In “L’azzurro velo” il poeta Sebastiano Burgaretta interpreta in versi i personaggi “minori” del Nuovo Testamento

 

La Civetta di Minerva, 4 maggio 2019

“L’azzurro velo”, volume edito da Archilibri (collana “Verso Sud”, 11), è l’ultima fatica letteraria di Sebastiano Burgaretta, docente, saggista e poeta. Nella prefazione di Monsignor Giuseppe Greco, che ripercorre il modo in cui Burgaretta reinterpreta i personaggi “minori” del Nuovo Testamento, leggiamo che questi versi sono “Vangelo inculturato nella nostra lingua” (p. 14), che è come dire che la poesia è incarnazione di pensiero, di verità e bellezza in suoni, sillabe, parole, versi (in italiano, latino, greco, spagnolo, arabo ebraico e nel prediletto siciliano, lingua terrena e terrosa come poche): mutatis mutandis, la poesia rappresenta ciò che per un credente è il mistero dell’Incarnazione, cioè il farsi tangibile, udibile, dicibile di ciò che è inafferrabile, silenzioso, ineffabile.

I disegni di Guido Borghi, essenziali e scabri, commentano i versi senza soprapporvisi.

Nella postfazione, scritta credo non a caso il giorno dell’Immacolata del 2016 (tutto è Grazia e significanza per chi riesca a leggerne i segni) Antonio Di Grado sottolinea la “radianza” che emana dai personaggi disegnati da Burgaretta, che riescono a rifrangere in maniera esuberante, effervescente, entusiasta in senso etimologico (hanno lo Spirito in sé, Spirito che li spinge a danzare, cantare, che non può non splendere per mezzo loro) la Carità: d’altronde da caritas a claritas non vi è che una l e un passo.

Il velo è metafora del nascondimento, della verità che quasi gioca a nascondersi e a rivelarsi progressivamente e comunque in tempi e modi misteriosi.

Sfilano davanti ai nostri occhi la Vergine Maria, la Madre delle Madri, il volto femminile di Dio, la maternità di Dio incarnata in una ragazza di Nazareth, e poi Simeone, il giovane ricco (“guardavi tutto tu senza vedere”, gli rimprovera l’io lirico, ed è caratteristica comune di tutti questi personaggi l’essere attraversati – ciechi, increduli, vagabondanti a tastoni in una vita nebulosa, oscura, da decifrare – dalla luce caravaggesca di un Cristo che ribalta le prospettive, di un Dio luce cruda) e poi le piccole grandi figure portatrici di verità che (cito Raynaldo Hahn che parlava dei “cantanti minori” che, “quando compaiono in scena, non fosse altro che per dire due o tre battute, attirano subito l’attenzione”) che fanno materializzare il mondo della Bibbia, “immenso, corrusco, maestoso, rutilante di colori e formicolante di gente e vita”.

Ne parliamo con l’autore.

Come mai questo interesse per le figure minori dei Vangeli? Sono quasi miniature da quadro fiammingo e le troviamo istoriate nei tuoi versi quasi da protagoniste.

Queste figure solo in apparenza sono minori. L’equivoco, per così dire, nasce dal fatto che, come spesso succede con i personaggi esemplari, siamo comunemente portati a darli per scontati, a guardarli senza vederli, a ripeterne le vicende senza assimilarle dentro di noi. I Personaggi più in vista, e perciò più famosi, sono facilmente oggetto di riflessione, quelli ritenuti secondari invece passano in sott’ordine, come definitivamente messi e chiusi dentro una loro piccola nicchia, destinati fatalmente a trasformarsi in santini lontani da noi; conseguentemente essi finiscono per rispondere a cliché standardizzati e a non dirci, praticamente, più nulla di interessante, né tanto meno di inquietante. Questi personaggi non sono figure da tenere lontano da noi, relegate in una forma d’inutile rispetto sacrale, sono piuttosto la proiezione di quanto di più umano possa esistere nell’esperienza esistenziale di ogni uomo, e dunque di ciascuno di noi. Essi esprimono la variegata, problematica ricchezza dell’animo umano, con tutte le esigenze, le ansie, le speranze, le aspirazioni, le debolezze, le inquietudini, con tutti i bisogni, i dubbi, i timori, i patemi di cui è capace e portatore l’animo umano. In ognuno di essi siamo, per un verso e per l’altro, tutti noi con il nostro portato esistenziale. In ognuno di essi perciò siamo chiamati a cercare e contemplare la nostra personalissima immagine, per riconoscerla e, così, confrontarci con essa in assoluta onestà e purezza interiore, se vogliamo realizzare in noi quello che siamo già, direbbe Dante, “in costrutto”, cioè uomini realmente tali perché schegge del divino. Da qui, da questa reale problematicità della vita umana in tutte le sue pieghe, la presenza di quello che tu intendi col riferimento al cesello miniaturistico dell’arte fiamminga.

Il tuo lavoro sulla lingua è da cesellatore, anzi da mosaicista dato che assembli tessere di lingue diverse. Parlaci del tuo laboratorio poetico.

Il cesello applicato alla lingua è connaturato e contestuale al dettato poetico. Esso non nasce astrattamente a tavolino. Se così fosse, ne verrebbe facilmente fuori la pretestuosità, se ne rivelerebbero immediatamente, data la complessità del contesto, la falsità retorica, il vuoto contenutistico, la vanità dell’operazione, per dirla tutta, l’inutilità e il vuoto dell’impresa. In realtà la scelta linguistica è data dall’imput di natura musicale che sempre determina e caratterizza la mia scrittura poetica. Non sono io a decidere, per esempio, quale lingua di volta in volta impiegare in questo mio discorrere in mistilinguismo. È la lingua stessa che si presenta nello spirito e nel tessuto del dettato poetico-creativo. Del resto questa cosa non dovrebbe meravigliare più di tanto, perché in essa non c’è nulla di nuovo. Ciò che ce lo fa ritenere nuovo è in realtà il frutto amaro della nostra ignoranza storica e memoriale. Il greco, il latino, lo spagnolo, l’arabo, l’ebraico che, nei miei componimenti fanno capolino per trovare spazio tra italiano e siciliano sono già nella nostra lingua madre, nel siciliano soprattutto, che è storicamente e antropologicamente figlio ed erede diretto e vivissimo di tutte quelle lingue. Chi parla siciliano parla già, anche se non ne ha consapevolezza, quelle lingue. Nei miei versi succede che quelle lingue, anche nelle loro versioni ora classiche, ora evolute, ora popolari, si prendono lo spazio che è loro. La mia sola responsabilità è quella di permetterglielo, aprendone gli spiragli e gli spazi necessari e opportuni, di farne in tal modo perenne memoria. La difficoltà che incontra chi legge i miei versi è dovuta non alle mie scelte linguistiche, che sono perfettamente legittime e reali, essendo il siciliano che adotto nei miei versi lo stesso che io parlo da sempre, ma ai mezzi limitati, sul piano delle conoscenze linguistiche e storiche, di chi mi legge. E c’è da temere per il futuro, stante il destino barbarico che i governanti attuali hanno deciso di riservare allo studio della storia nelle scuole italiane.

Cosa hanno da dire queste figure oggi? E cosa ha oggi da dire la poesia?

Come si può evincere dalla mia risposta alla prima domanda, queste figure hanno moltissimo da dire oggi a noi, anzi direi che hanno da dirci tutto. Ci dicono che non possiamo eludere le nostre responsabilità di uomini, pena il disagio interiore, l’alienazione, l’infelicità. Non a caso il mio amico Franco Battiato può pregare cantando: “Ricordami come sono infelice lontano dalle tue leggi...” (L'ombra della luce). Siamo davvero infelici, quando cerchiamo di sfuggire alle leggi che regolano, al suo interno, la nostra vita e il nostro equilibrio umano, che hanno un asse d’equilibrio di origine e natura oggettivi. Per questo non bisogna mai rinunciare a una sana inquietudine interiore, quella cioè che ci permette di cercare e di crescere in libertà. Di questa inquietudine dovremmo fare una sorta di religione di vita, come ben aveva capito Miguel De Unamuno, che in un suo saggio scrisse: “La mia religione è inquietare il prossimo”, ovviamente per trasmettergli un po’ della sua capacità di inquietarsi.

Cos’ha da dire oggi la poesia? Bella, impossibile domanda. Per sua stessa natura la poesia può dire niente e tutto. Quanti poeti e pensatori sommi si sono cimentati nel definire la poesia e i suoi fini! Io credo che non ci possa essere una definizione unica della poesia e di ciò che essa possa dire. Si può farfugliare che essa ha forse la configurazione di quanto di muove e/o si agita nel cuore, nella mente, nella sensibilità di ciascun uomo. Che poi si abbia la ventura di potere anche esprimere nella musica e nel semantema delle parole questo movimento è un dono che, a mio avviso, ha del mistero, essendo parte di una dimensione della quale, indipendentemente dalla preparazione culturale degli uomini che ne sono toccati, non si realizzano con certezza né fonti né contorni dominabili.