Nella nostra provincia sue pietre miliari le operazioni Bronx, Tonnara, Prato Verde e Crapula. Renato Panvino, 50 anni, raggiunge la Sardegna da vicequestore vicario

 

 

La Civetta di Minerva, 4 maggio 2019

Renato Panvino, primo dirigente della Polizia di Stato, lascia l'incarico di Capo centro della Direzione investigativa antimafia di Catania per andare a Nuoro a ricoprire la carica di vicario del questore. Panvino, 50 anni, laureato in Giurisprudenza e in Scienze della Pubblica Amministrazione, è da oltre trenta anni nell'amministrazione di Pubblica Sicurezza.

Nella sua carriera, ha ricoperto delicati incarichi investigativi, con particolare riguardo nella squadra mobile di Reggio Calabria, ricoprendo l'incarico di dirigente delle sezioni «catturandi» e «criminalità organizzata». In questo periodo, tra il 2007 e il 2011, con il coordinamento del Procuratore aggiunto della Dda, Nicola Gratteri, Panvino e la sua squadra hanno assicurato alla giustizia oltre quaranta latitanti. In particolare, si ricordano gli arresti di Antonio Rosmini, capo dell'omonima cosca di ndrangheta, condannato all'ergastolo; Teodoro Crea, capobastone della 'ndrangheta di Rizziconi, nella piana di Gioia Tauro; Antonio Pelle, boss di San Luca, indicato dagli affiliati alla sua cosca come 'la mamma'. Ed ancora: Giuseppe Nirta 'u versù, Giovanni Strangio, indicato come l'autore del sanguinoso agguato di Duisburg.

Di particolare rilievo, le indagini che portarono alla cattura di Giuseppe Morabito 'tiradrittù, capobastone di Africo Nuovo, catturato poi dai carabinieri del Ros. Morabito, prima dell'arresto definitivo, riuscì a sfuggire alla polizia dopo un conflitto a fuoco a Bova Marina, nella Locride, con il personale della catturandi guidato da Renato Panvino. Ha diretto il commissariato di Taormina fino al 2014, quando ha assento l'importantissimo incarico di Capo centro DIA di Catania, con giurisdizione su Messina. Siracusa e Ragusa.

Sarà il vicario alla Questura di Nuoro e tra un paio di anni sarà questore. Quella di Renato Panvino, reggino, 50 anni, è una promozione vera. Da Capo centro della DIA di Catania, anche dopo cinque anni di grandissime soddisfazioni, qualcuno si aspettava ben altro che la Sardegna defilata ma la strada "giusta" è proprio quella tracciatagli dai vertici della Polizia. Panvino è subentrato alla DIA di Catania ad Alfio Bellomo, poi vicario a Ragusa, nel 2014 ma - piace riconoscerlo - ha subito stravolto certi canoni investigativi nella Sicilia orientale e consegnato alla storia nuove dinamiche d'approccio ai sistemi criminali, specie nel Siracusano.

E' mancato solo lo slancio finale per aggredire anche i tortoriciani di stanza nel territorio ma occorre chiarire che si fece troppa confusione quando il Gruppo d'Intervento Speciale di Livorno piombò sul bivacco dei fratelli Vincenzino (che preferì la morte al carcere, ndc) e Calogero Carmelo Mignacca nel novembre 2013. Accadde tra Lentini e Francofonte, ai margini di una tenuta di caccia frequentatissima da fucili anche "nobili e istituzionali". A firmare l'operazione fu il colonnello Alessandro Casarsa, oggi principale indagato del caso Cucchi, comandante provinciale dell'Arma di Catania. Quasi a voler rimarcare quanto l'Arma aretusea fosse, al tempo, defilata.

Quattro mesi dopo arriva Panvino che avrà il merito di riscrivere la mappa mafiosa della provincia di Siracusa, quella confluita nella cosiddetta "Strategia di coinvolgimento", con i clan a far cassa con usura, estorsioni ma anche traffico e spaccio di droga. con molti incensurati cooptati e coinvolti. Dunque, non accoscati ma pronti a fare un passo in avanti.

Comunque, Panvino e i suoi uomini hanno poi riassegnato il ruolo chiave delle attività mafiose al clan Bottaro-Attanasio, rilevando un accresciuto rapporto di "complicità" con i Cappello di Catania. In contrapposizione c'è sempre il clan di Santa Panagia, che significa Ercolano-Santapaola, sempre grazie ai Nardo-Aparo-Triglia. Che, a loro volta, hanno " appalti" pure con i Mazzei, come venne compreso con l'operazione Chaos. Territorialmente son cosa loro Carlentini, Lentini, Augusta e Francofonte. Con diramazioni etnee che Panvino ha localizzato a Scordia e, soprattutto, Vizzini (dove i tortoriciani sono diventati sanguinari e aggressivi ma comandano gli uomini di Michele D'Avola, inteso u' cuccuruni e che fanno base pure su Francofonte in quota Nardo con la scheggia impazzita Salvatore Navanteri, ndc). A Sud, Avola, Noto, Pachino e Rosolini non sono da tempo esclusivo fortino dei Trigila mentre gli Aparo "dominano" Floridia, Solarino e Sortino. Ma non ci sono demarcazioni assolute.

Ad esempio, a Pachino si rifà vivo il clan Cappello con i Giuliano che fanno da testa di ponte. Altra conferma è che il clan Linguanti sia la "guida mafiosa" di Cassibile, come filiazione ai Trigila. ma con rafforzamento delle posizioni su Noto e Pachino. Panvino ha anche saputo leggere fatti calabresi e di 'ndrina come il rifugio a Belvedere del boss Alvaro di Sinopoli e disvelato l'accordo su traffico di droga di Francesco Sergi con Pinuccio "Pinnintula" Trigila, ridando fiato a vecchie alleanze con la "casa madre" di Catania. Asse operativo che regalerà loro un 41 bis in carceri sarde. Già, quella Sardegna che per Panvino sarà definitivo trampolino di lancio.

Due anni fa l’interrogazione parlamentare di Lumia. Il ruolo di Paolo Borrometi che rivelò gli altarini dei mafiosi

Nella seduta n. 908 del 2017, Beppe Lumia interpellò il Ministro dell'interno. “Premesso che, a quanto risulta all'interrogante: nella realtà siracusana, la mafia starebbe provando a riorganizzare le proprie fila: infatti, come emerge dalle inchieste giornalistiche di Paolo Borrometi e pubblicate sul sito "La Spia", ad Avola, il clan Crapula, una feroce falange del clan Aparo-Nardo-Trigila, operante nella realtà siracusana, starebbe continuando ad effettuare estorsioni, usura, traffico di droga e a sfruttare l'economia legale (pub, negozi di fiori, agenzie funebri ed altro) per investire i proventi di tali affari illeciti; il boss Michele Crapula è in carcere da anni, più volte accusato e condannato per mafia; allo stesso Crapula, o meglio al suocero, Aurelio Magro, è stata prima sequestrata e poi confiscata una mega villa ad Avola e, secondo quanto rivela il giornalista nelle sue inchieste da oltre un anno, questo bene sarebbe stato depredato e distrutto il giorno del sequestro e, addirittura, nella porta d'ingresso sarebbero state impresse le iniziali del capomafia "MC"; nessuno degli enti ha richiesto il bene sequestrato che è ritornato nella disponibilità dello Stato, ma non è neanche stata valutata, come suggerisce il giornalista, la possibilità di affidarlo per la realizzazione di caserme o scuole e dare un chiaro segnale pubblico; il boss Michele Crapula è sposato con Venera (detta Vera) Magro, figlia del defunto (e anche lui coinvolto per mafia) Aurelio Magro e insieme hanno tre figli, Rosario (detto Saro), Cristian e Desirée. I tre figli, oltre alla moglie e al cognato, Paolo Golino, risultano citati più volte in carte giudiziarie.

Addirittura il figlio più piccolo, Cristian, nel giorno del silenzio elettorale (il 10 giugno 2017) pubblicava sul social network "Facebook" un post (ripreso e pubblicato sulle pagine de "La Spia") nel quale avrebbe minacciato tutti i suoi concittadini al fine di farli votare per il proprio candidato, poi eletto al Consiglio comunale, si chiede di sapere: quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda adottare per verificare le attività imprenditoriali in cui risultano coinvolti, direttamente o indirettamente, i familiari del capomafia Michele Crapula; quali iniziative intenda intraprendere per favorire l'affidamento del bene confiscato ai Crapula e dare un chiaro segnale ai cittadini di Avola nel senso della legalità; quali iniziative intenda intraprendere per verificare l'eventuale coinvolgimento del clan Crapula a seguito delle elezioni comunali, vista l'elezione del consigliere comunale pubblicamente (e con minacce) sostenuto dal figlio del capomafia Crapula; quali iniziative intenda intraprendere per supportare l'azione coraggiosa di giornalisti come Paolo Borrometi, delle associazioni antiracket e delle forze dell'ordine ad Avola ed in provincia di Siracusa”.

I nove milioni di euro confiscati al tortoriciano Gaetano Liuzzo Scorpo

Al primo impatto Panvino virò sulla posizione di esponente di primo piano di Aurelio Magro nell’ambito del clan Trigilia, espressione del cartello criminale denominato “Aparo - Nardo – Trigilia”, filiazione nel territorio siracusano della famiglia catanese “Cosa Nostra” di Nitto Santapaola ed operante nella zona sud di Siracusa. Anche alcuni collaboranti di giustizia, nel far luce sulle attività criminali del clan, avevano riferito che Magro, suocero del noto boss Michele Crapula, elemento verticistico di quel consesso mafioso, aveva l’incarico di gestire i proventi delle estorsioni che venivano effettuate dal sodalizio e di tenere i contatti con i vari soggetti presi di mira dal clan stesso. L’esito delle indagini venne suffragato dagli accertamenti di natura economico-finanziaria e patrimoniale eseguiti dalla D.I.A. di Catania, che evidenziarono un valore di beni riconducibili all'uomo, e successivamente passati in eredità alla moglie e ai figli, sproporzionato rispetto al reddito dichiarato.

Un anno dopo tocca a Ciro Fisicaro, che sarà destinatario di ben tre ergastoli per omicidi vari, che deteneva la cassaforte di Cosa Nostra e si vide sequestrare beni per 18 milioni, in gran parte intestati ad Alfio Mauceri, u lentinisi. Roba che non sempre resisterà al vaglio del Riesame ma che ripropone la sinergia Scordia- Lentini in quota Nardo. Inchiesta partita da un controllo nel settore del trasporto agrumicolo.

E come dimenticare l'attacco ai beni - nove milioni di euro. confiscati a Gaetano Liuzzo Scorpo di 53 anni, imprenditore originario di Tortorici a capo di alcune aziende che operano nel settore del noleggio di videogiochi di Catania. Le investigazioni e gli accertamenti patrimoniali erano stati avviati a seguito dell’operazione denominata “Nemesi”, condotta dalla polizia di Siracusa, che, nel luglio 2008, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Catania, disarticolò il clan mafioso “Trigilia-Aparo”, assicurando alla giustizia oltre 60 affiliati, alcuni dei quali posti ai vertici dell’organizzazione criminale. Liuzzo Scorpo, coinvolto nell’operazione, venne arrestato a seguito della sentenza di condanna, a 3 anni e 6 mesi di reclusione, emessa dalla corte d’assise d’appello di Catania, per associazione per delinquere di stampo mafioso. Dalle indagini, rialimentate da Panvino, fu appurata la stretta relazione fra Liuzzo Scorpo ed esponenti di vertice del clan “Trigilia”, legato al clan “Aparo-Nardo-Trigilia”, nella gestione, in forma monopolistica, del mercato del noleggio di videopoker nelle province di Siracusa e Ragusa. Sono stati diversi collaboratori di giustizia a dichiarare che il clan aveva investito nelle società riconducibili a Liuzzo Scorpo oltre un milione di euro per l’acquisto di apparecchiature elettroniche.

Fu scoperto tra l’altro che Liuzzo Scoropo versava mensilmente nelle casse del clan la somma di 20 mila euro, ricevendo in cambio protezione e la repressione della concorrenza in quel settore per mantenere il monopolio. Ricostruite le tappe che hanno permesso a Gaetano Luzzo Scorpo di costituire, intestandola alla madre, la Società Media Game srl, con l’attività di commercializzazione e noleggio di videogiochi, per poi giungere a realizzare una vera e propria holding di famiglia, specializzata nel noleggio di apparecchiature elettroniche di intrattenimento e di azzardo, con la costituzione di altre due società intestate a familiari e a soggetti compiacenti. Grazie ad uno straordinario aumento del fatturato, con la costituzione di nuove imprese, l’uomo è riuscito a collocare nella Sicilia orientale un migliaio di apparecchiature elettroniche per il gioco d’azzardo, con giocate per circa 120 milioni di euro, tra il 2000 ed il 2008, periodo che coincide con i suoi stretti rapporti con elementi di spicco del clan mafioso Trigila.

Le investigazioni di carattere patrimoniale hanno evidenziato dislivelli troppo grandi tra i redditi dichiarati ed il patrimonio posseduto, tali da fondare la presunzione, condivisa dal Tribunale di Siracusa, di un’illecita acquisizione patrimoniale che derivava dalle attività delittuose. Dei beni confiscati fecero parte 4 terreni e 3 fabbricati siti nel comune di Siracusa, 10 automezzi (di cui una Maserati Gran Turismo), le società “Media Game srl”, “Betting Game srl”, “Orizzonti Design di Ivana Mazza s.n.c.”, nonché numerosi rapporti bancari e postali. Restano pietre miliari investigative anche le operazioni Bronx, Tonnara, Prato Verde e, ovviamente, Crapula.