peraltro, è costruito in un’area ad immediato ridosso della fascia costiera e forma con questa un insieme di notevole valenza paesaggistica permeato da latomie ed altre preesistenze di natura archeologica, in parte soggetta a tutela. La preservazione dell’immobile in uno a quello della posizione dell’area in cui sorge, non tutelata dal vincolo, si rende necessaria in quanto lo stesso rappresenta patrimonio della cultura architettonica dell’epoca di costruzione e testimonianza di una tipologia edilizia e di una modalità insediativa un tempo diffusa in tutta l’area extra moenia della città, oggi pesantemente alterata da marcati fenomeni di sostituzione edilizia ed inurbamento”.

Nel 2013 la storia era già chiusa: sarebbe bastato portare a termine l'iter. Ma siamo a Siracusa.

Passano solo 13 mesi e tutto cambia.

La Soprintendenza, maggio 2014, comunica ai proprietari Italia la conclusione negativa del procedimento: le trasformazioni apportate all’immobile nel corso degli anni non consentono più “la lettura delle caratteristiche architettoniche primigenie... l’accertamento in merito al particolare pregio del bene e la ricerca storica svolta nell’ambito del procedimento non hanno fatto emergere dati utili a sostenere l’interesse culturale particolarmente importante dell’immobile in oggetto”.

Incredibile!

Al Condominio Akradina e alla famiglia Martin non resta che impugnare gli atti "per violazione delle norme sul procedimento amministrativo nonché di quelle sulla dichiarazione di interesse culturale".

E qui entra in gioco il Tar di Catania. La sezione prima: collegio giudicante Antonio Vinciguerra, Presidente, Dauno Trebastoni, Consigliere, Estensore, Agnese Anna Barone, Consigliere.

I giudici, con sentenza del 23 febbraio 2017, respingono nel merito il ricorso degli appellanti per non aver presentato in giudizio l'istanza con cui chiedevano l'apposizione del vincolo monumentale (oggetto per altro del primo ricorso per l'accesso agli atti) e perché non ravvisano elementi di irragionevolezza nella decisione della Soprintendenza: "La valutazione in ordine all'esistenza di un interesse culturale (artistico, storico, archeologico o etnoantropologico) particolarmente importante, tale da giustificare l'imposizione del relativo vincolo, è prerogativa esclusiva dell'Amministrazione preposta alla gestione del vincolo e può essere sindacata in sede giurisdizionale solo in presenza di profili di incongruità ed illogicità di evidenza tale da far emergere l'inattendibilità della valutazione tecnico-discrezionale compiuta. Nel caso in esame, il Collegio non ravvisa gli estremi di una tale incongruità e illogicità nella decisione dell’Amministrazione".

Anche in questo caso, contro la sentenza dei giudici di Catania, non resta che il ricorso al CGA che, come abbiamo visto, sospende i lavori nell'aprile scorso. Ma la Ditta Assennato intanto non aspetta la decisione del massimo organo della giustizia amministrativa e in ottobre dà il via alla demolizione.

Motivazioni quindi degne di essere accolte dai giudici del CGA, quelle dei ricorrenti contro la sentenza del Tar che ha dato ragione alla Soprintendenza.

Il ricorso è puntiglioso e rigoroso. La Soprintendenza si sarebbe lasciata condizionare dalla perizia di parte presentata dalla Ditta Assennato cambiando immotivatamente la primigenia impostazione, sulla scorta di "lacune istruttorie, difetti motivazionali, travisamento dei fatti" che avrebbero potuto/dovuto essere censurati dai giudici di Catania proprio sotto il profilo dell'illogicità. Numerosi pronunciamenti del Consiglio di Stato evidenziano come il concetto di discrezionalità non possa ritenersi "assoluto e generico", ma va contenuto nei limiti della "correttezza del criterio tecnico e del procedimento applicativo prescelto". E questo non sarebbe avvenuto.

La Soprintendenza, date le caratteristiche proprie del bene e i valori paesaggistici, per evitare i difetti di istruttoria avrebbe dovuto agire con ben altra attenzione, si scrive.

L'elenco degli articoli violati, in particolare quelli del Codice dei Beni culturali, è lungo.

La villa aveva un interesse storico. Costruita tra il 1925 e il 1926 era “senz'altro” (non “astrattamente” come per il Tar) riconducibile allo stile tardo liberty e il suo "torrino" sul lato nord, che serviva, tramite una scala, tutti i livelli dell'immobile, svettando oltre l'ultimo livello, rappresentava un eccezionale punto di osservazione del paesaggio grazie alla presenza delle 4 finestre da cui era possibile vedere da un solo ambiente tutta la città. "La torre di villa Abela è un elemento “unico” tra le ville siracusane prese in esame: tale elemento volumetrico è probabilmente frutto di influenze “catanesi” riscontrabili in alcuni immobili della provincia etnea o di altre realtà italiane" si legge nei documenti.

E l'articolo 136 del Codice tutela ville, giardini, parchi che si distinguono per il loro non comune pregio e le bellezze panoramiche, come "quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda un singolare spettacolo". Esattamente ciò che ha reso tutta l'area dove sorgeva Villa Abela particolarmente appetibile in una città in cui si contano in decine di migliaia gli appartamenti sfitti e per i costruttori le uniche vendite certe, già sulla carta, sono appunto quelle dei residence in posizioni esclusive.

Nella valutazione della villa non si sarebbe tenuto conto né degli interni "con elementi di particolare interesse culturale" né degli esterni tutelati anch’essi dall’articolo 11 del Codice se di interesse, come, per esempio, i medaglioni sopra le finestre della torre "probabilmente in terracotta che da un'analisi a vista sembrano raffigurare un uomo al momento della raccolta del frumento, la raccolta dell'uva o il dio Bacco o una donna che raccoglie un fiore".

Ma soprattutto ci si chiede come mai la Soprintendenza non abbia vincolato Villa Abela a differenza della maggior parte delle 28 ville "di analoga natura e risalenti alla medesima epoca storica, ubicati nella stessa zona, cioè nella cintura attorno alla Balza Akradina, tutte espressione di una nuova forma di insediamento edilizio borghese di villeggiatura, il villino, che si afferma a cavallo tra fine '800 e prima parte del '900, molte delle quali di pari o inferiore pregio. Non solo pertanto l'istruttoria della Soprintendenza si rivela carente sotto questo profilo, ma l'esito della sua valutazione dà luogo ad una ingiustificata disparità di trattamento e ad una patente illogicità nel pervenire a diverse conclusioni in presenza di situazioni analoghe" si scrive nel ricorso.

C’è comunque una motivazione alla decisione presa: gli interventi di modifica del fabbricato attuati a partire dalla seconda metà del secolo scorso avrebbero "fortemente alterato le caratteristiche architettoniche della costruzione depauperandone il linguaggio espressivo dell'epoca di costruzione".

Naturalmente in disaccordo i ricorrenti, non solo perché lo stile originario rimaneva perfettamente leggibile, ma soprattutto perché non era necessario ricercare alcuna "particolare importanza" essendo sufficiente, per salvare l'edificio, il semplice riscontro dell'interesse storico o artistico.

"Il ragionamento che vorrebbe non apposto il vincolo perché interventi successivi ne avrebbero compromesso l’identità, e quindi l’interesse storico, porterebbe alla nefasta conseguenza di incentivare gli interventi deturpativi, premiandoli appunto con il diniego del vincolo”.

Palese poi la violazione dell'articolo 7 bis del Codice che, insieme ad altre numerose convenzioni internazionali, introduce nel nostro ordinamento una concezione del bene culturale aperta anche alla sua dimensione immateriale e molto più connotata per la sua forza simbolica, "di espressione della cultura comunitaria e di un territorio".

Il depauperamento stilistico del bene architettonico non comporta quindi per forza la perdita del valore storico che la comunità vi ricollega, specie ove comunque esso rimanga nettamente distinto dal contesto urbano sviluppatosi attorno. "Ne deriva che il pregnante significato di Villa Abela, ancor più se correlato al degrado urbanistico viciniore portato a sostegno del diniego del vincolo, giustifica una attenzione culturale, non mostrata dalla Soprintendenza, né dal giudice di prime cure, che a fronte di una tematica complessa si è limitato ad una sommaria valutazione di mera logicità formale della motivazione adottata dall'organo amministrativo".

E ancora il regime di vincoli archeologici (sia nell’area delle latomie sia dal lato della pista ciclabile), paesaggistici (l’intera area si sviluppa all’interno della fascia di 300mt dalla battigia ed è quindi sottoposta alla disciplina vincolistica dall'articolo 142 del Codice dei beni culturali, mentre per la parte a meno di 150 mt dal mare grava un vincolo di inedificabilità ex articolo 15 della l.r. n. 78/1976) ed urbanistici che restringe fortemente le possibilità edificatorie è indice proprio del livello di tutela che avrebbe dovuto essere esercitato.

D’altra parte si tratta di considerazioni tutte ben presenti al momento della prima valutazione della Soprintendenza sull’opportunità di un vincolo monumentale e che così, indirettamente, perché non di facile confutazione, spiegherebbero la povertà argomentativa con cui si motiva invece il diniego non supportato, a detta dei ricorrenti, né da valutazioni tecniche né dall’indicazione precisa e dettagliata delle stesse alterazioni subite dalla costruzione rendendola indegna di tutela.

Condividere la ricostruzione “logica” proposta dalla Soprintendenza (e condivisa dal Tar), o quanto contenuto nella relazione di parte della Ditta Assennato, significherebbe affermare che un bene degradato non potrebbe essere mai considerato di interesse culturale laddove l’articolo 6 del Codice dei Beni culturali prevede l’esatto opposto, cioè che “la valorizzazione comprende altresì la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati”; che se un bene culturale insiste in un’area degradata e/o profondamente modificata può essere distrutto; e ancora che, poiché lo Stato non investe sui beni culturali, data l’impossibilità “di acquisire al loro patrimonio beni come quello in esame, per poi curarne sempre a loro spese la restituzione agli antichi splendori ed il mantenimento del tempo” e visto che “il vincolo di immodificabilità della costruzione ne causerebbe certamente l'ulteriore inarrestabile degrado, fino alla sua completa rovina, con un risultato diametralmente opposto a quello che tali istituti si prefiggono e senza alcun beneficio per la collettività" (così nella relazione di parte), è opportuno demolirli direttamente.